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Mettere radici per continuare a crescere.

Quarant’anni sono un traguardo che invita a fare memoria del cammino percorso. La cooperativa sociale Il Gruppo ETS ha scelto di festeggiarli con lo sguardo rivolto al futuro, facendosi un regalo che vale molto più di un anniversario: la sua prima sede di proprietà, in via Castellana 93 Ter a Mestre. Più che un edificio, è una “casa”: un luogo che esprime il desiderio di mettere radici senza smettere di crescere. E le radici, per una cooperativa che da quarant’anni vive ogni giorno il verde, gli alberi e il legno, non sono soltanto un’immagine. Sono quasi un modo di essere. Perché chi lavora con gli alberi sa che le radici non servono a trattenere una pianta, ma a darle la forza di continuare a crescere. È da queste radici che continua a crescere una realtà che, da quarant’anni, crea opportunità di inclusione attraverso il lavoro.

La storia della cooperativa comincia nel 1986. Un gruppo di genitori, sostenuto dall’intera comunità di Campalto, sceglie di trasformare un bisogno sociale in un progetto concreto: creare un luogo in cui il lavoro diventi occasione di inclusione e di riscatto per le persone in condizione di svantaggio, in particolare per chi conclude un percorso di recupero dalla tossicodipendenza. È da quella intuizione che nasce Il Gruppo. Quella visione non è mai cambiata. Negli anni si sono evolute le attività, sono cresciute le competenze e si sono moltiplicati i servizi, ma è rimasta la stessa convinzione: il lavoro può essere uno strumento capace di restituire autonomia, dignità e futuro alle persone. Oggi la cooperativa conta una trentina tra soci e dipendenti e opera nella manutenzione del verde, nella progettazione e cura di parchi e giardini, nella falegnameria, nell’installazione e manutenzione di aree gioco e arredo urbano, nei lavori di carpenteria, nei piccoli interventi edili e in numerosi altri servizi. Attività diverse tra loro, ma accomunate dalla stessa idea: prendersi cura degli spazi significa, prima ancora, prendersi cura delle persone.

C’è però un materiale che racconta meglio di ogni altro l’identità della cooperativa.

Il legno. Per Il Gruppo ETS, non è semplicemente una materia prima. È parte della propria storia. Nella falegnameria prende forma il lavoro quotidiano, e nelle mani del presidente Gabriele Zornetta quel legno continua a vivere anche oltre la sua funzione originaria. Dagli scarti nascono tavoli, complementi d’arredo, oggetti e vere e proprie opere artigianali, realizzate valorizzando ciò che altri considererebbero materiale da eliminare. Per Zornetta il rapporto con il legno nasce molto prima della cooperativa. Aveva appena tredici anni quando ha iniziato a lavorarlo e da allora non ha mai smesso. Ancora oggi c’è un profumo che riesce a riportarlo a quel ragazzo: quello del legno appena tagliato. Un odore che non racconta soltanto un mestiere, ma il tempo. Perché il legno custodisce la memoria degli anni, delle stagioni, del vento e della pioggia che hanno attraversato l’albero da cui proviene. Lavorarlo significa entrare in dialogo con quella storia senza cancellarla. Ogni venatura è una traccia, ogni nodo un frammento di vita. E forse è proprio questo il fascino del legno: la possibilità di trasformarlo senza fargli perdere la sua anima.

È un modo di guardare il legno che racconta molto della cooperativa stessa. Saper riconoscere valore dove altri vedono soltanto uno scarto. Dare una nuova possibilità, una nuova forma, una nuova vita. Un principio che appartiene al legno, ma che da quarant’anni appartiene soprattutto alle persone.

Da questa esperienza nasce anche la riflessione del presidente.

“Il legno insegna l’umiltà. Ti ricorda che ogni tronco ha una storia diversa, che ogni venatura racconta il tempo che ha attraversato e che la forza non sta nella rigidità. Sta nella capacità di piegarsi senza rompersi. Se provi a forzarlo, si spezza. Se impari a conoscerlo e a rispettarlo, scopri quanto può essere resistente. Credo che anche una cooperativa debba essere così. In quarant’anni siamo cambiati tante volte, ci siamo adattati ai bisogni del territorio, abbiamo accolto nuove sfide e nuovi lavori, senza perdere la nostra identità. Come un albero, puoi crescere in tante direzioni, ma solo se le radici restano profonde.» La nuova sede racconta proprio questo.

Non è soltanto un edificio da inaugurare, ma una casa da vivere. Uno spazio pensato per le persone, dove il lavoro si intreccia con la condivisione. Accanto agli ambienti operativi trova posto anche un piccolo orto a disposizione dei dipendenti e dei soci, nato per coltivare relazioni oltre che prodotti, perché una cooperativa cresce anche attraverso i momenti quotidiani vissuti insieme.

Ma questa nuova casa è soprattutto il punto di partenza per i progetti dei prossimi anni. La visione è quella di diventare anche vivaio, affiancando alla manutenzione del verde la coltivazione delle piante. La richiesta è già stata presentata alla Regione Veneto.  Accanto allo sviluppo delle attività continua anche quello della cultura organizzativa. Pur operando in settori tradizionalmente considerati maschili, Il Gruppo ha ottenuto la certificazione per la parità di genere e guarda al futuro con l’obiettivo di coinvolgere sempre più donne nei propri mestieri, nella convinzione che non esistano lavori da uomini o da donne, ma talenti e competenze da valorizzare.

Quarant’anni, allora, non rappresentano un punto di arrivo.

Rappresentano la conferma che una cooperativa può continuare a crescere Proprio come il legno conserva la memoria dell’albero da cui proviene anche quando assume una forma nuova, Il Gruppo ETS guarda avanti senza perdere ciò che lo ha reso quello che è. Ogni nuovo progetto nasce da questa storia e apre possibilità nuove. E’ questo, forse, il significato più autentico del mettere radici.

Di |2026-07-31T08:47:32+02:00Luglio 31st, 2026|Senza categoria|Commenti disabilitati su Mettere radici per continuare a crescere.

Le differenze non sono un problema, le disuguaglianze si.

Quando si parla di parità di genere il dibattito si concentra quasi sempre sui numeri: quante donne ai vertici delle aziende, quante nei consigli di amministrazione, quanto divario salariale esiste ancora. Indicatori fondamentali, certo. Ma c’è una dimensione della disuguaglianza molto più difficile da misurare, perché si nasconde nei gesti quotidiani, nelle aspettative e perfino nelle parole che utilizziamo.

Gli stereotipi di genere raramente si presentano oggi in forme esplicite. Più spesso agiscono in modo silenzioso. Sono quelle convinzioni che portano ancora ad associare alcune professioni agli uomini e altre alle donne, a considerare “naturale” che determinati compiti familiari ricadano soprattutto sulle lavoratrici o a giudicare diversamente gli stessi comportamenti a seconda di chi li mette in pratica.

È ciò che gli psicologi definiscono bias cognitivi: scorciatoie mentali che ci aiutano a interpretare la realtà, ma che spesso finiscono per rafforzare pregiudizi e modelli culturali ereditati. Non si tratta necessariamente di cattiva volontà. Anzi, proprio perché sono inconsapevoli, questi meccanismi sono più difficili da riconoscere e superare. Per questo oggi parlare di parità non significa soltanto garantire gli stessi diritti sulla carta. Significa interrogarsi sulla cultura delle organizzazioni, sul linguaggio che utilizziamo ogni giorno e sulla capacità di costruire ambienti di lavoro in cui ciascuna persona possa esprimere il proprio talento senza essere condizionata da aspettative legate al genere. La vera sfida, dunque, non è dimostrare che uomini e donne siano uguali. È fare in modo che le differenze non si trasformino mai in disuguaglianze.

Dal tema alla visione

È da questa convinzione che nasce la scelta di Mimosa Cooperativa Sociale, associata al Consorzio C.S.U Zorzetto, di ottenere la certificazione UNI/PdR 125:2022, lo standard che attesta l’impegno delle organizzazioni nella promozione della parità di genere attraverso politiche concrete e misurabili.

Per la Cooperativa non si tratta di un punto di arrivo né di un riconoscimento da esibire, ma della naturale evoluzione di un percorso iniziato molti anni fa, fatto di attenzione alle persone, qualità organizzativa e miglioramento continuo. Dopo le certificazioni dedicate alla qualità dei servizi e alla gestione ambientale, la scelta di certificare anche le politiche di parità rappresenta un ulteriore passo nella volontà di rendere sempre più trasparenti i valori che guidano il lavoro quotidiano.

“Per noi – dice la Presidente Annarosa Novello – la certificazione non significa diventare ciò che non siamo mai stati. Significa dare una struttura e una misura a principi che fanno parte della nostra storia da sempre. La diversità non è un tema da affrontare perché lo chiede una norma, ma una ricchezza che ogni giorno rende migliore il nostro lavoro. Volevamo che questo impegno fosse verificabile, concreto e condiviso da tutta l’organizzazione”.

La filosofia della Cooperativa trova applicazione in ambiti molto diversi tra loro: dai servizi di pulizia civile alla cura del verde urbano, fino all’accoglienza e alla guardiania museale. Attività differenti, accomunate però da un principio semplice: valorizzare le competenze delle persone senza lasciarsi guidare dagli stereotipi.

“In questo senso – continua Novello – la certificazione diventa anche uno strumento per consolidare pratiche già presenti all’interno dell’organizzazione, come la promozione dell’equità salariale a parità di ruolo, il sostegno alla conciliazione tra vita privata e lavoro e una politica di assoluta intolleranza verso qualsiasi forma di discriminazione, molestia o abuso”.

Ma per Mimosa  il cambiamento non passa soltanto attraverso regolamenti e procedure. Passa anche dal modo in cui le persone comunicano tra loro.

Il linguaggio, infatti, non si limita a descrivere la realtà: contribuisce a costruirla. Le parole che scegliamo ogni giorno possono rafforzare stereotipi oppure contribuire a superarli. Adottare un linguaggio più inclusivo significa imparare a riconoscere l’altro, a rispettarne le differenze e a creare contesti in cui ciascuno possa sentirsi accolto. È un lavoro culturale che richiede anche la capacità di mettere in discussione i propri automatismi. I bias cognitivi, quelle scorciatoie mentali che portano ad associare inconsapevolmente alcune professioni o caratteristiche a un genere piuttosto che a un altro, continuano infatti a influenzare molte scelte quotidiane. Sono gli stessi meccanismi che alimentano espressioni come “questo è un lavoro da uomini” o “questo è un lavoro da donne”, contribuendo a mantenere vivi stereotipi che sembrano appartenere al passato ma che continuano a condizionare il presente.

Per questo, secondo la Cooperativa, promuovere la parità significa anzitutto costruire una cultura organizzativa capace di riconoscere il valore delle persone al di là delle etichette. Un percorso che non si conclude con una certificazione, ma che richiede un impegno costante, fatto di ascolto, formazione e capacità di mettersi continuamente in discussione. Perché, in fondo, la vera uguaglianza non consiste nell’annullare le differenze, ma nel fare in modo che nessuna di esse diventi mai motivo di disuguaglianza.

Di |2026-07-24T08:26:06+02:00Luglio 24th, 2026|Senza categoria|Commenti disabilitati su Le differenze non sono un problema, le disuguaglianze si.

Coltivare il territorio, coltivare opportunità: la nuova sfida della Cooperativa La Città del Sole

L’agricoltura non è soltanto produzione di cibo. Sempre più spesso rappresenta uno strumento di inclusione sociale, tutela dell’ambiente e valorizzazione delle comunità locali. In questo scenario si inserisce la nuova sfida della cooperativa sociale La Città del Sole, associato a C.S.U Zorzetto, che ha scelto di investire in un progetto capace di coniugare sostenibilità, tradizione e sviluppo del territorio. Dall’inizio di aprile 2025 la cooperativa ha infatti acquisito Cuor di Prussia (www.cuordiprussia.com), azienda agricola biologica con sede a Faller, nel comune di Sovramonte, alle porte del Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi. Una realtà conosciuta per la coltivazione della storica mela prussiana, ma anche per la produzione di ortaggi, del fagiolo di Lamon e di numerosi prodotti trasformati ottenuti dalla frutta coltivata direttamente in azienda. L’operazione rappresenta molto più dell’acquisizione di un’attività agricola. Significa investire in un modello produttivo che unisce agricoltura biologica, salvaguardia della biodiversità e attenzione alle produzioni locali, contribuendo a mantenere vivo un patrimonio agricolo e culturale profondamente legato alla montagna bellunese. La mela prussiana, infatti, non è soltanto una varietà antica. È parte della storia di questo territorio. Arrivò nel Feltrino alla fine dell’Ottocento grazie agli emigranti che, costretti a lasciare la Prussia, riportarono con sé le marze di alcune piante di melo. Da allora questa coltivazione è diventata uno degli elementi identitari della vallata, dando origine a tradizioni, ricette tipiche e iniziative capaci di valorizzare l’economia locale. Ancora oggi la coltivazione segue metodi biologici e a basso impatto ambientale. Le mele vengono raccolte esclusivamente a maturazione naturale e conservate secondo tecniche tradizionali, nel pieno rispetto dei cicli della natura. Un approccio che ha permesso all’azienda di diventare un punto di riferimento per il territorio e di essere riconosciuta anche dal Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi. Per la Cooperativa, l’investimento nell’agricoltura biologica costituisce una scelta strategica che unisce inclusione lavorativa, sostenibilità ambientale e sviluppo del territorio. Il biologico non è solo un metodo produttivo, ma un modello di responsabilità sociale: valorizza le risorse locali, tutela l’ambiente, promuove la salute. “L’agricoltura in generale ma ancor meglio quella biologica – spiega il Vicepresidente Davide Giraldo-  è uno strumento concreto di inserimento lavorativo per persone in stato di svantaggio, grazie ad attività accessibili, ritmi sostenibili e mansioni diversificate ed allo stesso tempo crea valore per la comunità, attraverso filiere corte, prodotti sani e iniziative educative che diffondono la cultura della sostenibilità. Ciò è pienamente aderente alla missione della Cooperativa: mettere al centro la persona, generare benessere collettivo e contribuire ad un modello di sviluppo equo e rispettoso dell’ambiente”. L’agricoltura biologica diventa così un ponte tra produzione, inclusione e responsabilità sociale, rafforzando l’identità e l’impatto della Cooperativa sul territorio nel quale si è inserita. Per la Cooperativa La Città del Sole questa nuova esperienza rappresenta infatti un’opportunità per ampliare le proprie attività, ma anche per sperimentare nuove forme di economia sociale. L’agricoltura diventa così uno spazio in cui sostenibilità ambientale, inclusione lavorativa e sviluppo locale possono crescere insieme. Prendersi cura della terra significa anche prendersi cura delle persone. Dietro un frutteto, un orto o un laboratorio di trasformazione non ci sono soltanto prodotti da coltivare e vendere, ma competenze da costruire, relazioni da creare e un territorio da mantenere vivo. È una sfida che guarda al futuro senza perdere il legame con le proprie radici. Perché custodire una varietà storica come il pòm prussian significa preservare un pezzo di memoria collettiva, trasformandolo in una risorsa capace di generare nuove opportunità economiche, sociali e ambientali. Tra i produttori di mela prussiana è stato creato anche un consorzio – Consorzio Tutela Pòm Prussian – che ogni anno, la quarta domenica di ottobre, organizza a Faller di Sovramonte la Fiera del Pòm Prussian.

Di |2026-07-20T08:42:08+02:00Luglio 20th, 2026|Senza categoria|Commenti disabilitati su Coltivare il territorio, coltivare opportunità: la nuova sfida della Cooperativa La Città del Sole

Oltre i numeri: la visione di un Consorzio che guarda al futuro

Oltre i numeri: la visione di un Consorzio che guarda al futuro

Più che un bilancio, una visione. I risultati economici approvati dai soci del Consorzio C.S.U. Zorzetto rappresentano infatti il punto di partenza per raccontare una trasformazione più ampia: quella di un’organizzazione che punta a diventare sempre più un laboratorio di innovazione sociale, progettazione e sviluppo della cooperazione. L’assemblea dei soci, riunitasi il 6 giugno per l’approvazione del bilancio consuntivo e del Bilancio Sociale 2025, è stata così l’occasione per ripercorrere il lavoro svolto negli ultimi due anni e condividere la direzione che il Consorzio intende seguire nei prossimi anni. Ad aprire i lavori è stata la relazione della presidente Laura Baldo, che ha ripercorso i primi due anni del mandato del Consiglio di amministrazione, tracciando una visione che guarda oltre la gestione ordinaria dei servizi. “Quando ci siamo insediati – ha spiegato – abbiamo trovato un Consorzio con una storia importante e competenze solide, ma inserito in un contesto profondamente cambiato. Per questo il nostro obiettivo non è stato semplicemente amministrare l’esistente, ma iniziare un percorso di evoluzione del CSU, rafforzandone la struttura organizzativa e preparandolo alle sfide future”.

Una visione che trova conferma anche nei numeri del bilancio 2025. Il Consorzio ha chiuso l’esercizio con un utile, in crescita rispetto al 2024. Ma i risultati economici rappresentano soltanto una parte del percorso. Nel corso dell’assemblea è stato illustrato anche il Bilancio Sociale 2025, che conferma la volontà del Consorzio di misurare non soltanto gli aspetti economici della propria attività, ma anche il valore sociale, ambientale e organizzativo generato sul territorio. Negli ultimi due anni il Consorzio ha investito nel rafforzamento della governance, nella riorganizzazione interna, nello sviluppo di nuovi servizi e in una progettazione sempre più orientata ai bisogni delle comunità. Tra gli obiettivi strategici illustrati dalla presidente Baldo emerge anche il percorso di fusione con il Consorzio Insieme, avviato nei mesi scorsi e che punta a rafforzare ulteriormente la cooperazione tra realtà di tipo A e di tipo B.

“Non si tratta soltanto di un’operazione organizzativa – ha sottolineato – ma di una scelta strategica che guarda al futuro della cooperazione sociale. Integrare cooperative di tipo A e di tipo B significa mettere insieme competenze diverse, ampliare la presenza territoriale e presentarsi agli enti pubblici con una proposta di servizi sempre più completa, qualificata e integrata”.

Accanto ai servizi tradizionali cresce anche l’impegno nella progettazione sociale. Durante l’assemblea sono stati presentati i progetti dedicati all’inclusione lavorativa, alla rigenerazione urbana e all’adattamento climatico, oltre al metodo Valoris, un percorso di ricerca e valutazione sviluppato per misurare il valore sociale ed economico generato dall’inserimento lavorativo delle persone in situazione di svantaggio. Più che uno studio, rappresenta uno strumento capace di rendere visibile l’impatto concreto della cooperazione sociale sulle persone, sulle comunità e sul sistema pubblico, offrendo elementi utili per orientare le future politiche di welfare e di inclusione e per dimostrare, con dati oggettivi, quanto investire nell’inclusione significhi produrre benefici che vanno ben oltre il singolo percorso lavorativo.

Parallelamente prosegue anche il percorso di innovazione organizzativa, con investimenti nella digitalizzazione dei processi interni, nella gestione delle gare, nella progettazione europea e in una nuova strategia di comunicazione pensata per raccontare con maggiore continuità il valore della cooperazione sociale e rafforzare il dialogo con cittadini, istituzioni e partner.

Per il direttore del Consorzio, Lorenzo Montagni, questa evoluzione rappresenta però qualcosa di ancora più ampio: “L’obiettivo non è soltanto rendere il Consorzio  più efficiente dal punto di vista organizzativo e capace di intercettare possibilità di lavoro per le cooperative, ma farlo diventare anche un luogo capace di produrre “cultura” sul sociale: uno spazio stabile di confronto, studio e approfondimento, dove cooperative, istituzioni e professionisti possano leggere insieme i cambiamenti della società e costruire risposte innovative ai nuovi bisogni del territorio”. Guardando al futuro, la presidente Baldo ha invitato le cooperative associate ad avviare una riflessione anche sul ricambio della governance, in vista della conclusione del mandato dell’attuale Consiglio di amministrazione. “Credo che uno dei compiti più importanti di un Consiglio di amministrazione non sia soltanto quello di amministrare bene durante il proprio mandato, ma anche quello di preparare il terreno per chi verrà dopo, lasciando un’organizzazione più forte, più strutturata e con una visione chiara”.

Il messaggio emerso dall’assemblea è quello di un Consorzio che, pur continuando a garantire servizi e supporto alle cooperative associate, punta sempre più a diventare un luogo di sviluppo della cooperazione sociale, capace di mettere in rete competenze, promuovere innovazione e costruire risposte condivise ai nuovi bisogni sociali e ambientali del territorio. Una visione che guarda oltre la gestione degli appalti e che punta a fare del C.S.U. Zorzetto non solo una rete di cooperative, ma un laboratorio permanente di idee, progettazione e confronto, capace di accompagnare l’evoluzione del Terzo Settore e contribuire alla costruzione del welfare del futuro.

Di |2026-07-10T10:38:13+02:00Luglio 10th, 2026|Senza categoria|Commenti disabilitati su Oltre i numeri: la visione di un Consorzio che guarda al futuro

Il verde non ha genere: storie di rinascita oltre gli stereotipi

Quattro donne della cooperativa Nonsoloverde, Elena, Sara, Carola e Jalba, raccontano come un mestiere ancora considerato “da uomini” possa diventare un percorso di crescita, libertà e rinascita.

 Ci sono lavori che, ancora oggi, nell’immaginario collettivo continuano a essere considerati “da uomini”. La manutenzione del verde è uno di questi. Decespugliatori, motoseghe, potature e giornate trascorse all’aria aperta raccontano un mestiere che raramente viene associato a un volto femminile. Eppure, nella cooperativa Nonsoloverde, aderente al Consorzio C.S.U. Zorzetto, quattro donne fanno parte delle squadre operative che ogni giorno si occupano della cura di parchi, giardini e spazi pubblici. Una scelta che va oltre la parità di genere: mette al centro le competenze, la fiducia nelle persone e la convinzione che il lavoro possa diventare uno strumento di crescita personale. “Quando abbiamo iniziato abbiamo scelto di non guardare al genere, ma alla volontà  – racconta Francesco Scalari consigliere d’amministrazione di C.S.U – è chiaro che esistono attività fisicamente più impegnative, ma una squadra funziona quando ciascuno mette a disposizione ciò che sa fare meglio. Le donne portano attenzione, precisione, sensibilità e una cura del dettaglio che rappresentano un grande valore aggiunto”. Per Scalari, però, la sfida non è dimostrare che una donna possa svolgere un mestiere tradizionalmente associato agli uomini:

“Mi piace pensare che i nostri operatori crescano come crescono le piante. Non vogliamo che imparino soltanto un lavoro: vogliamo che questo mestiere li aiuti a crescere come persone. Il verde insegna pazienza, responsabilità e rispetto dei tempi”.

Ed è ascoltando le loro storie che queste parole acquistano davvero significato.

Il rumore che spegne i pensieri

“Questo lavoro mi ha cambiata- racconta Elena – mi ha dato sicurezza, mi ha insegnato a fidarmi di me stessa e a credere di poter affrontare situazioni che prima mi spaventavano”.  Anche Sara descrive il suo rapporto con questo lavoro con una frase che, a sentirla la prima volta, sembra quasi un paradosso: ”Quando uso il decespugliatore mi rilasso. E’ un lavoro di fatica eppure mi toglie lo stress”. Sorride mentre lo racconta. “La fatica fisica porta via tutto il resto – spiegano le ragazze all’unisono- i pensieri si fermano e rimaniamo concentrate solo su quello che stiamo facendo. È come se si aprisse uno spazio di silenzio, un momento in cui riusciamo anche a riflettere su noi stesse”. Questo è uno degli aspetti più sorprendenti che emerge dalle loro testimonianze. Lavorare nel verde non significa soltanto prendersi cura di un’aiuola o di un parco, ma imparare ad ascoltare il ritmo della natura. Il susseguirsi delle stagioni, il cambiamento continuo del paesaggio e il contatto quotidiano con gli spazi aperti finiscono per influenzare anche il modo di guardare sé stessi. Anche l’ambiente costruito all’interno della cooperativa ha avuto un ruolo importante: costruire un gruppo in cui tutti possano sentirsi valorizzati, senza differenze tra uomini e donne. Gli stereotipi, però, ogni tanto riaffiorano.

“Con i colleghi non abbiamo mai avuto problemi – dice Jalba- siamo sempre state considerate parte della squadra. Succede piuttosto che qualcuno ci guardi con curiosità quando lavoriamo in strada o ci suoni il clacson passando. Fa sorridere”. “Poi  – puntualizza Elena –  arrivano anche i complimenti dei cittadini per un’aiuola ben curata o quelli di qualche dirigente comunale che apprezza il fatto di vedere delle donne impegnate in questo lavoro”.

La fatica buona

C’è però una storia che, forse più di tutte, racconta il significato profondo di questo mestiere. È quella di Carola. Per lei la manutenzione del verde non è stata una scelta, almeno all’inizio. È arrivata dopo un percorso di recupero dalla tossicodipendenza, che prevede il reinserimento lavorativo. Quello che doveva essere un semplice impiego si è trasformato, invece, in una tappa decisiva del suo percorso di rinascita.

“La prima settimana è stata durissima – spiega -non ero abituata a quel tipo di fatica. Un giorno ho appoggiato il decespugliatore a terra e me ne stavo andando. Avevo deciso di mollare.» Sembrava la fine di quell’esperienza. Invece è stato l’inizio di qualcosa di completamente diverso. «Mentre camminavo ho sentito una sensazione che non avevo mai provato: la fatica fisica. E proprio questa sensazione che potrebbe sembrare spiacevole ha prevalso su tutti quei pensieri dolorosi che mi accompagnavano. Non li sentivo più. Sentivo solo il mio corpo stanco”.

È stato quello il momento della svolta. “Mi sono fermata, sono tornata indietro, ho ripreso il decespugliatore e ho continuato a lavorare. Se quel giorno avessi mollato, probabilmente avrei mollato molto più di un lavoro”. Per Carola la fatica ha cambiato significato. Da qualcosa da evitare è diventata qualcosa da cercare, perché le ricorda il momento in cui ha ricominciato a vivere. “Ancora oggi, quando svolgo attività meno pesanti, sento il bisogno di tornare, ogni tanto, a fare i lavori più faticosi. Mi ricordano da dove sono partita. Quella fatica mi ha salvata. Mi ha insegnato che si può stare bene anche senza riempire il vuoto con altro”. Anche il rapporto con la natura è diventato parte del suo percorso di guarigione “Mi sono accorta di un parte di mondo che non conoscevo e che continuava a cambiare e, insieme a lui, stavo cambiando anch’io. Credo che questo lavoro abbia contribuito in modo fondamentale alla mia trasformazione”. La cura del verde, quindi, non è soltanto una possibilità d’impiego, ma uno spazio che restituisce tempo, silenzio, prospettiva e possibilità. In questo, la visione della cooperativa diventa investimento nelle persone, nelle loro capacità e nell’opportunità che ciascuno possa trovare il proprio posto, al di là degli stereotipi.

Come ricorda il consigliere Scalari, l’obiettivo non è semplicemente formare dei manutentori, ma arricchire le persone con le competenze e la consapevolezza: “Mi piace pensare che i nostri operatori crescano come crescono le piante”. Una frase che, dopo aver ascoltato queste storie, assume un significato diverso. Perché le piante hanno bisogno di tempo, di cura e di qualcuno che creda nella loro crescita. Le persone, in fondo, non sono poi così diverse.

Di |2026-07-03T11:09:14+02:00Luglio 3rd, 2026|Senza categoria|Commenti disabilitati su Il verde non ha genere: storie di rinascita oltre gli stereotipi

Servizi alla persona e territorio: tra carenza di personale e bisogno di competenze

Negli ultimi anni il sistema dei servizi sociali, educativi, sociosanitari e territoriali si è trovato ad affrontare una sfida sempre più evidente: la difficoltà nel reperire personale qualificato. Operatori socio-sanitari, educatori professionali, assistenti sociali, ma anche addetti ai servizi ambientali, alle manutenzioni e alle attività di supporto rappresentano oggi figure sempre più difficili da trovare. Si tratta di un fenomeno che interessa l’intero territorio nazionale, ma che in Veneto assume caratteristiche particolarmente rilevanti. L’invecchiamento della popolazione, l’aumento della domanda di assistenza e il progressivo pensionamento di molte figure professionali stanno infatti mettendo sotto pressione il sistema dei servizi.

La stessa Regione Veneto ha individuato nella carenza di personale una delle principali criticità per il futuro del sistema sociosanitario regionale. La difficoltà non riguarda soltanto gli OSS, figura fondamentale nell’assistenza alle persone anziane e non autosufficienti. Sempre più spesso cooperative sociali ed enti del Terzo Settore segnalano carenze anche tra educatori professionali, operatori delle comunità terapeutiche, professionisti della salute mentale e figure operative necessarie per garantire il funzionamento quotidiano di servizi e attività territoriali. Allo stesso tempo, crescono bisogni sociali sempre più complessi legati alla salute mentale, alle dipendenze, alla disabilità, alla non autosufficienza e alla solitudine sociale.

Una situazione che rende ancora più evidente la necessità di attrarre nuove professionalità e valorizzare competenze in settori che svolgono una funzione essenziale per il benessere delle comunità. La questione assume un’importanza strategica soprattutto in territori come quello veneziano, dove la crescente domanda di servizi richiede personale preparato e capace di operare in contesti sempre più articolati.

La domanda che emerge con forza riguarda quindi il futuro stesso del welfare territoriale e dei servizi di prossimità: chi si prenderà cura delle persone e delle comunità nei prossimi anni?

 Dal tema alla visione

Se la carenza di personale rappresenta una delle principali sfide per il futuro del welfare e dei servizi territoriali, la risposta non può limitarsi alla semplice ricerca di nuovi lavoratori. Diventa sempre più necessario costruire percorsi capaci di avvicinare le persone alle professioni della cura e dei servizi, valorizzare le competenze e creare opportunità concrete di inserimento lavorativo. In questa direzione si muovono diverse esperienze. Tra queste, il progetto Isamar: l’iniziativa promuove percorsi di inclusione e inserimento lavorativo rivolti a persone migranti attraverso attività legate all’accoglienza turistica, all’housekeeping, alla manutenzione e alla cura degli spazi. L’obiettivo è duplice: da un lato rispondere alle difficoltà di reperimento del personale in alcuni settori strategici, dall’altro favorire percorsi concreti di autonomia e integrazione sociale.

Esperienze di questo tipo dimostrano come il tema della carenza di personale possa essere affrontato anche attraverso modelli innovativi di inclusione, capaci di intercettare risorse che spesso restano escluse dai canali tradizionali del mercato del lavoro. Un’altra sfida riguarda il rapporto con il mondo della scuola e della formazione. Sempre più spesso il Terzo Settore evidenzia la necessità di costruire una relazione più stretta con istituti scolastici, università e percorsi professionalizzanti, affinché i giovani possano conoscere da vicino le opportunità offerte dalle professioni sociali, sociosanitarie e dai servizi alla comunità. Avvicinare gli studenti ai servizi, favorire esperienze sul campo e creare occasioni di incontro tra scuola e cooperazione rappresenta oggi un passaggio fondamentale per garantire il ricambio generazionale. Accanto a questo emerge la necessità di rafforzare la comunicazione positiva del sociale. Le professioni della cura vengono spesso raccontate soltanto attraverso le difficoltà e le criticità, mentre rimangono meno visibili il valore umano, professionale e sociale che producono ogni giorno. Raccontare le esperienze, i risultati e l’impatto generato dai servizi significa anche rendere più attrattivo un settore che svolge una funzione essenziale per la tenuta delle comunità.

Per questo assumono particolare importanza iniziative come “Siamo il Sociale”, che ogni anno coinvolgono cittadini, operatori e studenti in momenti di incontro e sensibilizzazione, contribuendo a promuovere una maggiore conoscenza del Terzo Settore e ad avvicinare nuove generazioni al mondo della cooperazione. “Di fronte alla crescente carenza di operatori sociali, educativi e sociosanitari – osserva Massimo Mantoan, consigliere di amministrazione di C.S.U. Zorzetto e promotore del progetto Isamar – non possiamo limitarci a registrare il problema: è necessario costruire insieme le soluzioni. Il Terzo Settore dispone già oggi di competenze, esperienze e progettualità consolidate che possono contribuire in modo determinante a ripensare il sistema del welfare.

Per questo riteniamo debba essere sempre più coinvolto come interlocutore strategico della Pubblica Amministrazione nella programmazione delle politiche sociali e sociosanitarie.” Secondo Mantoan, la risposta alle nuove fragilità passa attraverso una maggiore collaborazione tra istituzioni e mondo cooperativo, ma anche attraverso un investimento deciso sulle persone e sulle competenze.  “Un futuro capace di rispondere ai bisogni delle comunità – continua Mantoan – è possibile, ma occorre avere il coraggio di investire nella formazione, nell’inclusione e nella valorizzazione delle professioni che ogni giorno contribuiscono alla qualità della vita delle persone. Quel futuro, in molti territori, non è un obiettivo lontano: lo stiamo già costruendo attraverso servizi, progetti e iniziative che mettono al centro la dignità della persona e la coesione sociale.” In un momento in cui la domanda di servizi continua a crescere, la sfida non riguarda soltanto il numero dei lavoratori disponibili, ma la capacità di costruire un sistema in grado di attrarre talenti, valorizzare competenze e generare nuove opportunità.

Perché il futuro delle comunità passa inevitabilmente dalle persone che ogni giorno scelgono di prendersi cura degli altri e dei territori in cui vivono.

Di |2026-06-19T10:32:47+02:00Giugno 19th, 2026|Senza categoria|Commenti disabilitati su Servizi alla persona e territorio: tra carenza di personale e bisogno di competenze

Solitudine sociale e welfare di prossimità: costruire comunità oltre l’assistenza

Negli ultimi anni la solitudine sociale è diventata una delle fragilità più diffuse e meno visibili della società contemporanea. Non riguarda soltanto le persone anziane o chi vive situazioni di marginalità estrema, ma coinvolge sempre più spesso giovani, lavoratori fragili, famiglie, persone con disagio psicologico e cittadini che, pur essendo inseriti nella quotidianità sociale e lavorativa, faticano a costruire relazioni stabili e punti di riferimento sul territorio. Oggi la fragilità non coincide più esclusivamente con il bisogno economico. Sempre più frequentemente emergono difficoltà legate all’isolamento relazionale, alla perdita di reti familiari e sociali, alla difficoltà di orientarsi tra servizi sanitari, amministrativi e territoriali. In molti casi, ciò che manca non è soltanto un servizio, ma un contesto capace di accogliere, ascoltare e accompagnare le persone nella vita quotidiana.

In questo scenario assumono un ruolo sempre più importante i servizi di prossimità e le realtà territoriali. L’accoglienza, l’orientamento ai servizi, il supporto amministrativo, i punti informativi e le attività svolte quotidianamente a contatto con i cittadini rappresentano oggi molto più di semplici funzioni operative: diventano strumenti concreti di inclusione sociale e presidio territoriale.

Anche gli spazi pubblici e la qualità dell’ambiente urbano incidono direttamente sul benessere delle persone e sulla possibilità di costruire relazioni. La manutenzione del verde, la valorizzazione degli spazi condivisi e i progetti di rigenerazione urbana contribuiscono infatti a creare luoghi più accessibili, vissuti e capaci di favorire socialità e partecipazione. In questo contesto, il ruolo del Terzo Settore e dei consorzi sociali diventa sempre più centrale. La capacità di lavorare in rete con enti pubblici, aziende sanitarie e territorio permette infatti di sviluppare servizi più vicini alle persone e maggiormente capaci di intercettare situazioni di fragilità prima che si trasformino in esclusione sociale. Accanto ai servizi tradizionali, negli ultimi anni stanno emergendo anche nuove forme di welfare comunitario e abitativo, orientate a contrastare la solitudine attraverso la costruzione di relazioni e spazi condivisi. Tra queste esperienze, i progetti di cohousing rappresentano uno degli strumenti più interessanti per rispondere ai nuovi bisogni sociali, soprattutto in contesti caratterizzati da fragilità relazionali e isolamento.

Dal tema alle considerazioni

Parlare oggi di welfare territoriale significa infatti andare oltre il concetto tradizionale di assistenza e ripensare il modo in cui le comunità si organizzano per costruire inclusione, partecipazione e supporto reciproco.

“In molti casi la solitudine non nasce dall’assenza di servizi, ma dalla mancanza di relazioni e di luoghi in cui le persone possano sentirsi parte di una comunità”, osserva Angelo Benvegnù, Presidente di Co.ge.s Don Milani. Aderente al Consorzio C.S.U Zorzetto.

Secondo Benvegnù, le trasformazioni sociali degli ultimi anni stanno rendendo sempre più evidente la necessità di sviluppare modelli abitativi e territoriali capaci di creare connessioni tra le persone, soprattutto nei contesti urbani e nelle situazioni di maggiore fragilità.

“Il cohousing – continua il Presidente di Co.ges – rappresenta una risposta interessante perché mette insieme autonomia e condivisione. Non significa semplicemente abitare vicino ad altre persone, ma costruire spazi in cui possano nascere relazioni, supporto reciproco e occasioni di partecipazione.”

L’esperienza dei progetti di cohousing mostra infatti come la qualità delle relazioni possa incidere direttamente sul benessere delle persone, riducendo isolamento e vulnerabilità. In molti casi, questi percorsi coinvolgono anziani, giovani lavoratori, persone sole o cittadini che attraversano momenti di fragilità sociale o psicologica.

Si tratta di modelli che cercano di superare una visione esclusivamente assistenziale del welfare, favorendo invece forme di comunità più collaborative e inclusive. In questo senso, il cohousing non viene letto soltanto come soluzione abitativa, ma come strumento capace di generare prossimità sociale e rafforzare il legame con il territorio. “Il tema centrale è ricostruire comunità. Oggi molte persone vivono una quotidianità frammentata, pur essendo circondate da servizi e opportunità. Per questo diventa importante creare contesti in cui le relazioni possano tornare ad avere un ruolo reale nella vita delle persone”, prosegue Benvegnù.

Allo stesso tempo, queste esperienze pongono anche una riflessione più ampia sul ruolo delle istituzioni e del Terzo Settore nella costruzione del welfare dei prossimi anni. La crescente domanda di supporto relazionale, orientamento e accompagnamento richiede infatti servizi sempre più integrati e capaci di lavorare sulla prevenzione dell’esclusione sociale.

In questo scenario, il lavoro di rete tra cooperative, enti pubblici, aziende sanitarie e territorio assume una funzione strategica. La possibilità di costruire percorsi condivisi e di sviluppare presìdi di prossimità diventa infatti uno degli elementi chiave per affrontare le nuove fragilità sociali. “La sfida non è soltanto rispondere a un bisogno abitativo o assistenziale, ma creare contesti in cui le persone possano sentirsi accolte, riconosciute e parte attiva di una comunità”, conclude il Presidente.

La solitudine sociale rappresenta oggi una sfida complessa, ma anche un’opportunità per ripensare il rapporto tra territori, servizi e comunità. Investire nella prossimità, nelle relazioni e nella qualità degli spazi condivisi significa contribuire alla costruzione di contesti più inclusivi, accessibili e capaci di rispondere ai bisogni reali delle persone.

Di |2026-06-12T09:41:55+02:00Giugno 12th, 2026|Senza categoria|Commenti disabilitati su Solitudine sociale e welfare di prossimità: costruire comunità oltre l’assistenza

Disabilità e progetto di vita: il ruolo della cooperazione nel nuovo welfare

Negli ultimi anni il tema della disabilità è entrato sempre più al centro del dibattito sul futuro del welfare territoriale. L’aumento dei bisogni assistenziali, l’invecchiamento della popolazione e la crescente complessità delle fragilità sociali stanno infatti mettendo sotto pressione il sistema dei servizi, evidenziando la necessità di costruire modelli più integrati e personalizzati.

È in questo contesto che si inserisce il Decreto Legislativo 62/2024, la riforma della disabilità attualmente in fase sperimentale fino al 2026. Il provvedimento introduce nuovi strumenti di valutazione multidimensionale e rafforza il concetto di “progetto di vita”, con l’obiettivo di costruire percorsi maggiormente personalizzati attorno alla persona con disabilità. La riforma nasce anche dalla necessità di superare un sistema spesso frammentato tra ambito sanitario, sociale e amministrativo. In molti territori, infatti, le famiglie si trovano ancora oggi a confrontarsi con procedure complesse, tempi lunghi e servizi distribuiti tra enti diversi, con difficoltà nel costruire percorsi realmente coordinati. Secondo gli ultimi dati Istat, in Italia le persone con gravi limitazioni nelle attività quotidiane superano i 3 milioni, mentre il progressivo invecchiamento della popolazione sta aumentando ulteriormente la domanda di servizi sociosanitari e di supporto territoriale. In Veneto, dove la popolazione anziana continua a crescere, il tema della sostenibilità del welfare e della presa in carico delle fragilità è diventato sempre più centrale anche nel confronto tra istituzioni, Aziende ULSS e Terzo Settore. Uno degli aspetti più rilevanti introdotti dalla riforma riguarda proprio il “progetto di vita”, che non si limita agli aspetti sanitari o assistenziali, ma considera in modo più ampio temi come autonomia, abitare, lavoro, relazioni sociali e partecipazione alla vita della comunità. In questo scenario, il ruolo del Terzo Settore e del mondo cooperativo assume un’importanza sempre più strategica. Cooperative sociali, consorzi e realtà territoriali rappresentano infatti spesso il punto di contatto più vicino alle persone e alle famiglie, grazie alla capacità di sviluppare servizi di prossimità, percorsi educativi e reti territoriali integrate. Allo stesso tempo, il nuovo modello pone anche diverse criticità operative. La costruzione di percorsi realmente personalizzati richiederà infatti un forte coordinamento tra enti pubblici, servizi sanitari e territorio, oltre a investimenti sulle competenze professionali e sull’organizzazione dei servizi. Diverse realtà del settore sottolineano inoltre il rischio che il cambiamento resti prevalentemente formale senza un rafforzamento concreto delle risorse disponibili e del personale coinvolto nei percorsi di presa in carico.

Dal tema all’osservazione

In questo dibattito si inserisce anche l’esperienza delle cooperative che operano quotidianamente accanto alle persone con disabilità. Tra queste, la cooperativa sociale Il Germoglio, aderente al Consorzio C.S.U Zorzetto, impegnata da anni nella costruzione di percorsi educativi, occupazionali e di inclusione sociale rivolti a persone con disabilità, attraverso attività che mettono al centro autonomia, partecipazione e sviluppo delle competenze individuali.

“Il progetto di vita dà la sensazione che i servizi debbano occuparsi di una sfera più ampia e completa della persona – osserva Martina Favaro, Vicepresidente della suddetta cooperativa  – ma questo approccio incontra subito una prima difficoltà: il sistema è storicamente abituato a lavorare per compartimenti stagni, dove ogni soggetto interviene sulla base della propria competenza specifica. Il progetto di vita, invece, richiede che tutti gli attori coinvolti si mettano realmente in relazione e siano capaci di coordinarsi.” Secondo la Vicepresidente, il valore della riforma risiede proprio nella volontà di superare la frammentazione dei servizi e costruire percorsi più vicini ai bisogni delle persone. Tuttavia, la sfida non riguarda soltanto l’organizzazione dei servizi, ma anche la capacità di trasformare concretamente il modo in cui i diversi soggetti collaborano tra loro. “Mi preoccupa – continua Favaro – che il coordinamento tra tutte le parti possa trasformarsi in un ulteriore passaggio burocratico, con il rischio di allungare i tempi necessari per arrivare a un progetto concreto per la persona con disabilità. Il pericolo è che si investa molto nella costruzione delle procedure e meno nella realizzazione effettiva dei percorsi.”

La riflessione si spinge però ancora oltre e riguarda il significato stesso del progetto di vita e il modo in cui la società interpreta il concetto di inclusione.

“L’altro rischio – spiega la Vicepresidente de Il Germoglio – è che il progetto di vita diventi uno strumento per adattare la persona ai sistemi già esistenti, individuando ciò che può o non può fare, anziché favorire una trasformazione degli ambienti, del lavoro e della società affinché siano realmente accessibili. L’inclusione non dovrebbe limitarsi a trovare uno spazio per la persona all’interno di contesti già definiti, ma dovrebbe interrogare i contesti stessi e la loro capacità di accogliere le differenze.”

Una prospettiva che richiama uno dei nodi centrali della riforma: passare da una logica centrata prevalentemente sulla prestazione a una visione più ampia della qualità della vita, nella quale autonomia, relazioni, partecipazione sociale e diritto di scelta diventino elementi concreti e misurabili del percorso di ogni persona.

La sperimentazione avviata rappresenterà quindi un passaggio importante per comprendere se il nuovo sistema riuscirà davvero a tradursi in un welfare più vicino ai bisogni reali delle persone o se continueranno a emergere le difficoltà strutturali che da tempo caratterizzano il settore della disabilità e dell’assistenza territoriale.

Di |2026-06-05T10:56:51+02:00Giugno 5th, 2026|Senza categoria|Commenti disabilitati su Disabilità e progetto di vita: il ruolo della cooperazione nel nuovo welfare

Oltre il carcere: la vera sfida del reinserimento

Nel dibattito sul sistema penitenziario italiano, il tema del lavoro in carcere tocca una delle questioni più profonde e meno visibili della società: la possibilità, per una persona, di avere davvero una seconda chance. Parlare di inserimento lavorativo in questo contesto, non significa infatti affrontare soltanto il tema dell’occupazione, ma anche quello della dignità, del reinserimento sociale e dell’opportunità concreta di costruire un’alternativa alla marginalità.

Dietro le mura del carcere convivono storie segnate da fragilità, dipendenze, disagio psicologico, povertà educativa e assenza di relazioni stabili. In questo scenario, il lavoro può diventare molto più di un’attività quotidiana: può rappresentare un primo contatto con regole, responsabilità, relazioni sane e fiducia reciproca.

È in questo ambito che opera Rio Terà dei Pensieri, cooperativa aderente al Consorzio C.S.U. Zorzetto, attiva all’interno del sistema penitenziario veneziano. La cooperativa lavora nella Casa Circondariale maschile di Santa Maria Maggiore, nella Casa di Reclusione femminile della Giudecca e nell’area penale esterna, coinvolgendo detenuti e detenute in percorsi formativi e professionali affiancati da operatori e volontari. Dai laboratori di serigrafia, cosmetica, creazione di borse e accessori con materiale recuperato, fino all’Orto biologico delle Meraviglie e ai servizi ambientali, l’obiettivo resta lo stesso: restituire alle persone strumenti concreti per immaginare un futuro diverso. Ma dietro ai percorsi lavorativi costruiti dentro il carcere esiste una realtà molto più complessa, fatta di fragilità profonde, progetti educativi e difficoltà che spesso continuano anche dopo la fine della pena.

 

Dal tema al vissuto

“L’aspetto lavorativo arriva dopo. Prima c’è tutto un percorso educativo”, spiega Vania Carlot, presidente di Rio Terà dei Pensieri. “Per molte persone detenute il problema non è soltanto trovare qualcosa da fare, ma imparare cosa significhi stare dentro a un ambiente professionale. Ci sono persone che non hanno mai lavorato e che devono confrontarsi per la prima volta con regole, orari, responsabilità e relazioni con gli altri.” In tal senso, l’attività lavorativa assume un significato che va oltre la produzione. Non si tratta soltanto di svolgere un compito o ricevere una retribuzione, ma di ricostruire gradualmente autonomia, capacità relazionali e fiducia. Il contatto quotidiano con operatori, volontari e realtà esterne permette infatti di creare una connessione concreta con il mondo fuori dal carcere e di riabituarsi a dinamiche sociali che, per molte persone detenute, non sono mai state realmente vissute.

Negli ultimi anni, però, il quadro interno agli istituti penitenziari è cambiato profondamente. “Oggi il carcere è diventato sempre più un contenitore di disagio – continua Vania Carlot – entrano con maggiore frequenza, rispetto al passato, persone con problematiche psichiatriche, dipendenze e fragilità molto forti, ma allo stesso tempo diminuiscono le risorse e le figure professionali in grado di seguirle. Il nodo centrale dovrebbe essere sempre più quello della cura e dell’accompagnamento. Le attività professionali riescono infatti a coinvolgere soprattutto le persone che presentano minori difficoltà e sono più disposte a mettersi in gioco, mentre resta fuori tutta quella fascia di detenuti più fragile che avrebbe bisogno di interventi educativi, relazionali e terapeutici ancora più strutturati, come attività teatrali, laboratori ed esperienze capaci di lavorare sulle relazioni e sulla persona. Ma purtroppo le risorse sono sempre meno.” Nonostante le difficoltà, il lavoro continua però a rappresentare uno strumento fondamentale all’interno del percorso di reinserimento, perché restituisce ritmo, responsabilità e una prospettiva concreta alle persone detenute.

“Il lavoro non serve solo a far uscire le persone dalla cella. Dà un senso alla giornata e soprattutto permette di creare una finestra sul mondo esterno”, sottolinea la Presidente. Secondo Rio Terà dei Pensieri, però, la difficoltà più grande emerge spesso dopo l’uscita dal carcere: “Per anni si è detto che chi lavorava in carcere aveva tassi di recidiva molto bassi. Oggi questa percentuale è cambiata, perché è cambiato tutto il contesto sociale fuori. Le persone escono e si trovano sole.”

Molti detenuti, soprattutto stranieri, non hanno una rete familiare o sociale capace di sostenerli una volta terminata la pena. “Anche quando escono e trovano un occupazione, spesso manca tutto il resto: una casa, relazioni sane, qualcuno che continui ad accompagnarli anche oltre il tempo trascorso al lavoro.. È qui che il mondo cooperativo e quello istituzionale dovrebbero intervenire insieme”, osserva la Presidente. Il rischio di ricadere in situazioni di marginalità nasce proprio da questa assenza di supporto nel lungo periodo. A complicare ulteriormente il reinserimento si aggiunge spesso anche il tema normativo e documentale. “Ci sono persone che decidono davvero di cambiare vita, trovano un lavoro e una casa, ma non riescono a rinnovare i documenti a causa dei reati commessi. E questo rischia di riportarle nuovamente nell’irregolarità – conclude la presidente di Rio Terà dei Pensieri – il tema centrale resta quindi quello della responsabilità collettiva: la società deve mettere le persone nelle condizioni di poter cambiare davvero. Solo dopo può eventualmente giudicare o escludere, ma prima deve offrire una possibilità reale.”

La collaborazione tra pubblico e cooperazione si è infatti progressivamente evoluta, andando oltre una dimensione puramente amministrativa e assumendo sempre più il valore di un modello capace di generare innovazione sociale, rendere i servizi più vicini alle persone e rafforzare la coesione territoriale. Se questo aspetto appare più evidente nell’ambito della cooperazione sociale di tipo A, impegnata nei servizi alla persona, risulta forse meno esplicito, ma non per questo meno reale, nel caso della cooperazione di tipo B. “È soprattutto per questa tipologia di imprese – continua Montagni – che emerge, forse in modo meno esplicito ma ancora più sfidante, la necessità di costruire nuovi terreni di co-progettazione. Un’esigenza che si inserisce in un contesto in cui una delle questioni più rilevanti riguarda la capacità di tenere insieme sostenibilità economica e impatto sociale, a fronte dell’aumento dei costi, delle difficoltà nel reperimento del personale e della crescente complessità organizzativa” . Così, se da un lato per le imprese cooperative emerge la necessità di investire maggiormente nelle competenze, nell’innovazione e nella capacità di pianificazione strategica, in modo da continuare a garantire qualità del lavoro, inclusione e capacità di risposta ai bisogni del territorio. Dall’altro le stesse possono sviluppare un ruolo sempre più attivo non solo nell’esecuzione di lavori e servizi, ma anche come interlocutori nella costruzione e nell’innovazione delle politiche sociali.  “Da qui – conclude Montagni – la proposta di ragionare su un piano strategico, come percorso attraverso cui costruire una visione comune nuova e dinamica, capace di leggere i cambiamenti in corso e sviluppare strumenti adeguati per affrontarli”. In questa prospettiva, il piano strategico non rappresenterebbe soltanto uno strumento organizzativo innovativo, ma un percorso per rafforzare il ruolo della cooperazione come soggetto attivo nello sviluppo del territorio, capace di contribuire alla costruzione di modelli economici e sociali più inclusivi, sostenibili e partecipati.

Di |2026-05-20T11:11:01+02:00Maggio 20th, 2026|Senza categoria|Commenti disabilitati su Oltre il carcere: la vera sfida del reinserimento

Costruire il domani: l’idea di un piano strategico per il mondo cooperativo

In un contesto segnato da trasformazioni economiche, sociali e demografiche sempre più rapide, anche il mondo cooperativo si trova oggi davanti alla necessità di ridefinire il proprio ruolo e costruire nuove forme di dialogo con le istituzioni. Le sfide che attraversano i territori, dall’invecchiamento della popolazione alla carenza di personale, dalla sostenibilità del welfare alla transizione digitale ed ecologica, richiedono strumenti di programmazione capaci di guardare oltre l’emergenza e sviluppare una visione di lungo periodo. Per il sistema cooperativo questo significa non limitarsi alla gestione quotidiana dei servizi, ma contribuire in modo attivo alla costruzione delle politiche territoriali, rafforzando la collaborazione con enti locali, aziende sanitarie e pubbliche amministrazioni. In Veneto, e in particolare nella provincia di Venezia, la cooperazione rappresenta una componente consolidata del sistema economico e sociale, presente in ambiti strategici come il welfare, l’inclusione lavorativa e i servizi educativi, sociosanitari e territoriali. Proprio questa presenza diffusa sul territorio porta oggi il mondo cooperativo a confrontarsi con scenari sempre più complessi, che coinvolgono non solo l’organizzazione dei servizi, ma anche temi come l’intelligenza artificiale, il diritto all’abitare e lo sviluppo di nuove forme di welfare di prossimità. In questo scenario, il rapporto tra cooperazione e istituzioni pubbliche assume un valore sempre più strategico. “Negli ultimi anni – osserva il Direttore di C.S.U. Zorzetto, Lorenzo Montagni – è emersa con sempre maggiore evidenza la necessità di rafforzare percorsi di co-programmazione e pianificazione condivisa, capaci di coinvolgere in modo strutturato il mondo cooperativo anche nella definizione delle politiche territoriali e nella costruzione di risposte più efficaci ai bisogni delle comunità”.

La collaborazione tra pubblico e cooperazione si è infatti progressivamente evoluta, andando oltre una dimensione puramente amministrativa e assumendo sempre più il valore di un modello capace di generare innovazione sociale, rendere i servizi più vicini alle persone e rafforzare la coesione territoriale. Se questo aspetto appare più evidente nell’ambito della cooperazione sociale di tipo A, impegnata nei servizi alla persona, risulta forse meno esplicito, ma non per questo meno reale, nel caso della cooperazione di tipo B. “È soprattutto per questa tipologia di imprese – continua Montagni – che emerge, forse in modo meno esplicito ma ancora più sfidante, la necessità di costruire nuovi terreni di co-progettazione. Un’esigenza che si inserisce in un contesto in cui una delle questioni più rilevanti riguarda la capacità di tenere insieme sostenibilità economica e impatto sociale, a fronte dell’aumento dei costi, delle difficoltà nel reperimento del personale e della crescente complessità organizzativa” . Così, se da un lato per le imprese cooperative emerge la necessità di investire maggiormente nelle competenze, nell’innovazione e nella capacità di pianificazione strategica, in modo da continuare a garantire qualità del lavoro, inclusione e capacità di risposta ai bisogni del territorio. Dall’altro le stesse possono sviluppare un ruolo sempre più attivo non solo nell’esecuzione di lavori e servizi, ma anche come interlocutori nella costruzione e nell’innovazione delle politiche sociali.  “Da qui – conclude Montagni – la proposta di ragionare su un piano strategico, come percorso attraverso cui costruire una visione comune nuova e dinamica, capace di leggere i cambiamenti in corso e sviluppare strumenti adeguati per affrontarli”. In questa prospettiva, il piano strategico non rappresenterebbe soltanto uno strumento organizzativo innovativo, ma un percorso per rafforzare il ruolo della cooperazione come soggetto attivo nello sviluppo del territorio, capace di contribuire alla costruzione di modelli economici e sociali più inclusivi, sostenibili e partecipati.

Di |2026-05-14T12:18:00+02:00Maggio 14th, 2026|Senza categoria|Commenti disabilitati su Costruire il domani: l’idea di un piano strategico per il mondo cooperativo
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