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48 anni dalla legge Basaglia: ha aperto i manicomi, ma la vera inclusione è nata costruendo relazioni, lavoro e comunità

A 48 anni dalla Legge Basaglia, il tema della salute mentale torna al centro del dibattito pubblico, tra riflessioni e nuove domande sul presente. Quella avviata nel 1978 è stata una trasformazione culturale profonda: la chiusura dei manicomi ha segnato il passaggio da una logica di esclusione a una visione fondata sui diritti, sulla dignità e sull’inclusione delle persone. In questo processo, la cooperazione sociale ha avuto un ruolo fondamentale, costruendo nel tempo percorsi concreti di inserimento, autonomia e partecipazione e trasformando i principi della riforma in esperienze reali. Oggi, a distanza di quasi mezzo secolo, il disagio psichico è in aumento e si manifesta in forme sempre più complesse, confermando come la salute mentale sia una questione collettiva e strutturale. La riforma ha aperto la strada a nuovi modelli di cura, ma restano sfide aperte: servizi adeguati, reti territoriali solide e percorsi concreti di autonomia. È qui che si misura la qualità di una comunità: nella capacità di includere e riconoscere il valore delle persone, anche nelle fragilità.

 

Dal tema al vissuto

 A raccontare cosa ha significato davvero quel passaggio storico è Laura Baldo, presidente del Consorzio CSU Zorzetto e della cooperativa Libertà, che ha vissuto in prima persona gli anni immediatamente successivi alla riforma. “ Ho iniziato a lavorare nella Cooperativa Sociale Libertà, fondata da persone che erano state ricoverate nel manicomio di San Servolo di Venezia e da alcuni operatori sociali, nel 1981. L’impatto iniziale non fu dei più facili: fui collocata da sola in una scuola di Mestre, dove operavano dieci persone con problemi psichiatrici, tutte provenienti dal manicomio di Venezia e quasi tutte con alle spalle circa quarant’anni di reclusione. La loro età media si aggirava sui sessant’anni: persone devastate dalla sofferenza, che però erano sopravvissute. All’inizio il rapporto con la scuola e con il territorio non fu semplice: la presenza di persone provenienti dal manicomio suscitava timori e diffidenze. Con il tempo, però, attraverso il lavoro quotidiano, le relazioni e la condivisione degli spazi, quelle presenze iniziarono a diventare familiari e riconosciute. Furono piccoli ma significativi passaggi, che segnarono l’avvio di un reale percorso di integrazione. Alcune di loro erano state in manicomio perché abbandonate alla nascita e, a quei tempi, quando gli orfanotrofi erano pieni, i più grandi venivano collocati nei manicomi”. La legge è stata indubbiamente un grande atto di civiltà, ma il passaggio dalla chiusura degli ospedali psichiatrici alla costruzione di una reale inclusione non è stato immediato. Anzi, come emerge dal suo racconto, si è trattato di una fase complessa, segnata da un vuoto profondo: “Quando andai all’ospedale psichiatrico di San Clemente a Venezia, ormai dismesso ma ancora aperto, con ricoverati che non potevano uscire definitivamente perché privi di opportunità di inserimento nelle famiglie di origine o in comunità, l’impatto fu devastante. Il gruppo di ex pazienti viveva in condizioni di indecenza, al limite della sopportazione: sotto i letti si trovavano quotidianamente escrementi e mozziconi di sigarette, rifiuti di ogni tipo. Si vedevano persone nude legate nei letti, che piangevano e chiedevano aiuto e, quando mi approcciavo a un’infermiera per sottolineare le situazioni, venivo allontanata in malo modo: non c’era alcuna collaborazione. Mi sottolineavano che avevano la possibilità di uscire e andarsene ma “non sempre quando si aprono le gabbie uno sa dove andare. È stato in quel momento che ho compreso quanto la libertà, da sola, non bastasse: servivano luoghi, relazioni e opportunità concrete perché quelle persone potessero tornare a vivere davvero dentro la società”. In quegli anni ci furono momenti di grande confusione ideologica: da una parte si voleva de-istituzionalizzare le persone, renderle libere; dall’altra, i familiari preferivano la riapertura delle strutture, ritenute più idonee a rispondere ai problemi. È proprio in questo spazio che si inserì il ruolo della cooperazione sociale, chiamata a trasformare un principio in possibilità concreta. “In quegli anni – spiega Baldo – la cooperazione sociale, insieme agli enti più sensibili, iniziò a ricostruire le basi per una nuova storia”. Un lavoro fatto di sperimentazione, relazioni e tentativi, con l’obiettivo di restituire dignità e autonomia a persone escluse per decenni. Il cambiamento non è stato solo organizzativo, ma soprattutto culturale. Le cooperative erano viste come luoghi dove lavoravano “prostitute, matti, nullafacenti”: certamente non persone. Superare questo stigma ha significato costruire, giorno dopo giorno, spazi reali di integrazione, evitando nuovi ghetti e favorendo l’incontro con la comunità. “Nel tempo abbiamo visto persone che per anni erano state considerate solo ‘malati’ tornare a essere lavoratori, colleghi, cittadini riconosciuti nella comunità” – racconta la Presidente – sono stati percorsi lenti, spesso fragili, ma profondamente trasformativi”. Al centro di questo percorso c’è sempre stato il lavoro, inteso come strumento di emancipazione, un principio ancora attuale in un contesto in cui le fragilità si sono moltiplicate. La cooperazione continua a operare in silenzio, intercettando bisogni spesso invisibili e cercando risposte concrete, nonostante difficoltà normative ed economiche. È in questa continuità tra passato e presente che si colloca oggi anche il ruolo del Consorzio CSU Zorzetto: tenere insieme territorio, persone e valori, dando forma a quella visione che, quasi cinquant’anni fa, ha trasformato il modo di intendere la salute mentale e l’inclusione.

Di |2026-04-20T08:46:31+02:00Aprile 20th, 2026|Senza categoria|Commenti disabilitati su 48 anni dalla legge Basaglia: ha aperto i manicomi, ma la vera inclusione è nata costruendo relazioni, lavoro e comunità

Istantanee di una natura resiliente – Mostra fotografica di Simone Zago

Divulghiamo con piacere:

““Finché c’è Luce – Istantanee di una natura resiliente”
Una mostra fotografica di Simone Zago, che attraverso il suo sguardo racconta la forza e la bellezza della natura nel Parco del Delta del Po Veneto.

Simone, a seguito di una disabilità acquisita, ha saputo trasformare una difficoltà in una nuova forma di espressione, dedicandosi con passione alla fotografia e restituendoci immagini cariche di significato e resilienza.

Partner del progetto: APS Futura, Cooperativa Sociale Titoli Minori, Cooperativa Sociale L’Approdo, Consorzio Insieme.

Vi aspettiamo per la presentazione della mostra e l’intervista all’autore:
15 aprile 2026
Ore 18:00
Biblioteca Comunale di Porto Viro (RO) – Sala Veranopolis

Di |2026-04-13T14:09:39+02:00Aprile 13th, 2026|Senza categoria|Commenti disabilitati su Istantanee di una natura resiliente – Mostra fotografica di Simone Zago

Parco Guizza: il verde urbano come infrastruttura tra ambiente, rigenerazione e inclusione

Rigenerare uno spazio urbano verde non significa semplicemente trasformarlo, ma ridefinirne il ruolo all’interno della città e delle sue dinamiche; dare forma ad un luogo che risponde a molteplici funzioni, rendendolo parte attiva della vita quotidiana, capace di incidere sull’ambiente che lo circonda, nelle relazioni tra le persone e sulla qualità reale del vivere urbano. È dentro questa prospettiva che si inserisce il nuovo Parco Guizza di Padova, al centro di un convegno tecnico che venerdì scorso ha riunito amministrazioni, professionisti e realtà del territorio attorno ad un tema sempre più attuale: come possono gli spazi urbani rispondere insieme a bisogni ambientali, sociali e di sviluppo?

Un confronto che ha posto in luce una considerazione spesso sottovalutata: ambiente e società non sono piani separati, ma dimensioni profondamente intrecciate. La rigenerazione urbana, infatti, non riguarda soltanto i luoghi, ma anche le comunità che li abitano e le dinamiche sociali ed ecologiche che li attraversano. In questo scenario, temi come adattamento climatico, cura del territorio, servizi ecologici e qualità degli spazi pubblici si intrecciano con questioni sociali sempre più complesse, fragilità evidenti che richiedono risposte integrate e capaci di guardare oltre i singoli ambiti di intervento.

Dal tema all’azione

A mettere a fuoco questi temi è stato anche il Professore Ezio Da Villa, consigliere di amministrazione del Consorzio CSU Zorzetto, che del suo intervento al convegno dedicato al Parco Guizza ha cercato di tradurre concretamente questa visione, mostrando come ambiente, rigenerazione urbana e dimensione sociale possano intrecciarsi in un unico progetto di ampio respiro etico. “La qualità della vita nelle città – spiega Da Villa – passa sempre più dalla capacità di tenere insieme questi livelli, costruendo interventi che non rispondano a un solo bisogno, ma a più dimensioni contemporaneamente. All’interno di questo quadro, si inserisce il ruolo della cooperazione sociale, chiamata oggi non solo a svolgere servizi e a realizzare interventi, ma anche a contribuire alla gestione e alla cura del territorio”.  In particolare, l’esperienza del parco Guizza che ha visto l’impegno diretto della cooperativa Il Germoglio, aderente a C.S.U Zorzetto, evidenzia come la manutenzione e la realizzazione del verde possano diventare occasioni di evoluzione tecnico-organizzativa e inclusione lavorativa . “I dati legati al cantiere – continua il Professore – raccontano proprio questa dimensione operativa: un lavoro sviluppato nell’arco di sei mesi, nel rispetto dei tempi del contratto, con squadre strutturate e una presenza costante di operatori, tra personale specializzato e persone inserite in percorsi di accompagnamento. Un’organizzazione che ha saputo tenere insieme efficienza realizzativa e attenzione ai percorsi individuali, dimostrando come questi due aspetti possano convivere”. L’intervento si inserisce inoltre in una rete più ampia, quella del consorzio CSU Zorzetto, che coordina diverse cooperative e rappresenta un sistema strutturato capace di dialogare con enti pubblici e soggetti privati. Una dimensione che permette di affrontare progetti complessi, mantenendo allo stesso tempo una forte attenzione all’impatto sociale e occupazionale. Accanto agli aspetti organizzativi, emerge con forza anche il tema delle persone coinvolte. “I percorsi di inserimento – dice Da Villa – riflettono la complessità delle fragilità contemporanee: situazioni molto diverse tra loro, che vanno dalle disabilità alle dipendenze, fino a condizioni più difficili da definire e spesso meno visibili. Una pluralità che richiede interventi flessibili e capacità di adattamento. Questo rimanda a un’evoluzione più ampia del ruolo della cooperazione sociale. Negli ultimi decenni, accanto ai bisogni tradizionali, sono emerse nuove forme di fragilità: più diffuse, più mobili, spesso fuori dai confini delle categorie formali. Persone che non rientrano nei sistemi di tutela, ma che allo stesso tempo non riescono a trovare spazio nel mercato del lavoro”. In questo scenario, il lavoro nei cantieri del verde assume anche una funzione educativa. Non si tratta soltanto di svolgere un’attività produttiva, ma di progettare e poi concretizzare interventi sociali in cui le persone possano sviluppare competenze di base, relazionarsi, acquisire autonomia. Il cantiere diventa così uno spazio di apprendimento concreto, in cui dimensione tecnica e crescita personale si intrecciano. Da qui emerge anche una riflessione più ampia sul valore di questi interventi. I percorsi di inserimento non rappresentano un costo aggiuntivo, bensì un investimento sociale, capace di generare benefici nel medio e lungo periodo. Una prospettiva che richiede il riconoscimento da parte delle stazioni appaltanti, soprattutto quelle pubbliche, a partire da modalità di affidamento, che dovrebbero tener conto non solo dell’efficienza economica – che comunque le cooperative sociali sono in grado di praticare con ottimi risultati –  ma anche dell’impatto sociale che le opere possono generare. Il progetto del Parco Guizza si configura proprio come un esempio pratico di sostenibilità, perché partendo da una visione strategica capace di interpretare le esigenze di una città importante come Padova,  è riuscito a coniugare ambiente, governance e dimensione sociale. Una prospettiva nella quale la rigenerazione urbana diventa occasione per connettere aree verdi e creare corridoi ecologici, favorire la biodiversità, disinquinare l’aria, mantenere la permeabilità dei suoli, drenare acque di pioggia, contenere le temperature di fronte alle crescenti ondate di calore, favorire la fruizione ricreativa di nuovi spazi, ma anche, aspetto niente affatto secondario, generare nuove opportunità di lavoro e di integrazione sociale. Un metodo nuovo e potente  che è in grado di porre in relazione pianificazione territoriale, sviluppo di infrastrutture verdi, socialità, persone e sviluppo veramente sostenibile.

(Articolo a cura di CSU)

Di |2026-04-13T13:24:13+02:00Aprile 13th, 2026|Senza categoria|Commenti disabilitati su Parco Guizza: il verde urbano come infrastruttura tra ambiente, rigenerazione e inclusione
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