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Ma. Ce., dopo Don Dino: ciò che resta e ciò che nasce

Ci sono persone che, dentro una cooperativa, finiscono per diventare qualcosa di più del proprio ruolo. Non sono soltanto presidenti, amministratori, fondatori. Diventano un modo di intendere il lavoro, le relazioni, le persone. Per Ma. Ce, cooperativa sociale associata a C.S.U. Zorzetto, questa persona è stato Don Dino Pistolato. La sua storia è legata anche a quella del Consorzio di cui è stato fondatore e poi presidente dal 1999, in una fase importante della sua crescita. Ma la sua eredità non si misura soltanto nei ruoli ricoperti. Si misura soprattutto nel segno lasciato nelle persone che hanno lavorato con lui e nelle realtà che ha contribuito a costruire. Ma. Ce è una di queste storie. Una cooperativa che nel tempo ha costruito il proprio lavoro attorno a servizi diversi: edilizia, pulizie, facchinaggio, gestione della casa per ferie, raccolta degli indumenti mantenendo però al centro una dimensione che va oltre il servizio svolto, ossia quella del lavoro come possibilità, come strumento di autonomia, come occasione per rimettere in movimento una vita.

Oggi Ma. Ce conta 35 tra soci e dipendenti. Molti arrivano da percorsi di inserimento lavorativo diversi. È dentro questa realtà che Don Dino ha lasciato il suo segno. Non soltanto come figura di riferimento, ma come presenza capace di tenere insieme la dimensione imprenditoriale e quella sociale della cooperativa. Poi, lo scorso Marzo, improvvisamente Don Dino è mancato. La sua scomparsa, in Ma. Ce, ha sconvolto tutti, soprattutto sul piano umano ed emotivo. Perché quando una persona ha attraversato così profondamente la storia di una cooperativa, la sua assenza non è semplicemente un cambiamento nei ruoli: è un vuoto che tutti devono imparare ad abitare. Dopo di lui, è stata eletta Presidente Consuelo Dei Rossi. E forse non è un caso che, in un momento in cui la cooperativa doveva trovare un nuovo equilibrio, la scelta sia caduta su una persona che Ma. Ce l’aveva conosciuta davvero da dentro. Consuelo Dei Rossi ha lavorato al fianco di Don Dino per otto anni e quando racconta il suo percorso, parla prima di tutto di un incontro che le ha cambiato la vita: “Io devo tutto a Ma. Ce perché la Cooperativa ha rappresentato una rinascita”.

È da qui, infatti, che forse bisogna partire per capire il motivo per cui, oggi, quella presidenza non venga vissuta da lei come un peso, nonostante la fatica e il momento delicato, ma come un privilegio. Consuelo non aveva mai pensato di diventare presidente. Non era quello il percorso che aveva immaginato per sé. Ciò che l’ha fatta crescere dentro Ma. Ce, non è stata l’ambizione ma qualcosa di diverso, di più profondo: l’innamoramento per quella realtà, per le persone, per il modo in cui il lavoro poteva diventare uno strumento di cambiamento.

E così ha scelto di conoscere la cooperativa partendo dalle fondamenta.

Ha voluto entrare nei diversi servizi, fare quei lavori, capire direttamente le dinamiche, vedere come si muovevano le cose. Non imparare Ma. Ce dall’alto, ma attraversarla. Conoscerla dal suo punto più concreto, quello in cui il lavoro accade.

È arrivata in alto partendo dal basso, ma quel basso non ha nulla a che vedere con una gerarchia di valore. Significa piuttosto partire da ciò che tiene in piedi una casa prima ancora di occuparsi di come deve essere governata.

Forse è anche per questo che oggi la Presidente sente così fortemente il bisogno di raccogliere ciò che Don Dino ha lasciato. “Voglio portare avanti tutti gli insegnamenti che Don Dino mi ha dato, soprattutto il rispetto della persona e il senso della cooperatività, a tutti i livelli della gestione della cooperativa”. Sono parole, queste, che raccontano una continuità, ma non necessariamente una conservazione. Perché portare avanti un insegnamento significa anche misurarlo con il presente.

Accanto alla Presidente c’è anche un’altra donna, pilastro di Ma. Ce, Lorena Miatto, consigliera d’amministrazione e impiegata amministrativa. È in cooperativa da 33 anni, fin dagli inizi, e rappresenta una memoria concreta della cooperativa e del tempo trascorso con Don Dino. Una fotografia delle due insieme racconta allora qualcosa che va oltre loro stesse: da una parte le origini, dall’altra l’evoluzione. È forse questa la parte più interessante del passaggio di Consuelo: non il fatto che una donna sia diventata Presidente dopo la morte di un uomo che aveva rappresentato così tanto per la cooperativa, ma il modo in cui è arrivata a quel ruolo. Non per successione. Non per ambizione. Ma per appartenenza. “Io non avevo mai pensato di diventare presidente – racconta -è successo. E oggi sento che questo è anche il mio modo di restituire qualcosa a Ma. Ce». Perché Ma. Ce, prima ancora di diventare una responsabilità da amministrare, per lei è stata una possibilità ricevuta. Un’opportunità di crescita personale che oggi si trasforma nella volontà di restituire. La fase che la cooperativa sta vivendo è ancora una fase di assestamento.

La morte di Don Dino ha prodotto soprattutto un’instabilità emotiva, più che strutturale. Il lavoro è continuato, i servizi hanno continuato a funzionare, le persone hanno continuato a fare la propria parte. Ma dentro quella continuità è rimasto il bisogno di elaborare un’assenza.

La Presidente non nasconde questa fase, ma allo stesso tempo non sembra volerla trasformare in una parentesi da attraversare tornando poi semplicemente a ciò che c’era prima. È aperta alle nuove visioni, alle nuove sfide, a quello che Ma. Ce potrà diventare. Ed è forse qui che il titolo trova il suo senso: ciò che resta e ciò che nasce.

Resta Don Dino, con il suo modo di intendere la persona, il lavoro e la cooperazione. Restano le persone che hanno costruito Ma. Ce, come Lorena.

Resta una storia che non può essere sostituita né replicata. Ma nasce anche qualcosa di nuovo. Una presidente che quella presidenza non aveva mai cercato. Una visione che si è formata lentamente, dentro i servizi e dentro il lavoro. Perché una cooperativa non è mai soltanto quella persona che l’ha fondata o guidata per anni. È ciò che quella persona riesce a lasciare negli altri. E probabilmente il modo più autentico di continuare una storia non è cercare di essere all’altezza di chi ci ha preceduto.

Ma far sì che ciò che ci ha insegnato continui a generare qualcosa che ancora non esiste.

Di |2026-09-04T08:38:57+02:00Settembre 4th, 2026|Senza categoria|Commenti disabilitati su Ma. Ce., dopo Don Dino: ciò che resta e ciò che nasce

LA FINESTRA DI CSU – 17 SETTEMBRE 2026 ORE 17:30 FORTE MARGHERA

Il 17 settembre alle ore 17.30, a Forte Marghera, Mestre (VE) – Sala A prende avvio

La Finestra di CSU – dialoghi, sguardi, visioni” 

un nuovo ciclo di appuntamenti dedicato al confronto e alla riflessione sul presente.

Una rassegna di incontri che nasce con l’intento di mettere in dialogo persone, idee e temi, intrecciando prospettive diverse per osservare più da vicino il nostro tempo,

i luoghi che abitiamo e le trasformazioni che li stanno attraversando.

Il primo appuntamento sarà con Gaetano Sateriale, con il quale parleremo di città e territori. In particolare, di rigenerazione urbana e sociale, a cominciare dal suo libro 
Ripartire dalle città. Per uno sviluppo sostenibile dell'economia, della società, dell'ambiente.


Gli incontri sono aperti alla cittadinanza

     

Qualche nota su Gaetano Sateriale

Ferrarese, dopo gli studi in Scienze politiche entra nella CGIL, maturando diverse esperienze nelle strutture regionale e nazionale, dove si occupa in particolare di industria, contrattazione e politiche del lavoro.

La scelta di Sateriale nasce dal suo lungo impegno sui temi della rigenerazione e dello sviluppo sostenibile. La sua idea va oltre la semplice trasformazione fisica degli spazi: rigenerare significa rimettere al centro le persone, i loro bisogni e le loro relazioni, ricostruendo intorno ai luoghi servizi, opportunità, lavoro, partecipazione e qualità dell’abitare. Una prospettiva nella quale rigenerazione urbana, sociale, economica e ambientale diventano dimensioni di uno stesso processo: rendere le comunità nuovamente capaci di futuro.

Nel 1999 viene eletto sindaco di Ferrara e riconfermato nel 2004, rimanendo alla guida della città fino al 2009. Sono dieci anni nei quali l’esperienza sindacale si confronta con la complessità dell’amministrazione urbana: sviluppo, urbanistica, servizi, ambiente, cultura, lavoro e rapporto con la comunità.

Terminata l’esperienza amministrativa, torna alla CGIL nazionale, partecipando anche alla costruzione del Piano del Lavoro.

Negli anni successivi il suo interesse si concentra sempre più sui temi dello sviluppo sostenibile, della qualità urbana e della rigenerazione dei territori. A questo percorso civile e professionale si accompagna una significativa attività di scrittura.

 

                         

Di |2026-08-31T09:07:49+02:00Agosto 31st, 2026|Senza categoria|Commenti disabilitati su LA FINESTRA DI CSU – 17 SETTEMBRE 2026 ORE 17:30 FORTE MARGHERA

Dai luoghi alle comunità: il senso della rigenerazione

Ci sono parole che, nel tempo, abbiamo imparato a separare: lavoro, welfare, territorio, ambiente, comunità. Eppure esiste un termine capace di rimetterle insieme: rigenerazione. Rigenerare non significa semplicemente recuperare ciò che è stato abbandonato, né limitarsi a trasformare uno spazio, un edificio o un quartiere. Significa restituire vita a qualcosa che l’ha perduta, riconoscere bisogni nuovi, ricostruire relazioni e creare le condizioni perché un territorio possa tornare a produrre benessere. E’ una trasformazione che parte dai luoghi, ma che inevitabilmente arriva alle persone. Ed è anche il punto di partenza del primo incontro de “La Finestra di C.S.U”, il nuovo progetto di approfondimento del Consorzio, che nasce per mettere in dialogo il mondo della cooperazione con pensieri, esperienze e prospettive capaci di leggere la società oltre i confini del proprio lavoro. A dare avvio a questo percorso sarà, il 17 Settembre alle ore 17.30 a Forte Marghera, Gaetano Sateriale, per oltre trent’anni dirigente della Cgil e poi sindaco di Ferrara per due mandati, oggi impegnato sui temi della sostenibilità e della rigenerazione dei territori. Il confronto partirà dal suo libro “Ripartire dalle città”, scritto con Fabrizio Ricci, che propone una riflessione sulla necessità di ripensare lo sviluppo delle città tenendo insieme sostenibilità ambientale, economica e sociale e rafforzando la coesione delle comunità.  Ma proprio da qui il discorso può allargarsi.

Perché se una città può essere rigenerata, bisogna chiedersi se può essere rigenerata anche una comunità?

E se rigenerare un territorio significa intervenire sui luoghi in cui le persone vivono, lavorano e si incontrano, quanto può essere importante intervenire anche sulle relazioni, sui servizi, sulle opportunità e sulle condizioni che permettono alle persone di sentirsi parte di quel territorio?

Sono domande, queste, che riguarda da vicino il mondo della cooperazione.

Le cooperative, infatti, lavorano spesso proprio là dove una rigenerazione diventa necessaria: nei servizi, nell’inclusione lavorativa, nella cura dell’ambiente e degli spazi, nella risposta alle fragilità, nella costruzione di opportunità. Non si limitano a gestire un bisogno: cercano di trasformarlo in una possibilità.

Ed è proprio questo il significato più interessante della parola rigenerazione: non tornare a ciò che c’era prima, ma creare le condizioni perché qualcosa possa tornare a vivere in una forma nuova. In questa prospettiva, la rigenerazione urbana diventa anche rigenerazione sociale. Recuperare uno spazio significa restituirgli una funzione; recuperare una relazione significa restituire a una persona un posto dentro la comunità. Riqualificare un territorio significa anche interrogarsi su chi lo abita, su quali opportunità offre, su chi rischia di rimanerne escluso. È un ragionamento che attraversa molti dei temi su cui Sateriale ha lavorato negli anni: il welfare, il lavoro, la sostenibilità, la prossimità dei servizi, la partecipazione e il rapporto tra bisogni delle persone e trasformazione dei territori. Nel suo approccio alla rigenerazione, infatti, il punto di partenza sono proprio i bisogni delle persone e del territorio, da affrontare attraverso servizi e interventi costruiti in una logica di prossimità.

Anche il lavoro entra così dentro una visione più ampia. Non soltanto occupazione, ma strumento attraverso cui le persone possono costruire autonomia, competenze e cittadinanza. Sateriale ha parlato, per esempio, della necessità di considerare il lavoro come una possibilità attraverso cui acquisire pienamente i diritti di cittadino.

E allora la domanda diventa ancora più grande: che cosa significa rigenerare una società?

Forse significa smettere di considerare separati problemi che invece sono profondamente connessi. L’ambiente non è qualcosa di diverso dal welfare. Il lavoro non è separato dall’inclusione. La qualità degli spazi in cui viviamo influenza la qualità delle relazioni che possiamo costruire. E la sostenibilità non può essere soltanto ambientale se non è anche economica e sociale.

Proprio questa la prospettiva che C.S.U vuole portare dentro La Finestra: partire da un tema concreto per aprire una riflessione più ampia.

Perché rigenerare non è soltanto cambiare ciò che vediamo. È cambiare le condizioni che permettono a una comunità di vivere, crescere e riconoscersi.

E’ tornare a prendersi cura di ciò che abbiamo, prima che sia troppo tardi per farlo.

Di |2026-08-28T13:22:02+02:00Agosto 28th, 2026|Senza categoria|Commenti disabilitati su Dai luoghi alle comunità: il senso della rigenerazione

La Finestra di CSU: comunicare per aprire nuovi sguardi.

Negli ultimi mesi la comunicazione di CSU ha intrapreso una nuova direzione: raccontare più da vicino le cooperative, ma anche allargare lo sguardo ai temi che attraversano il mondo della cooperazione, del lavoro e della comunità. Da questa evoluzione nasce La Finestra di CSU, un progetto che vuole trasformare la comunicazione in uno spazio di confronto, approfondimento e nuove idee. A raccontarci questo cambio di passo è il direttore del consorzio Lorenzo Montagni.

Direttore, perché avete scelto di cambiare il modo di comunicare in CSU?

Direi innanzitutto che abbiamo ricominciato a comunicare. E, nel farlo, probabilmente questo cambio di passo è collegato al fatto che abbiamo cambiato il modo di vederci e di collocarci rispetto alla società e alla comunità in cui siamo. Comunicare significa anche interrogarsi sul ruolo che si occupa e sul modo in cui ci si presenta all’esterno. Non è quindi soltanto una questione di strumenti o di linguaggio: è il segno di una consapevolezza diversa. E questo significa anche accettare che la comunicazione non sia soltanto il modo attraverso cui facciamo conoscere ciò che siamo: può diventare uno strumento per capire meglio ciò che siamo, attraverso il modo in cui gli altri ci guardano. È un passaggio importante, perché raccontarsi significa anche mettersi in relazione e, in qualche misura, mettersi in discussione. Significa interrogarsi sul ruolo che si occupa e sul modo in cui ci si presenta all’esterno. Se cambia il modo in cui guardiamo il mondo che ci circonda, deve cambiare anche il modo in cui scegliamo di raccontarlo.

Perché una realtà come CSU dovrebbe occuparsi anche di ciò che accade fuori dai propri confini?

Credo che quando una realtà come CSU decide non solo di raccontarsi, ma di diventare anche uno spazio di riflessione e confronto, cambi il modo stesso di ascoltarsi e di comprendere ciò che si è, dentro la complessità in cui si vive. CSU è un’azienda che partecipa ad appalti, è un raggruppamento di altre aziende, rappresenta istanze legate alla socialità e all’inclusione, ma è anche un soggetto di questo territorio, profondamente inserito nella società in cui opera. Per questo può accogliere riflessioni che, partendo dalla propria esperienza, possono diventare importanti anche per una riflessione comune. Una realtà che vive dentro una comunità non può limitarsi a raccontare ciò che fa: deve anche provare a capire ciò che sta accadendo intorno a sé. E questo significa soprattutto ascoltare. Ascoltare il territorio, le persone, i cambiamenti, le domande che emergono e anche quelle che ancora non hanno trovato una voce. La comunicazione, in questo senso, non è più soltanto uno strumento per arrivare agli altri, ma diventa un modo per essere più dentro la realtà in cui si opera.

Con La Finestra di CSU entrano in gioco incontri e protagonisti anche esterni al mondo della cooperazione. Che cosa vorreste che accadesse attraverso questo progetto?

Con La Finestra di CSU entrano certamente in gioco protagonisti esterni al mondo della cooperazione, ed è proprio questo uno degli elementi che vorremmo desse senso al progetto. È un livello diverso: non è soltanto la narrazione che CSU fa di sé e delle proprie attività, ma è CSU insieme ad altri soggetti che ragiona su alcuni temi che naturalmente riguardano anche la sua attività e la sua identità, ma che allo stesso tempo riguardano il mondo in cui CSU è inserita. Vorremmo quindi creare uno spazio nel quale punti di vista differenti possano incontrarsi senza la necessità di arrivare necessariamente a una posizione comune. Il valore sta anche nella possibilità di mettere in relazione mondi che normalmente non si incontrano, perché è proprio dall’incontro tra esperienze diverse che possono nascere letture nuove della realtà. Una finestra, per sua natura, non serve a guardare sempre nella stessa direzione: apre un punto di vista sul mondo. E soprattutto permette di vedere qualcosa che prima non vedevamo, semplicemente perché non avevamo ancora aperto quella finestra.

I temi che affronterete saranno molto diversi tra loro. Qual è però il filo che li unirà?

I temi che stiamo pensando saranno diversi e saranno diversi anche gli interlocutori. Non vogliamo porre pregiudizi o preclusioni nella scelta delle persone: cerchiamo interlocutori che possono essere intellettuali, politici, persone che fanno parte del nostro mondo o anche persone qualsiasi, purché possano portare un contributo a un dibattito. Il filo comune sarà quello che dicevamo prima: la comunità e la società in cui viviamo. Presumibilmente ci sarà sempre un filo comune in qualche maniera sociale, ma in un’accezione molto estesa, molto ampia. Anche un tema come la parità di genere, per esempio, è un tema sociale. Così come lo sono la sostenibilità, il lavoro, l’ambiente e tutte quelle questioni che attraversano la vita delle persone e delle comunità. Il sociale, quindi, non è un recinto dentro cui stare: è una lente attraverso cui guardare la società nel suo insieme. Significa non considerare questi temi come compartimenti separati, ma provare a cogliere le relazioni che li legano. Una questione ambientale può avere conseguenze sociali, il lavoro riguarda l’autonomia delle persone, la parità di genere riguarda il modo in cui una comunità costruisce le proprie opportunità. È questa complessità che ci interessa raccontare.

Che cosa significa, per CSU, diventare anche un luogo in cui far nascere domande oltre che raccontare risposte?

Per CSU diventare un luogo in cui far nascere domande, oltre che raccontare risposte, significa dare terreno e dare uno dei propri significati, uno dei propri scopi, a una caratteristica che ci appartiene. Un luogo come CSU è, per definizione, un luogo in cui devono nascere domande e riflessioni, sguardi e dialoghi che poi possono portare ad azioni comuni. Significa quindi dare una risposta a una delle nostre caratteristiche, a una delle nostre connotazioni: quella di essere anche un luogo di domande, di confronto e di costruzione di pensiero. Ma una domanda ha valore soprattutto quando non rimane soltanto una domanda. Può mettere in discussione un’abitudine, aprire un confronto, far emergere un bisogno o suggerire una possibilità che prima non avevamo considerato. Per questo crediamo che la comunicazione possa avere anche una funzione generativa: non soltanto spiegare ciò che esiste, ma contribuire a creare le condizioni perché qualcosa di nuovo possa essere pensato. A volte il primo passo per far crescere una comunità non è trovare una risposta, ma avere il coraggio di porre una domanda nuova.

E infine: che cosa vorreste che una persona trovasse aprendo “La Finestra di CSU”?

Vorremmo che una persona trovasse, partecipando alle nostre “Finestre”, un momento di approfondimento lieto, libero da connotazioni e aperto al confronto. Ma soprattutto vorremmo che non fosse semplicemente spettatore, ma potesse uscire da un incontro con qualcosa in più: una domanda, un’idea, un punto di vista diverso, magari anche un dubbio. Perché non sempre un incontro deve produrre una risposta immediata. A volte il suo valore sta nel modificare, anche solo di poco, il modo in cui guardiamo una questione. Non semplicemente un contenuto in più, dunque, ma un punto da cui guardare un po’ più lontano. E se quella nuova prospettiva riuscirà anche solo a generare una domanda che prima non c’era, allora avremo aperto davvero una finestra.

Di |2026-08-21T08:55:25+02:00Agosto 21st, 2026|Senza categoria|Commenti disabilitati su La Finestra di CSU: comunicare per aprire nuovi sguardi.

Oltre le barriere invisibili: vivere, lavorare e sentirsi cittadini

C’è una differenza importante tra rendere accessibile un luogo e permettere davvero a qualcuno di sentirsi parte di quel luogo. L’accessibilità apre una porta; l’inclusione invita ad attraversarla, a fermarsi, a vivere quello spazio come tutti gli altri.

È anche da questa idea che prende forma il progetto “Turismo sociale inclusivo”, un’esperienza che negli anni ha ampliato il proprio significato: non soltanto rendere le vacanze e i luoghi turistici più accessibili alle persone con disabilità, ma creare occasioni concrete di autonomia, lavoro, relazione e partecipazione alla vita della comunità. Il progetto muove i suoi primi passi circa quattordici anni fa a Jesolo, dove l’esperienza era inizialmente concentrata sul lavoro nelle spiagge. Da allora il percorso si è sviluppato, coinvolgendo progressivamente altri territori e ampliando i propri obiettivi: dai tirocini alla formazione, dall’accessibilità dei luoghi alla possibilità per le persone con disabilità di sperimentare  vere esperienze di autonomia.  L’ultima esperienza ha portato a Venezia quattro giovani, di età compresa tra i 22 e i 35 anni, per un mese vissuto lontano da casa, insieme, con un obiettivo preciso: sperimentare una quotidianità il più possibile autonoma, fatta di lavoro, spostamenti, tempo libero e scoperta della città. L’esperienza veneziana nasce dalla collaborazione tra servizi, istituzioni e realtà del Terzo Settore. Sono stati coinvolti l’Ulss 3 Serenissima, il Comune di Venezia e la cooperativa sociale Titoli Minori, aderente al Consorzio Insieme, prossimo alla fusione con il Consorzio C.S.U. Zorzetto. Ed è proprio questa rete, fatta di competenze, relazioni e responsabilità condivise, a rendere possibile un progetto che non si esaurisce nell’arco di un singolo mese, ma può diventare un’occasione concreta di crescita e di continuità.

Dal tema al vissuto

Dal 1° al 31 luglio, Pietro, Alessio, Gianluca e Mattia hanno abitato Venezia da cittadini. Prima in un appartamento affacciato sulla basilica del Redentore, poi in una seconda casa a San Francesco della Vigna. Al mattino hanno svolto attività di tirocinio lavorativo in quattro realtà diverse: uno di loro è stato inserito in uno stabilimento balneare, uno ha svolto il proprio percorso in un ostello privato, uno al Conad e uno presso una cooperativa sociale del Consorzio Csu Zorzetto, dove il tirocinio è stato successivamente prorogato e si sta valutando anche la possibilità di un’assunzione.

Il pomeriggio, invece, era il momento per vivere la città: visitare musei e monumenti, praticare sport, stare all’aria aperta, andare al Lido e partecipare a esperienze culturali, dal concerto dell’orchestra del Teatro La Fenice dedicato a Ennio Morricone alla visita al cimitero di San Michele.

Non una vacanza organizzata per loro, dunque, ma un’esperienza costruita con loro.

Ed è forse proprio qui che il progetto mostra il suo valore più profondo. Perché l’autonomia non coincide soltanto con il saper fare qualcosa da soli. Significa poter scegliere, assumersi responsabilità, confrontarsi con situazioni nuove e scoprire che anche una difficoltà quotidiana può diventare parte di un percorso di crescita.

“Venezia si è dimostrata una città assolutamente inclusiva – racconta Massimo Mantoan, presidente del Consorzio Insieme – nonostante la sua particolare complessità e le difficoltà che può presentare negli spostamenti e nella fruizione degli spazi. E lo è stata non soltanto sul piano dell’accessibilità fisica, ma soprattutto nella capacità di superare quelle che sono le barriere invisibili. Quelle che di fatto sono le più difficili da misurare, perché riguardano gli atteggiamenti, il modo in cui le persone vengono accolte e la possibilità di sentirsi davvero parte di un luogo. In questo mese cittadini e turisti hanno dimostrato grande disponibilità e comprensione. In particolare vogliamo ringraziare il personale di Actv, che ci ha accompagnato e aiutato concretamente nel corso di questa esperienza.”

Il valore del progetto sta proprio nella possibilità di spostare il punto di vista. Non guardare prima alla disabilità e poi alla persona, ma fare il percorso inverso: mettere la persona al centro e lasciare che siano le sue capacità, i suoi desideri e le sue possibilità a definire il percorso. È un cambiamento culturale prima ancora che organizzativo. E Venezia, con la sua complessità, i suoi ponti, le sue calli e quella struttura che può sembrare quasi un labirinto anche a chi la conosce, diventa in questo senso una palestra straordinaria di autonomia. “Il vero obiettivo che abbiamo raggiunto – continua Mantoan – è proprio questo: l’autonomia. Venezia non è una città semplice da vivere, e proprio per questo affrontarla significa sviluppare coraggio, imparare a muoversi, prendere decisioni e avere fiducia nelle proprie possibilità. Il risultato più bello è vedere questi ragazzi acquisire maggiore sicurezza e comprendere di avere tante abilità che vanno oltre la loro disabilità”. Anche il territorio, così, cambia prospettiva. Una spiaggia accessibile, un museo visitabile, un servizio capace di accogliere tutti non sono semplicemente strutture “a norma”: diventano luoghi nei quali le differenze possono incontrarsi senza che una persona debba rinunciare alla propria autonomia. La storia di questi quattro ragazzi racconta proprio questo passaggio. Perché vivere per un mese in una città come Venezia significa molto più che dormire fuori casa o partecipare a un tirocinio. Significa imparare a muoversi in un ambiente nuovo, costruire relazioni, organizzare il proprio tempo, confrontarsi con gli altri e, soprattutto, sperimentare una possibilità: quella di essere cittadini a tutti gli effetti. Ed è forse questo il senso più autentico del turismo sociale inclusivo: non costruire esperienze speciali per persone speciali, ma creare le condizioni perché ciascuno possa vivere esperienze autentiche, dentro una comunità che sappia accogliere le differenze come parte della propria normalità.

Perché una città davvero inclusiva non è quella in cui tutti trovano un posto predisposto per loro. È quella in cui tutti possono trovare il proprio posto.

Di |2026-08-14T09:02:28+02:00Agosto 14th, 2026|Senza categoria|Commenti disabilitati su Oltre le barriere invisibili: vivere, lavorare e sentirsi cittadini

Entrare nel mondo degli altri: quando la strada diventa il primo luogo della fiducia

Ci sono incontri che avvengono dentro un ufficio. E ce ne sono altri che possono nascere soltanto su una panchina, all’uscita di una scuola, in un parco, davanti a un campetto dove un gruppo di ragazzi trascorre il pomeriggio.

È da questi luoghi che comincia il lavoro degli operatori di strada.Un lavoro che, prima ancora di offrire risposte, sceglie di fare una cosa molto più difficile: entrare nel mondo degli altri. Negli ultimi anni si parla molto del disagio giovanile. Si parla di isolamento, di dipendenze, di abbandono scolastico, di fragilità psicologica. Più raramente ci si domanda quale sia il modo giusto per incontrare questi ragazzi. Perché chi vive una difficoltà di rado entra spontaneamente in un servizio. Molto più spesso aspetta, magari senza saperlo, che sia qualcuno ad attraversare la distanza che lo separa dagli altri. È il principio della prossimità, uno dei cardini dell’educativa di strada: non chiedere alle persone di raggiungere il servizio, ma fare in modo che sia il servizio a raggiungere loro. Non per sostituirsi alle famiglie o alla scuola, ma per costruire un ponte tra i ragazzi e le opportunità presenti sul territorio. Dal 2016 è questa la missione che accompagna gli operatori di strada della cooperativa Coges Don Milani, associata al Consorzio C.S.U. Zorzetto. Oggi diciotto educatori operano in diversi territori della provincia di Venezia lavorando in stretta collaborazione con amministrazioni comunali e ULSS. Viaggiano sempre in coppia. Non perché il loro compito sia controllare i ragazzi. Ma perché il loro lavoro è stare accanto.

Dal tema alla visione

“La prima cosa che fanno – racconta Irene De Marzi, Referente dell’Ambito Prossimità per l’Area Giovani e Promozione del Benessere di Coges – è molto diversa da quello che ci si potrebbe aspettare. Non chiedono ai ragazzi di salire nel loro mondo, di adattarsi allo sguardo degli adulti o di ascoltare qualche buon consiglio. Sono loro, piuttosto, a compiere il percorso opposto: scelgono di entrare nel mondo dei ragazzi. Un gesto che richiede, prima di tutto, umiltà”. Quell’umiltà di cui scriveva il sociologo Franco Cassano, capace di mettere da parte la pretesa di sapere già, per riconoscere che l’altro ha qualcosa da insegnarci prima ancora di essere educato. “Gli operatori di strada – continua la Referente – non arrivano con risposte confezionate. Si presentano, spiegano chi sono e perché sono lì. Poi aspettano. Giocano una partita a pallone, parlano di musica assieme a loro. Si siedono su una panchina. Ascoltano. Solo così possono conoscere davvero il territorio dei ragazzi, le loro fragilità, ma anche le loro risorse, i loro linguaggi e le loro aspirazioni. Solo così, dopo, possono immaginare insieme un percorso”.

È un lavoro che non ha tempi prestabiliti. Non esiste un appuntamento obbligatorio.

Non esiste una direzione imposta. La relazione nasce soltanto se entrambe le parti decidono di costruirla. Ed è forse proprio questa libertà a renderla così autentica.

“Dopo una prima diffidenza – racconta De Marzi – accade spesso qualcosa che ribalta ogni aspettativa. Sono gli stessi ragazzi a ricontattare gli operatori attraverso WhatsApp o i social. Chiedono di rivedersi. Di parlare. Di raccontare quello che stanno vivendo”. È un dato che colpisce soprattutto dopo gli anni della pandemia.

Molti hanno raccontato il Post Covid come il tempo che ha tolto umanità e voglia di relazione alle persone. L’esperienza degli operatori di strada mostra anche un’altra faccia della realtà: quei ragazzi non hanno smesso di cercare la socialità. Hanno semplicemente bisogno di luoghi e adulti con cui poterla costruire. I gruppi sono diventati più piccoli. Ma il bisogno di essere ascoltati è forse ancora più grande.

Da questa relazione nascono spesso anche esperienze condivise come Open Park, uno dei progetti estivi promossi da Coges. Nei parchi pubblici educatori e ragazzi organizzano giochi, musica, laboratori e momenti di aggregazione aperti al territorio. Occasioni semplici, ma preziose, che trasformano uno spazio pubblico in un luogo di incontro, facendo della socialità uno strumento concreto di prevenzione, partecipazione e crescita. Accanto all’ascolto c’è poi il lavoro educativo vero e proprio. Gli operatori orientano i ragazzi verso le opportunità del territorio, promuovono attività di gruppo, contrastano l’abbandono scolastico e cercano di intercettare precocemente situazioni di disagio legate all’uso di sostanze, alla solitudine o alla marginalità. Quando emergono situazioni più complesse, la rete costruita con i servizi permette di accompagnare i giovani verso percorsi specialistici, anche all’interno della stessa Coges, che da anni opera nell’ambito delle dipendenze.

Ma Irene, quando le si chiede quale sia la sua più grande “vittoria”, non parla di numeri. Racconta una storia. Quella di un giovane di seconda generazione che non si sentiva né italiano né straniero. Aveva conosciuto il bullismo, il senso di esclusione e, a un certo punto, anche la dipendenza dalle sostanze. Eppure custodiva un sogno: diventare cantante. Per sette anni gli operatori hanno camminato accanto a lui. Non è stato un percorso lineare. Ci sono stati momenti difficili, fatti di scelte sbagliate, ricadute e nuove ripartenze. Ma una cosa non è mai venuta meno: il legame costruito con gli operatori stessi. Come se avesse sempre saputo che, su quella panchina, in quel parco o in quella strada, avrebbe trovato qualcuno disposto ad aspettarlo. Ad ascoltarlo. Senza giudicarlo e senza smettere di credere nelle sue possibilità, anche quando lui faceva più fatica a credere in se stesso. Oggi quel ragazzo ha lasciato le sostanze. E il suo sogno è diventato realtà: fa il cantante.

“Ci chiama ancora per raccontarci i suoi progetti e i suoi successi – dice Irene con un sorriso che parte dal cuore – certo, non succede sempre. Ci sono storie che non riescono a cambiare come vorremmo. Fa parte del nostro lavoro. Ma quando, dopo anni, incontri un ragazzo e capisci che quel tempo trascorso insieme ha contribuito a costruire il suo futuro, allora comprendi che ogni pomeriggio passato su una panchina aveva un senso”.

Di |2026-08-07T08:31:41+02:00Agosto 7th, 2026|Senza categoria|Commenti disabilitati su Entrare nel mondo degli altri: quando la strada diventa il primo luogo della fiducia

Mettere radici per continuare a crescere.

Quarant’anni sono un traguardo che invita a fare memoria del cammino percorso. La cooperativa sociale Il Gruppo ETS ha scelto di festeggiarli con lo sguardo rivolto al futuro, facendosi un regalo che vale molto più di un anniversario: la sua prima sede di proprietà, in via Castellana 93 Ter a Mestre. Più che un edificio, è una “casa”: un luogo che esprime il desiderio di mettere radici senza smettere di crescere. E le radici, per una cooperativa che da quarant’anni vive ogni giorno il verde, gli alberi e il legno, non sono soltanto un’immagine. Sono quasi un modo di essere. Perché chi lavora con gli alberi sa che le radici non servono a trattenere una pianta, ma a darle la forza di continuare a crescere. È da queste radici che continua a crescere una realtà che, da quarant’anni, crea opportunità di inclusione attraverso il lavoro.

La storia della cooperativa comincia nel 1986. Un gruppo di genitori, sostenuto dall’intera comunità di Campalto, sceglie di trasformare un bisogno sociale in un progetto concreto: creare un luogo in cui il lavoro diventi occasione di inclusione e di riscatto per le persone in condizione di svantaggio, in particolare per chi conclude un percorso di recupero dalla tossicodipendenza. È da quella intuizione che nasce Il Gruppo. Quella visione non è mai cambiata. Negli anni si sono evolute le attività, sono cresciute le competenze e si sono moltiplicati i servizi, ma è rimasta la stessa convinzione: il lavoro può essere uno strumento capace di restituire autonomia, dignità e futuro alle persone. Oggi la cooperativa conta una trentina tra soci e dipendenti e opera nella manutenzione del verde, nella progettazione e cura di parchi e giardini, nella falegnameria, nell’installazione e manutenzione di aree gioco e arredo urbano, nei lavori di carpenteria, nei piccoli interventi edili e in numerosi altri servizi. Attività diverse tra loro, ma accomunate dalla stessa idea: prendersi cura degli spazi significa, prima ancora, prendersi cura delle persone.

C’è però un materiale che racconta meglio di ogni altro l’identità della cooperativa.

Il legno. Per Il Gruppo ETS, non è semplicemente una materia prima. È parte della propria storia. Nella falegnameria prende forma il lavoro quotidiano, e nelle mani del presidente Gabriele Zornetta quel legno continua a vivere anche oltre la sua funzione originaria. Dagli scarti nascono tavoli, complementi d’arredo, oggetti e vere e proprie opere artigianali, realizzate valorizzando ciò che altri considererebbero materiale da eliminare. Per Zornetta il rapporto con il legno nasce molto prima della cooperativa. Aveva appena tredici anni quando ha iniziato a lavorarlo e da allora non ha mai smesso. Ancora oggi c’è un profumo che riesce a riportarlo a quel ragazzo: quello del legno appena tagliato. Un odore che non racconta soltanto un mestiere, ma il tempo. Perché il legno custodisce la memoria degli anni, delle stagioni, del vento e della pioggia che hanno attraversato l’albero da cui proviene. Lavorarlo significa entrare in dialogo con quella storia senza cancellarla. Ogni venatura è una traccia, ogni nodo un frammento di vita. E forse è proprio questo il fascino del legno: la possibilità di trasformarlo senza fargli perdere la sua anima.

È un modo di guardare il legno che racconta molto della cooperativa stessa. Saper riconoscere valore dove altri vedono soltanto uno scarto. Dare una nuova possibilità, una nuova forma, una nuova vita. Un principio che appartiene al legno, ma che da quarant’anni appartiene soprattutto alle persone.

Da questa esperienza nasce anche la riflessione del presidente.

“Il legno insegna l’umiltà. Ti ricorda che ogni tronco ha una storia diversa, che ogni venatura racconta il tempo che ha attraversato e che la forza non sta nella rigidità. Sta nella capacità di piegarsi senza rompersi. Se provi a forzarlo, si spezza. Se impari a conoscerlo e a rispettarlo, scopri quanto può essere resistente. Credo che anche una cooperativa debba essere così. In quarant’anni siamo cambiati tante volte, ci siamo adattati ai bisogni del territorio, abbiamo accolto nuove sfide e nuovi lavori, senza perdere la nostra identità. Come un albero, puoi crescere in tante direzioni, ma solo se le radici restano profonde.» La nuova sede racconta proprio questo.

Non è soltanto un edificio da inaugurare, ma una casa da vivere. Uno spazio pensato per le persone, dove il lavoro si intreccia con la condivisione. Accanto agli ambienti operativi trova posto anche un piccolo orto a disposizione dei dipendenti e dei soci, nato per coltivare relazioni oltre che prodotti, perché una cooperativa cresce anche attraverso i momenti quotidiani vissuti insieme.

Ma questa nuova casa è soprattutto il punto di partenza per i progetti dei prossimi anni. La visione è quella di diventare anche vivaio, affiancando alla manutenzione del verde la coltivazione delle piante. La richiesta è già stata presentata alla Regione Veneto.  Accanto allo sviluppo delle attività continua anche quello della cultura organizzativa. Pur operando in settori tradizionalmente considerati maschili, Il Gruppo ha ottenuto la certificazione per la parità di genere e guarda al futuro con l’obiettivo di coinvolgere sempre più donne nei propri mestieri, nella convinzione che non esistano lavori da uomini o da donne, ma talenti e competenze da valorizzare.

Quarant’anni, allora, non rappresentano un punto di arrivo.

Rappresentano la conferma che una cooperativa può continuare a crescere Proprio come il legno conserva la memoria dell’albero da cui proviene anche quando assume una forma nuova, Il Gruppo ETS guarda avanti senza perdere ciò che lo ha reso quello che è. Ogni nuovo progetto nasce da questa storia e apre possibilità nuove. E’ questo, forse, il significato più autentico del mettere radici.

Di |2026-07-31T08:47:32+02:00Luglio 31st, 2026|Senza categoria|Commenti disabilitati su Mettere radici per continuare a crescere.

Le differenze non sono un problema, le disuguaglianze si.

Quando si parla di parità di genere il dibattito si concentra quasi sempre sui numeri: quante donne ai vertici delle aziende, quante nei consigli di amministrazione, quanto divario salariale esiste ancora. Indicatori fondamentali, certo. Ma c’è una dimensione della disuguaglianza molto più difficile da misurare, perché si nasconde nei gesti quotidiani, nelle aspettative e perfino nelle parole che utilizziamo.

Gli stereotipi di genere raramente si presentano oggi in forme esplicite. Più spesso agiscono in modo silenzioso. Sono quelle convinzioni che portano ancora ad associare alcune professioni agli uomini e altre alle donne, a considerare “naturale” che determinati compiti familiari ricadano soprattutto sulle lavoratrici o a giudicare diversamente gli stessi comportamenti a seconda di chi li mette in pratica.

È ciò che gli psicologi definiscono bias cognitivi: scorciatoie mentali che ci aiutano a interpretare la realtà, ma che spesso finiscono per rafforzare pregiudizi e modelli culturali ereditati. Non si tratta necessariamente di cattiva volontà. Anzi, proprio perché sono inconsapevoli, questi meccanismi sono più difficili da riconoscere e superare. Per questo oggi parlare di parità non significa soltanto garantire gli stessi diritti sulla carta. Significa interrogarsi sulla cultura delle organizzazioni, sul linguaggio che utilizziamo ogni giorno e sulla capacità di costruire ambienti di lavoro in cui ciascuna persona possa esprimere il proprio talento senza essere condizionata da aspettative legate al genere. La vera sfida, dunque, non è dimostrare che uomini e donne siano uguali. È fare in modo che le differenze non si trasformino mai in disuguaglianze.

Dal tema alla visione

È da questa convinzione che nasce la scelta di Mimosa Cooperativa Sociale, associata al Consorzio C.S.U Zorzetto, di ottenere la certificazione UNI/PdR 125:2022, lo standard che attesta l’impegno delle organizzazioni nella promozione della parità di genere attraverso politiche concrete e misurabili.

Per la Cooperativa non si tratta di un punto di arrivo né di un riconoscimento da esibire, ma della naturale evoluzione di un percorso iniziato molti anni fa, fatto di attenzione alle persone, qualità organizzativa e miglioramento continuo. Dopo le certificazioni dedicate alla qualità dei servizi e alla gestione ambientale, la scelta di certificare anche le politiche di parità rappresenta un ulteriore passo nella volontà di rendere sempre più trasparenti i valori che guidano il lavoro quotidiano.

“Per noi – dice la Presidente Annarosa Novello – la certificazione non significa diventare ciò che non siamo mai stati. Significa dare una struttura e una misura a principi che fanno parte della nostra storia da sempre. La diversità non è un tema da affrontare perché lo chiede una norma, ma una ricchezza che ogni giorno rende migliore il nostro lavoro. Volevamo che questo impegno fosse verificabile, concreto e condiviso da tutta l’organizzazione”.

La filosofia della Cooperativa trova applicazione in ambiti molto diversi tra loro: dai servizi di pulizia civile alla cura del verde urbano, fino all’accoglienza e alla guardiania museale. Attività differenti, accomunate però da un principio semplice: valorizzare le competenze delle persone senza lasciarsi guidare dagli stereotipi.

“In questo senso – continua Novello – la certificazione diventa anche uno strumento per consolidare pratiche già presenti all’interno dell’organizzazione, come la promozione dell’equità salariale a parità di ruolo, il sostegno alla conciliazione tra vita privata e lavoro e una politica di assoluta intolleranza verso qualsiasi forma di discriminazione, molestia o abuso”.

Ma per Mimosa  il cambiamento non passa soltanto attraverso regolamenti e procedure. Passa anche dal modo in cui le persone comunicano tra loro.

Il linguaggio, infatti, non si limita a descrivere la realtà: contribuisce a costruirla. Le parole che scegliamo ogni giorno possono rafforzare stereotipi oppure contribuire a superarli. Adottare un linguaggio più inclusivo significa imparare a riconoscere l’altro, a rispettarne le differenze e a creare contesti in cui ciascuno possa sentirsi accolto. È un lavoro culturale che richiede anche la capacità di mettere in discussione i propri automatismi. I bias cognitivi, quelle scorciatoie mentali che portano ad associare inconsapevolmente alcune professioni o caratteristiche a un genere piuttosto che a un altro, continuano infatti a influenzare molte scelte quotidiane. Sono gli stessi meccanismi che alimentano espressioni come “questo è un lavoro da uomini” o “questo è un lavoro da donne”, contribuendo a mantenere vivi stereotipi che sembrano appartenere al passato ma che continuano a condizionare il presente.

Per questo, secondo la Cooperativa, promuovere la parità significa anzitutto costruire una cultura organizzativa capace di riconoscere il valore delle persone al di là delle etichette. Un percorso che non si conclude con una certificazione, ma che richiede un impegno costante, fatto di ascolto, formazione e capacità di mettersi continuamente in discussione. Perché, in fondo, la vera uguaglianza non consiste nell’annullare le differenze, ma nel fare in modo che nessuna di esse diventi mai motivo di disuguaglianza.

Di |2026-07-24T08:26:06+02:00Luglio 24th, 2026|Senza categoria|Commenti disabilitati su Le differenze non sono un problema, le disuguaglianze si.

Coltivare il territorio, coltivare opportunità: la nuova sfida della Cooperativa La Città del Sole

L’agricoltura non è soltanto produzione di cibo. Sempre più spesso rappresenta uno strumento di inclusione sociale, tutela dell’ambiente e valorizzazione delle comunità locali. In questo scenario si inserisce la nuova sfida della cooperativa sociale La Città del Sole, associato a C.S.U Zorzetto, che ha scelto di investire in un progetto capace di coniugare sostenibilità, tradizione e sviluppo del territorio. Dall’inizio di aprile 2025 la cooperativa ha infatti acquisito Cuor di Prussia (www.cuordiprussia.com), azienda agricola biologica con sede a Faller, nel comune di Sovramonte, alle porte del Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi. Una realtà conosciuta per la coltivazione della storica mela prussiana, ma anche per la produzione di ortaggi, del fagiolo di Lamon e di numerosi prodotti trasformati ottenuti dalla frutta coltivata direttamente in azienda. L’operazione rappresenta molto più dell’acquisizione di un’attività agricola. Significa investire in un modello produttivo che unisce agricoltura biologica, salvaguardia della biodiversità e attenzione alle produzioni locali, contribuendo a mantenere vivo un patrimonio agricolo e culturale profondamente legato alla montagna bellunese. La mela prussiana, infatti, non è soltanto una varietà antica. È parte della storia di questo territorio. Arrivò nel Feltrino alla fine dell’Ottocento grazie agli emigranti che, costretti a lasciare la Prussia, riportarono con sé le marze di alcune piante di melo. Da allora questa coltivazione è diventata uno degli elementi identitari della vallata, dando origine a tradizioni, ricette tipiche e iniziative capaci di valorizzare l’economia locale. Ancora oggi la coltivazione segue metodi biologici e a basso impatto ambientale. Le mele vengono raccolte esclusivamente a maturazione naturale e conservate secondo tecniche tradizionali, nel pieno rispetto dei cicli della natura. Un approccio che ha permesso all’azienda di diventare un punto di riferimento per il territorio e di essere riconosciuta anche dal Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi. Per la Cooperativa, l’investimento nell’agricoltura biologica costituisce una scelta strategica che unisce inclusione lavorativa, sostenibilità ambientale e sviluppo del territorio. Il biologico non è solo un metodo produttivo, ma un modello di responsabilità sociale: valorizza le risorse locali, tutela l’ambiente, promuove la salute. “L’agricoltura in generale ma ancor meglio quella biologica – spiega il Vicepresidente Davide Giraldo-  è uno strumento concreto di inserimento lavorativo per persone in stato di svantaggio, grazie ad attività accessibili, ritmi sostenibili e mansioni diversificate ed allo stesso tempo crea valore per la comunità, attraverso filiere corte, prodotti sani e iniziative educative che diffondono la cultura della sostenibilità. Ciò è pienamente aderente alla missione della Cooperativa: mettere al centro la persona, generare benessere collettivo e contribuire ad un modello di sviluppo equo e rispettoso dell’ambiente”. L’agricoltura biologica diventa così un ponte tra produzione, inclusione e responsabilità sociale, rafforzando l’identità e l’impatto della Cooperativa sul territorio nel quale si è inserita. Per la Cooperativa La Città del Sole questa nuova esperienza rappresenta infatti un’opportunità per ampliare le proprie attività, ma anche per sperimentare nuove forme di economia sociale. L’agricoltura diventa così uno spazio in cui sostenibilità ambientale, inclusione lavorativa e sviluppo locale possono crescere insieme. Prendersi cura della terra significa anche prendersi cura delle persone. Dietro un frutteto, un orto o un laboratorio di trasformazione non ci sono soltanto prodotti da coltivare e vendere, ma competenze da costruire, relazioni da creare e un territorio da mantenere vivo. È una sfida che guarda al futuro senza perdere il legame con le proprie radici. Perché custodire una varietà storica come il pòm prussian significa preservare un pezzo di memoria collettiva, trasformandolo in una risorsa capace di generare nuove opportunità economiche, sociali e ambientali. Tra i produttori di mela prussiana è stato creato anche un consorzio – Consorzio Tutela Pòm Prussian – che ogni anno, la quarta domenica di ottobre, organizza a Faller di Sovramonte la Fiera del Pòm Prussian.

Di |2026-07-20T08:42:08+02:00Luglio 20th, 2026|Senza categoria|Commenti disabilitati su Coltivare il territorio, coltivare opportunità: la nuova sfida della Cooperativa La Città del Sole

Oltre i numeri: la visione di un Consorzio che guarda al futuro

Oltre i numeri: la visione di un Consorzio che guarda al futuro

Più che un bilancio, una visione. I risultati economici approvati dai soci del Consorzio C.S.U. Zorzetto rappresentano infatti il punto di partenza per raccontare una trasformazione più ampia: quella di un’organizzazione che punta a diventare sempre più un laboratorio di innovazione sociale, progettazione e sviluppo della cooperazione. L’assemblea dei soci, riunitasi il 6 giugno per l’approvazione del bilancio consuntivo e del Bilancio Sociale 2025, è stata così l’occasione per ripercorrere il lavoro svolto negli ultimi due anni e condividere la direzione che il Consorzio intende seguire nei prossimi anni. Ad aprire i lavori è stata la relazione della presidente Laura Baldo, che ha ripercorso i primi due anni del mandato del Consiglio di amministrazione, tracciando una visione che guarda oltre la gestione ordinaria dei servizi. “Quando ci siamo insediati – ha spiegato – abbiamo trovato un Consorzio con una storia importante e competenze solide, ma inserito in un contesto profondamente cambiato. Per questo il nostro obiettivo non è stato semplicemente amministrare l’esistente, ma iniziare un percorso di evoluzione del CSU, rafforzandone la struttura organizzativa e preparandolo alle sfide future”.

Una visione che trova conferma anche nei numeri del bilancio 2025. Il Consorzio ha chiuso l’esercizio con un utile, in crescita rispetto al 2024. Ma i risultati economici rappresentano soltanto una parte del percorso. Nel corso dell’assemblea è stato illustrato anche il Bilancio Sociale 2025, che conferma la volontà del Consorzio di misurare non soltanto gli aspetti economici della propria attività, ma anche il valore sociale, ambientale e organizzativo generato sul territorio. Negli ultimi due anni il Consorzio ha investito nel rafforzamento della governance, nella riorganizzazione interna, nello sviluppo di nuovi servizi e in una progettazione sempre più orientata ai bisogni delle comunità. Tra gli obiettivi strategici illustrati dalla presidente Baldo emerge anche il percorso di fusione con il Consorzio Insieme, avviato nei mesi scorsi e che punta a rafforzare ulteriormente la cooperazione tra realtà di tipo A e di tipo B.

“Non si tratta soltanto di un’operazione organizzativa – ha sottolineato – ma di una scelta strategica che guarda al futuro della cooperazione sociale. Integrare cooperative di tipo A e di tipo B significa mettere insieme competenze diverse, ampliare la presenza territoriale e presentarsi agli enti pubblici con una proposta di servizi sempre più completa, qualificata e integrata”.

Accanto ai servizi tradizionali cresce anche l’impegno nella progettazione sociale. Durante l’assemblea sono stati presentati i progetti dedicati all’inclusione lavorativa, alla rigenerazione urbana e all’adattamento climatico, oltre al metodo Valoris, un percorso di ricerca e valutazione sviluppato per misurare il valore sociale ed economico generato dall’inserimento lavorativo delle persone in situazione di svantaggio. Più che uno studio, rappresenta uno strumento capace di rendere visibile l’impatto concreto della cooperazione sociale sulle persone, sulle comunità e sul sistema pubblico, offrendo elementi utili per orientare le future politiche di welfare e di inclusione e per dimostrare, con dati oggettivi, quanto investire nell’inclusione significhi produrre benefici che vanno ben oltre il singolo percorso lavorativo.

Parallelamente prosegue anche il percorso di innovazione organizzativa, con investimenti nella digitalizzazione dei processi interni, nella gestione delle gare, nella progettazione europea e in una nuova strategia di comunicazione pensata per raccontare con maggiore continuità il valore della cooperazione sociale e rafforzare il dialogo con cittadini, istituzioni e partner.

Per il direttore del Consorzio, Lorenzo Montagni, questa evoluzione rappresenta però qualcosa di ancora più ampio: “L’obiettivo non è soltanto rendere il Consorzio  più efficiente dal punto di vista organizzativo e capace di intercettare possibilità di lavoro per le cooperative, ma farlo diventare anche un luogo capace di produrre “cultura” sul sociale: uno spazio stabile di confronto, studio e approfondimento, dove cooperative, istituzioni e professionisti possano leggere insieme i cambiamenti della società e costruire risposte innovative ai nuovi bisogni del territorio”. Guardando al futuro, la presidente Baldo ha invitato le cooperative associate ad avviare una riflessione anche sul ricambio della governance, in vista della conclusione del mandato dell’attuale Consiglio di amministrazione. “Credo che uno dei compiti più importanti di un Consiglio di amministrazione non sia soltanto quello di amministrare bene durante il proprio mandato, ma anche quello di preparare il terreno per chi verrà dopo, lasciando un’organizzazione più forte, più strutturata e con una visione chiara”.

Il messaggio emerso dall’assemblea è quello di un Consorzio che, pur continuando a garantire servizi e supporto alle cooperative associate, punta sempre più a diventare un luogo di sviluppo della cooperazione sociale, capace di mettere in rete competenze, promuovere innovazione e costruire risposte condivise ai nuovi bisogni sociali e ambientali del territorio. Una visione che guarda oltre la gestione degli appalti e che punta a fare del C.S.U. Zorzetto non solo una rete di cooperative, ma un laboratorio permanente di idee, progettazione e confronto, capace di accompagnare l’evoluzione del Terzo Settore e contribuire alla costruzione del welfare del futuro.

Di |2026-07-10T10:38:13+02:00Luglio 10th, 2026|Senza categoria|Commenti disabilitati su Oltre i numeri: la visione di un Consorzio che guarda al futuro
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