Circa Redazione CSU

Questo autore non ha riempito alcun dettaglio.
Finora Redazione CSU ha creato 20 post nel blog.

Dai luoghi alle comunità: il senso della rigenerazione

Ci sono parole che, nel tempo, abbiamo imparato a separare: lavoro, welfare, territorio, ambiente, comunità. Eppure esiste un termine capace di rimetterle insieme: rigenerazione. Rigenerare non significa semplicemente recuperare ciò che è stato abbandonato, né limitarsi a trasformare uno spazio, un edificio o un quartiere. Significa restituire vita a qualcosa che l’ha perduta, riconoscere bisogni nuovi, ricostruire relazioni e creare le condizioni perché un territorio possa tornare a produrre benessere. E’ una trasformazione che parte dai luoghi, ma che inevitabilmente arriva alle persone. Ed è anche il punto di partenza del primo incontro de “La Finestra di C.S.U”, il nuovo progetto di approfondimento del Consorzio, che nasce per mettere in dialogo il mondo della cooperazione con pensieri, esperienze e prospettive capaci di leggere la società oltre i confini del proprio lavoro. A dare avvio a questo percorso sarà, il 17 Settembre alle ore 17.30 a Forte Marghera, Gaetano Sateriale, per oltre trent’anni dirigente della Cgil e poi sindaco di Ferrara per due mandati, oggi impegnato sui temi della sostenibilità e della rigenerazione dei territori. Il confronto partirà dal suo libro “Ripartire dalle città”, scritto con Fabrizio Ricci, che propone una riflessione sulla necessità di ripensare lo sviluppo delle città tenendo insieme sostenibilità ambientale, economica e sociale e rafforzando la coesione delle comunità.  Ma proprio da qui il discorso può allargarsi.

Perché se una città può essere rigenerata, bisogna chiedersi se può essere rigenerata anche una comunità?

E se rigenerare un territorio significa intervenire sui luoghi in cui le persone vivono, lavorano e si incontrano, quanto può essere importante intervenire anche sulle relazioni, sui servizi, sulle opportunità e sulle condizioni che permettono alle persone di sentirsi parte di quel territorio?

Sono domande, queste, che riguarda da vicino il mondo della cooperazione.

Le cooperative, infatti, lavorano spesso proprio là dove una rigenerazione diventa necessaria: nei servizi, nell’inclusione lavorativa, nella cura dell’ambiente e degli spazi, nella risposta alle fragilità, nella costruzione di opportunità. Non si limitano a gestire un bisogno: cercano di trasformarlo in una possibilità.

Ed è proprio questo il significato più interessante della parola rigenerazione: non tornare a ciò che c’era prima, ma creare le condizioni perché qualcosa possa tornare a vivere in una forma nuova. In questa prospettiva, la rigenerazione urbana diventa anche rigenerazione sociale. Recuperare uno spazio significa restituirgli una funzione; recuperare una relazione significa restituire a una persona un posto dentro la comunità. Riqualificare un territorio significa anche interrogarsi su chi lo abita, su quali opportunità offre, su chi rischia di rimanerne escluso. È un ragionamento che attraversa molti dei temi su cui Sateriale ha lavorato negli anni: il welfare, il lavoro, la sostenibilità, la prossimità dei servizi, la partecipazione e il rapporto tra bisogni delle persone e trasformazione dei territori. Nel suo approccio alla rigenerazione, infatti, il punto di partenza sono proprio i bisogni delle persone e del territorio, da affrontare attraverso servizi e interventi costruiti in una logica di prossimità.

Anche il lavoro entra così dentro una visione più ampia. Non soltanto occupazione, ma strumento attraverso cui le persone possono costruire autonomia, competenze e cittadinanza. Sateriale ha parlato, per esempio, della necessità di considerare il lavoro come una possibilità attraverso cui acquisire pienamente i diritti di cittadino.

E allora la domanda diventa ancora più grande: che cosa significa rigenerare una società?

Forse significa smettere di considerare separati problemi che invece sono profondamente connessi. L’ambiente non è qualcosa di diverso dal welfare. Il lavoro non è separato dall’inclusione. La qualità degli spazi in cui viviamo influenza la qualità delle relazioni che possiamo costruire. E la sostenibilità non può essere soltanto ambientale se non è anche economica e sociale.

Proprio questa la prospettiva che C.S.U vuole portare dentro La Finestra: partire da un tema concreto per aprire una riflessione più ampia.

Perché rigenerare non è soltanto cambiare ciò che vediamo. È cambiare le condizioni che permettono a una comunità di vivere, crescere e riconoscersi.

E’ tornare a prendersi cura di ciò che abbiamo, prima che sia troppo tardi per farlo.

Di |2026-08-28T13:22:02+02:00Agosto 28th, 2026|Senza categoria|Commenti disabilitati su Dai luoghi alle comunità: il senso della rigenerazione

La Finestra di CSU: comunicare per aprire nuovi sguardi.

Negli ultimi mesi la comunicazione di CSU ha intrapreso una nuova direzione: raccontare più da vicino le cooperative, ma anche allargare lo sguardo ai temi che attraversano il mondo della cooperazione, del lavoro e della comunità. Da questa evoluzione nasce La Finestra di CSU, un progetto che vuole trasformare la comunicazione in uno spazio di confronto, approfondimento e nuove idee. A raccontarci questo cambio di passo è il direttore del consorzio Lorenzo Montagni.

Direttore, perché avete scelto di cambiare il modo di comunicare in CSU?

Direi innanzitutto che abbiamo ricominciato a comunicare. E, nel farlo, probabilmente questo cambio di passo è collegato al fatto che abbiamo cambiato il modo di vederci e di collocarci rispetto alla società e alla comunità in cui siamo. Comunicare significa anche interrogarsi sul ruolo che si occupa e sul modo in cui ci si presenta all’esterno. Non è quindi soltanto una questione di strumenti o di linguaggio: è il segno di una consapevolezza diversa. E questo significa anche accettare che la comunicazione non sia soltanto il modo attraverso cui facciamo conoscere ciò che siamo: può diventare uno strumento per capire meglio ciò che siamo, attraverso il modo in cui gli altri ci guardano. È un passaggio importante, perché raccontarsi significa anche mettersi in relazione e, in qualche misura, mettersi in discussione. Significa interrogarsi sul ruolo che si occupa e sul modo in cui ci si presenta all’esterno. Se cambia il modo in cui guardiamo il mondo che ci circonda, deve cambiare anche il modo in cui scegliamo di raccontarlo.

Perché una realtà come CSU dovrebbe occuparsi anche di ciò che accade fuori dai propri confini?

Credo che quando una realtà come CSU decide non solo di raccontarsi, ma di diventare anche uno spazio di riflessione e confronto, cambi il modo stesso di ascoltarsi e di comprendere ciò che si è, dentro la complessità in cui si vive. CSU è un’azienda che partecipa ad appalti, è un raggruppamento di altre aziende, rappresenta istanze legate alla socialità e all’inclusione, ma è anche un soggetto di questo territorio, profondamente inserito nella società in cui opera. Per questo può accogliere riflessioni che, partendo dalla propria esperienza, possono diventare importanti anche per una riflessione comune. Una realtà che vive dentro una comunità non può limitarsi a raccontare ciò che fa: deve anche provare a capire ciò che sta accadendo intorno a sé. E questo significa soprattutto ascoltare. Ascoltare il territorio, le persone, i cambiamenti, le domande che emergono e anche quelle che ancora non hanno trovato una voce. La comunicazione, in questo senso, non è più soltanto uno strumento per arrivare agli altri, ma diventa un modo per essere più dentro la realtà in cui si opera.

Con La Finestra di CSU entrano in gioco incontri e protagonisti anche esterni al mondo della cooperazione. Che cosa vorreste che accadesse attraverso questo progetto?

Con La Finestra di CSU entrano certamente in gioco protagonisti esterni al mondo della cooperazione, ed è proprio questo uno degli elementi che vorremmo desse senso al progetto. È un livello diverso: non è soltanto la narrazione che CSU fa di sé e delle proprie attività, ma è CSU insieme ad altri soggetti che ragiona su alcuni temi che naturalmente riguardano anche la sua attività e la sua identità, ma che allo stesso tempo riguardano il mondo in cui CSU è inserita. Vorremmo quindi creare uno spazio nel quale punti di vista differenti possano incontrarsi senza la necessità di arrivare necessariamente a una posizione comune. Il valore sta anche nella possibilità di mettere in relazione mondi che normalmente non si incontrano, perché è proprio dall’incontro tra esperienze diverse che possono nascere letture nuove della realtà. Una finestra, per sua natura, non serve a guardare sempre nella stessa direzione: apre un punto di vista sul mondo. E soprattutto permette di vedere qualcosa che prima non vedevamo, semplicemente perché non avevamo ancora aperto quella finestra.

I temi che affronterete saranno molto diversi tra loro. Qual è però il filo che li unirà?

I temi che stiamo pensando saranno diversi e saranno diversi anche gli interlocutori. Non vogliamo porre pregiudizi o preclusioni nella scelta delle persone: cerchiamo interlocutori che possono essere intellettuali, politici, persone che fanno parte del nostro mondo o anche persone qualsiasi, purché possano portare un contributo a un dibattito. Il filo comune sarà quello che dicevamo prima: la comunità e la società in cui viviamo. Presumibilmente ci sarà sempre un filo comune in qualche maniera sociale, ma in un’accezione molto estesa, molto ampia. Anche un tema come la parità di genere, per esempio, è un tema sociale. Così come lo sono la sostenibilità, il lavoro, l’ambiente e tutte quelle questioni che attraversano la vita delle persone e delle comunità. Il sociale, quindi, non è un recinto dentro cui stare: è una lente attraverso cui guardare la società nel suo insieme. Significa non considerare questi temi come compartimenti separati, ma provare a cogliere le relazioni che li legano. Una questione ambientale può avere conseguenze sociali, il lavoro riguarda l’autonomia delle persone, la parità di genere riguarda il modo in cui una comunità costruisce le proprie opportunità. È questa complessità che ci interessa raccontare.

Che cosa significa, per CSU, diventare anche un luogo in cui far nascere domande oltre che raccontare risposte?

Per CSU diventare un luogo in cui far nascere domande, oltre che raccontare risposte, significa dare terreno e dare uno dei propri significati, uno dei propri scopi, a una caratteristica che ci appartiene. Un luogo come CSU è, per definizione, un luogo in cui devono nascere domande e riflessioni, sguardi e dialoghi che poi possono portare ad azioni comuni. Significa quindi dare una risposta a una delle nostre caratteristiche, a una delle nostre connotazioni: quella di essere anche un luogo di domande, di confronto e di costruzione di pensiero. Ma una domanda ha valore soprattutto quando non rimane soltanto una domanda. Può mettere in discussione un’abitudine, aprire un confronto, far emergere un bisogno o suggerire una possibilità che prima non avevamo considerato. Per questo crediamo che la comunicazione possa avere anche una funzione generativa: non soltanto spiegare ciò che esiste, ma contribuire a creare le condizioni perché qualcosa di nuovo possa essere pensato. A volte il primo passo per far crescere una comunità non è trovare una risposta, ma avere il coraggio di porre una domanda nuova.

E infine: che cosa vorreste che una persona trovasse aprendo “La Finestra di CSU”?

Vorremmo che una persona trovasse, partecipando alle nostre “Finestre”, un momento di approfondimento lieto, libero da connotazioni e aperto al confronto. Ma soprattutto vorremmo che non fosse semplicemente spettatore, ma potesse uscire da un incontro con qualcosa in più: una domanda, un’idea, un punto di vista diverso, magari anche un dubbio. Perché non sempre un incontro deve produrre una risposta immediata. A volte il suo valore sta nel modificare, anche solo di poco, il modo in cui guardiamo una questione. Non semplicemente un contenuto in più, dunque, ma un punto da cui guardare un po’ più lontano. E se quella nuova prospettiva riuscirà anche solo a generare una domanda che prima non c’era, allora avremo aperto davvero una finestra.

Di |2026-08-21T08:55:25+02:00Agosto 21st, 2026|Senza categoria|Commenti disabilitati su La Finestra di CSU: comunicare per aprire nuovi sguardi.

Oltre le barriere invisibili: vivere, lavorare e sentirsi cittadini

C’è una differenza importante tra rendere accessibile un luogo e permettere davvero a qualcuno di sentirsi parte di quel luogo. L’accessibilità apre una porta; l’inclusione invita ad attraversarla, a fermarsi, a vivere quello spazio come tutti gli altri.

È anche da questa idea che prende forma il progetto “Turismo sociale inclusivo”, un’esperienza che negli anni ha ampliato il proprio significato: non soltanto rendere le vacanze e i luoghi turistici più accessibili alle persone con disabilità, ma creare occasioni concrete di autonomia, lavoro, relazione e partecipazione alla vita della comunità. Il progetto muove i suoi primi passi circa quattordici anni fa a Jesolo, dove l’esperienza era inizialmente concentrata sul lavoro nelle spiagge. Da allora il percorso si è sviluppato, coinvolgendo progressivamente altri territori e ampliando i propri obiettivi: dai tirocini alla formazione, dall’accessibilità dei luoghi alla possibilità per le persone con disabilità di sperimentare  vere esperienze di autonomia.  L’ultima esperienza ha portato a Venezia quattro giovani, di età compresa tra i 22 e i 35 anni, per un mese vissuto lontano da casa, insieme, con un obiettivo preciso: sperimentare una quotidianità il più possibile autonoma, fatta di lavoro, spostamenti, tempo libero e scoperta della città. L’esperienza veneziana nasce dalla collaborazione tra servizi, istituzioni e realtà del Terzo Settore. Sono stati coinvolti l’Ulss 3 Serenissima, il Comune di Venezia e la cooperativa sociale Titoli Minori, aderente al Consorzio Insieme, prossimo alla fusione con il Consorzio C.S.U. Zorzetto. Ed è proprio questa rete, fatta di competenze, relazioni e responsabilità condivise, a rendere possibile un progetto che non si esaurisce nell’arco di un singolo mese, ma può diventare un’occasione concreta di crescita e di continuità.

Dal tema al vissuto

Dal 1° al 31 luglio, Pietro, Alessio, Gianluca e Mattia hanno abitato Venezia da cittadini. Prima in un appartamento affacciato sulla basilica del Redentore, poi in una seconda casa a San Francesco della Vigna. Al mattino hanno svolto attività di tirocinio lavorativo in quattro realtà diverse: uno di loro è stato inserito in uno stabilimento balneare, uno ha svolto il proprio percorso in un ostello privato, uno al Conad e uno presso una cooperativa sociale del Consorzio Csu Zorzetto, dove il tirocinio è stato successivamente prorogato e si sta valutando anche la possibilità di un’assunzione.

Il pomeriggio, invece, era il momento per vivere la città: visitare musei e monumenti, praticare sport, stare all’aria aperta, andare al Lido e partecipare a esperienze culturali, dal concerto dell’orchestra del Teatro La Fenice dedicato a Ennio Morricone alla visita al cimitero di San Michele.

Non una vacanza organizzata per loro, dunque, ma un’esperienza costruita con loro.

Ed è forse proprio qui che il progetto mostra il suo valore più profondo. Perché l’autonomia non coincide soltanto con il saper fare qualcosa da soli. Significa poter scegliere, assumersi responsabilità, confrontarsi con situazioni nuove e scoprire che anche una difficoltà quotidiana può diventare parte di un percorso di crescita.

“Venezia si è dimostrata una città assolutamente inclusiva – racconta Massimo Mantoan, presidente del Consorzio Insieme – nonostante la sua particolare complessità e le difficoltà che può presentare negli spostamenti e nella fruizione degli spazi. E lo è stata non soltanto sul piano dell’accessibilità fisica, ma soprattutto nella capacità di superare quelle che sono le barriere invisibili. Quelle che di fatto sono le più difficili da misurare, perché riguardano gli atteggiamenti, il modo in cui le persone vengono accolte e la possibilità di sentirsi davvero parte di un luogo. In questo mese cittadini e turisti hanno dimostrato grande disponibilità e comprensione. In particolare vogliamo ringraziare il personale di Actv, che ci ha accompagnato e aiutato concretamente nel corso di questa esperienza.”

Il valore del progetto sta proprio nella possibilità di spostare il punto di vista. Non guardare prima alla disabilità e poi alla persona, ma fare il percorso inverso: mettere la persona al centro e lasciare che siano le sue capacità, i suoi desideri e le sue possibilità a definire il percorso. È un cambiamento culturale prima ancora che organizzativo. E Venezia, con la sua complessità, i suoi ponti, le sue calli e quella struttura che può sembrare quasi un labirinto anche a chi la conosce, diventa in questo senso una palestra straordinaria di autonomia. “Il vero obiettivo che abbiamo raggiunto – continua Mantoan – è proprio questo: l’autonomia. Venezia non è una città semplice da vivere, e proprio per questo affrontarla significa sviluppare coraggio, imparare a muoversi, prendere decisioni e avere fiducia nelle proprie possibilità. Il risultato più bello è vedere questi ragazzi acquisire maggiore sicurezza e comprendere di avere tante abilità che vanno oltre la loro disabilità”. Anche il territorio, così, cambia prospettiva. Una spiaggia accessibile, un museo visitabile, un servizio capace di accogliere tutti non sono semplicemente strutture “a norma”: diventano luoghi nei quali le differenze possono incontrarsi senza che una persona debba rinunciare alla propria autonomia. La storia di questi quattro ragazzi racconta proprio questo passaggio. Perché vivere per un mese in una città come Venezia significa molto più che dormire fuori casa o partecipare a un tirocinio. Significa imparare a muoversi in un ambiente nuovo, costruire relazioni, organizzare il proprio tempo, confrontarsi con gli altri e, soprattutto, sperimentare una possibilità: quella di essere cittadini a tutti gli effetti. Ed è forse questo il senso più autentico del turismo sociale inclusivo: non costruire esperienze speciali per persone speciali, ma creare le condizioni perché ciascuno possa vivere esperienze autentiche, dentro una comunità che sappia accogliere le differenze come parte della propria normalità.

Perché una città davvero inclusiva non è quella in cui tutti trovano un posto predisposto per loro. È quella in cui tutti possono trovare il proprio posto.

Di |2026-08-14T09:02:28+02:00Agosto 14th, 2026|Senza categoria|Commenti disabilitati su Oltre le barriere invisibili: vivere, lavorare e sentirsi cittadini

Entrare nel mondo degli altri: quando la strada diventa il primo luogo della fiducia

Ci sono incontri che avvengono dentro un ufficio. E ce ne sono altri che possono nascere soltanto su una panchina, all’uscita di una scuola, in un parco, davanti a un campetto dove un gruppo di ragazzi trascorre il pomeriggio.

È da questi luoghi che comincia il lavoro degli operatori di strada.Un lavoro che, prima ancora di offrire risposte, sceglie di fare una cosa molto più difficile: entrare nel mondo degli altri. Negli ultimi anni si parla molto del disagio giovanile. Si parla di isolamento, di dipendenze, di abbandono scolastico, di fragilità psicologica. Più raramente ci si domanda quale sia il modo giusto per incontrare questi ragazzi. Perché chi vive una difficoltà di rado entra spontaneamente in un servizio. Molto più spesso aspetta, magari senza saperlo, che sia qualcuno ad attraversare la distanza che lo separa dagli altri. È il principio della prossimità, uno dei cardini dell’educativa di strada: non chiedere alle persone di raggiungere il servizio, ma fare in modo che sia il servizio a raggiungere loro. Non per sostituirsi alle famiglie o alla scuola, ma per costruire un ponte tra i ragazzi e le opportunità presenti sul territorio. Dal 2016 è questa la missione che accompagna gli operatori di strada della cooperativa Coges Don Milani, associata al Consorzio C.S.U. Zorzetto. Oggi diciotto educatori operano in diversi territori della provincia di Venezia lavorando in stretta collaborazione con amministrazioni comunali e ULSS. Viaggiano sempre in coppia. Non perché il loro compito sia controllare i ragazzi. Ma perché il loro lavoro è stare accanto.

Dal tema alla visione

“La prima cosa che fanno – racconta Irene De Marzi, Referente dell’Ambito Prossimità per l’Area Giovani e Promozione del Benessere di Coges – è molto diversa da quello che ci si potrebbe aspettare. Non chiedono ai ragazzi di salire nel loro mondo, di adattarsi allo sguardo degli adulti o di ascoltare qualche buon consiglio. Sono loro, piuttosto, a compiere il percorso opposto: scelgono di entrare nel mondo dei ragazzi. Un gesto che richiede, prima di tutto, umiltà”. Quell’umiltà di cui scriveva il sociologo Franco Cassano, capace di mettere da parte la pretesa di sapere già, per riconoscere che l’altro ha qualcosa da insegnarci prima ancora di essere educato. “Gli operatori di strada – continua la Referente – non arrivano con risposte confezionate. Si presentano, spiegano chi sono e perché sono lì. Poi aspettano. Giocano una partita a pallone, parlano di musica assieme a loro. Si siedono su una panchina. Ascoltano. Solo così possono conoscere davvero il territorio dei ragazzi, le loro fragilità, ma anche le loro risorse, i loro linguaggi e le loro aspirazioni. Solo così, dopo, possono immaginare insieme un percorso”.

È un lavoro che non ha tempi prestabiliti. Non esiste un appuntamento obbligatorio.

Non esiste una direzione imposta. La relazione nasce soltanto se entrambe le parti decidono di costruirla. Ed è forse proprio questa libertà a renderla così autentica.

“Dopo una prima diffidenza – racconta De Marzi – accade spesso qualcosa che ribalta ogni aspettativa. Sono gli stessi ragazzi a ricontattare gli operatori attraverso WhatsApp o i social. Chiedono di rivedersi. Di parlare. Di raccontare quello che stanno vivendo”. È un dato che colpisce soprattutto dopo gli anni della pandemia.

Molti hanno raccontato il Post Covid come il tempo che ha tolto umanità e voglia di relazione alle persone. L’esperienza degli operatori di strada mostra anche un’altra faccia della realtà: quei ragazzi non hanno smesso di cercare la socialità. Hanno semplicemente bisogno di luoghi e adulti con cui poterla costruire. I gruppi sono diventati più piccoli. Ma il bisogno di essere ascoltati è forse ancora più grande.

Da questa relazione nascono spesso anche esperienze condivise come Open Park, uno dei progetti estivi promossi da Coges. Nei parchi pubblici educatori e ragazzi organizzano giochi, musica, laboratori e momenti di aggregazione aperti al territorio. Occasioni semplici, ma preziose, che trasformano uno spazio pubblico in un luogo di incontro, facendo della socialità uno strumento concreto di prevenzione, partecipazione e crescita. Accanto all’ascolto c’è poi il lavoro educativo vero e proprio. Gli operatori orientano i ragazzi verso le opportunità del territorio, promuovono attività di gruppo, contrastano l’abbandono scolastico e cercano di intercettare precocemente situazioni di disagio legate all’uso di sostanze, alla solitudine o alla marginalità. Quando emergono situazioni più complesse, la rete costruita con i servizi permette di accompagnare i giovani verso percorsi specialistici, anche all’interno della stessa Coges, che da anni opera nell’ambito delle dipendenze.

Ma Irene, quando le si chiede quale sia la sua più grande “vittoria”, non parla di numeri. Racconta una storia. Quella di un giovane di seconda generazione che non si sentiva né italiano né straniero. Aveva conosciuto il bullismo, il senso di esclusione e, a un certo punto, anche la dipendenza dalle sostanze. Eppure custodiva un sogno: diventare cantante. Per sette anni gli operatori hanno camminato accanto a lui. Non è stato un percorso lineare. Ci sono stati momenti difficili, fatti di scelte sbagliate, ricadute e nuove ripartenze. Ma una cosa non è mai venuta meno: il legame costruito con gli operatori stessi. Come se avesse sempre saputo che, su quella panchina, in quel parco o in quella strada, avrebbe trovato qualcuno disposto ad aspettarlo. Ad ascoltarlo. Senza giudicarlo e senza smettere di credere nelle sue possibilità, anche quando lui faceva più fatica a credere in se stesso. Oggi quel ragazzo ha lasciato le sostanze. E il suo sogno è diventato realtà: fa il cantante.

“Ci chiama ancora per raccontarci i suoi progetti e i suoi successi – dice Irene con un sorriso che parte dal cuore – certo, non succede sempre. Ci sono storie che non riescono a cambiare come vorremmo. Fa parte del nostro lavoro. Ma quando, dopo anni, incontri un ragazzo e capisci che quel tempo trascorso insieme ha contribuito a costruire il suo futuro, allora comprendi che ogni pomeriggio passato su una panchina aveva un senso”.

Di |2026-08-07T08:31:41+02:00Agosto 7th, 2026|Senza categoria|Commenti disabilitati su Entrare nel mondo degli altri: quando la strada diventa il primo luogo della fiducia

Mettere radici per continuare a crescere.

Quarant’anni sono un traguardo che invita a fare memoria del cammino percorso. La cooperativa sociale Il Gruppo ETS ha scelto di festeggiarli con lo sguardo rivolto al futuro, facendosi un regalo che vale molto più di un anniversario: la sua prima sede di proprietà, in via Castellana 93 Ter a Mestre. Più che un edificio, è una “casa”: un luogo che esprime il desiderio di mettere radici senza smettere di crescere. E le radici, per una cooperativa che da quarant’anni vive ogni giorno il verde, gli alberi e il legno, non sono soltanto un’immagine. Sono quasi un modo di essere. Perché chi lavora con gli alberi sa che le radici non servono a trattenere una pianta, ma a darle la forza di continuare a crescere. È da queste radici che continua a crescere una realtà che, da quarant’anni, crea opportunità di inclusione attraverso il lavoro.

La storia della cooperativa comincia nel 1986. Un gruppo di genitori, sostenuto dall’intera comunità di Campalto, sceglie di trasformare un bisogno sociale in un progetto concreto: creare un luogo in cui il lavoro diventi occasione di inclusione e di riscatto per le persone in condizione di svantaggio, in particolare per chi conclude un percorso di recupero dalla tossicodipendenza. È da quella intuizione che nasce Il Gruppo. Quella visione non è mai cambiata. Negli anni si sono evolute le attività, sono cresciute le competenze e si sono moltiplicati i servizi, ma è rimasta la stessa convinzione: il lavoro può essere uno strumento capace di restituire autonomia, dignità e futuro alle persone. Oggi la cooperativa conta una trentina tra soci e dipendenti e opera nella manutenzione del verde, nella progettazione e cura di parchi e giardini, nella falegnameria, nell’installazione e manutenzione di aree gioco e arredo urbano, nei lavori di carpenteria, nei piccoli interventi edili e in numerosi altri servizi. Attività diverse tra loro, ma accomunate dalla stessa idea: prendersi cura degli spazi significa, prima ancora, prendersi cura delle persone.

C’è però un materiale che racconta meglio di ogni altro l’identità della cooperativa.

Il legno. Per Il Gruppo ETS, non è semplicemente una materia prima. È parte della propria storia. Nella falegnameria prende forma il lavoro quotidiano, e nelle mani del presidente Gabriele Zornetta quel legno continua a vivere anche oltre la sua funzione originaria. Dagli scarti nascono tavoli, complementi d’arredo, oggetti e vere e proprie opere artigianali, realizzate valorizzando ciò che altri considererebbero materiale da eliminare. Per Zornetta il rapporto con il legno nasce molto prima della cooperativa. Aveva appena tredici anni quando ha iniziato a lavorarlo e da allora non ha mai smesso. Ancora oggi c’è un profumo che riesce a riportarlo a quel ragazzo: quello del legno appena tagliato. Un odore che non racconta soltanto un mestiere, ma il tempo. Perché il legno custodisce la memoria degli anni, delle stagioni, del vento e della pioggia che hanno attraversato l’albero da cui proviene. Lavorarlo significa entrare in dialogo con quella storia senza cancellarla. Ogni venatura è una traccia, ogni nodo un frammento di vita. E forse è proprio questo il fascino del legno: la possibilità di trasformarlo senza fargli perdere la sua anima.

È un modo di guardare il legno che racconta molto della cooperativa stessa. Saper riconoscere valore dove altri vedono soltanto uno scarto. Dare una nuova possibilità, una nuova forma, una nuova vita. Un principio che appartiene al legno, ma che da quarant’anni appartiene soprattutto alle persone.

Da questa esperienza nasce anche la riflessione del presidente.

“Il legno insegna l’umiltà. Ti ricorda che ogni tronco ha una storia diversa, che ogni venatura racconta il tempo che ha attraversato e che la forza non sta nella rigidità. Sta nella capacità di piegarsi senza rompersi. Se provi a forzarlo, si spezza. Se impari a conoscerlo e a rispettarlo, scopri quanto può essere resistente. Credo che anche una cooperativa debba essere così. In quarant’anni siamo cambiati tante volte, ci siamo adattati ai bisogni del territorio, abbiamo accolto nuove sfide e nuovi lavori, senza perdere la nostra identità. Come un albero, puoi crescere in tante direzioni, ma solo se le radici restano profonde.» La nuova sede racconta proprio questo.

Non è soltanto un edificio da inaugurare, ma una casa da vivere. Uno spazio pensato per le persone, dove il lavoro si intreccia con la condivisione. Accanto agli ambienti operativi trova posto anche un piccolo orto a disposizione dei dipendenti e dei soci, nato per coltivare relazioni oltre che prodotti, perché una cooperativa cresce anche attraverso i momenti quotidiani vissuti insieme.

Ma questa nuova casa è soprattutto il punto di partenza per i progetti dei prossimi anni. La visione è quella di diventare anche vivaio, affiancando alla manutenzione del verde la coltivazione delle piante. La richiesta è già stata presentata alla Regione Veneto.  Accanto allo sviluppo delle attività continua anche quello della cultura organizzativa. Pur operando in settori tradizionalmente considerati maschili, Il Gruppo ha ottenuto la certificazione per la parità di genere e guarda al futuro con l’obiettivo di coinvolgere sempre più donne nei propri mestieri, nella convinzione che non esistano lavori da uomini o da donne, ma talenti e competenze da valorizzare.

Quarant’anni, allora, non rappresentano un punto di arrivo.

Rappresentano la conferma che una cooperativa può continuare a crescere Proprio come il legno conserva la memoria dell’albero da cui proviene anche quando assume una forma nuova, Il Gruppo ETS guarda avanti senza perdere ciò che lo ha reso quello che è. Ogni nuovo progetto nasce da questa storia e apre possibilità nuove. E’ questo, forse, il significato più autentico del mettere radici.

Di |2026-07-31T08:47:32+02:00Luglio 31st, 2026|Senza categoria|Commenti disabilitati su Mettere radici per continuare a crescere.

Le differenze non sono un problema, le disuguaglianze si.

Quando si parla di parità di genere il dibattito si concentra quasi sempre sui numeri: quante donne ai vertici delle aziende, quante nei consigli di amministrazione, quanto divario salariale esiste ancora. Indicatori fondamentali, certo. Ma c’è una dimensione della disuguaglianza molto più difficile da misurare, perché si nasconde nei gesti quotidiani, nelle aspettative e perfino nelle parole che utilizziamo.

Gli stereotipi di genere raramente si presentano oggi in forme esplicite. Più spesso agiscono in modo silenzioso. Sono quelle convinzioni che portano ancora ad associare alcune professioni agli uomini e altre alle donne, a considerare “naturale” che determinati compiti familiari ricadano soprattutto sulle lavoratrici o a giudicare diversamente gli stessi comportamenti a seconda di chi li mette in pratica.

È ciò che gli psicologi definiscono bias cognitivi: scorciatoie mentali che ci aiutano a interpretare la realtà, ma che spesso finiscono per rafforzare pregiudizi e modelli culturali ereditati. Non si tratta necessariamente di cattiva volontà. Anzi, proprio perché sono inconsapevoli, questi meccanismi sono più difficili da riconoscere e superare. Per questo oggi parlare di parità non significa soltanto garantire gli stessi diritti sulla carta. Significa interrogarsi sulla cultura delle organizzazioni, sul linguaggio che utilizziamo ogni giorno e sulla capacità di costruire ambienti di lavoro in cui ciascuna persona possa esprimere il proprio talento senza essere condizionata da aspettative legate al genere. La vera sfida, dunque, non è dimostrare che uomini e donne siano uguali. È fare in modo che le differenze non si trasformino mai in disuguaglianze.

Dal tema alla visione

È da questa convinzione che nasce la scelta di Mimosa Cooperativa Sociale, associata al Consorzio C.S.U Zorzetto, di ottenere la certificazione UNI/PdR 125:2022, lo standard che attesta l’impegno delle organizzazioni nella promozione della parità di genere attraverso politiche concrete e misurabili.

Per la Cooperativa non si tratta di un punto di arrivo né di un riconoscimento da esibire, ma della naturale evoluzione di un percorso iniziato molti anni fa, fatto di attenzione alle persone, qualità organizzativa e miglioramento continuo. Dopo le certificazioni dedicate alla qualità dei servizi e alla gestione ambientale, la scelta di certificare anche le politiche di parità rappresenta un ulteriore passo nella volontà di rendere sempre più trasparenti i valori che guidano il lavoro quotidiano.

“Per noi – dice la Presidente Annarosa Novello – la certificazione non significa diventare ciò che non siamo mai stati. Significa dare una struttura e una misura a principi che fanno parte della nostra storia da sempre. La diversità non è un tema da affrontare perché lo chiede una norma, ma una ricchezza che ogni giorno rende migliore il nostro lavoro. Volevamo che questo impegno fosse verificabile, concreto e condiviso da tutta l’organizzazione”.

La filosofia della Cooperativa trova applicazione in ambiti molto diversi tra loro: dai servizi di pulizia civile alla cura del verde urbano, fino all’accoglienza e alla guardiania museale. Attività differenti, accomunate però da un principio semplice: valorizzare le competenze delle persone senza lasciarsi guidare dagli stereotipi.

“In questo senso – continua Novello – la certificazione diventa anche uno strumento per consolidare pratiche già presenti all’interno dell’organizzazione, come la promozione dell’equità salariale a parità di ruolo, il sostegno alla conciliazione tra vita privata e lavoro e una politica di assoluta intolleranza verso qualsiasi forma di discriminazione, molestia o abuso”.

Ma per Mimosa  il cambiamento non passa soltanto attraverso regolamenti e procedure. Passa anche dal modo in cui le persone comunicano tra loro.

Il linguaggio, infatti, non si limita a descrivere la realtà: contribuisce a costruirla. Le parole che scegliamo ogni giorno possono rafforzare stereotipi oppure contribuire a superarli. Adottare un linguaggio più inclusivo significa imparare a riconoscere l’altro, a rispettarne le differenze e a creare contesti in cui ciascuno possa sentirsi accolto. È un lavoro culturale che richiede anche la capacità di mettere in discussione i propri automatismi. I bias cognitivi, quelle scorciatoie mentali che portano ad associare inconsapevolmente alcune professioni o caratteristiche a un genere piuttosto che a un altro, continuano infatti a influenzare molte scelte quotidiane. Sono gli stessi meccanismi che alimentano espressioni come “questo è un lavoro da uomini” o “questo è un lavoro da donne”, contribuendo a mantenere vivi stereotipi che sembrano appartenere al passato ma che continuano a condizionare il presente.

Per questo, secondo la Cooperativa, promuovere la parità significa anzitutto costruire una cultura organizzativa capace di riconoscere il valore delle persone al di là delle etichette. Un percorso che non si conclude con una certificazione, ma che richiede un impegno costante, fatto di ascolto, formazione e capacità di mettersi continuamente in discussione. Perché, in fondo, la vera uguaglianza non consiste nell’annullare le differenze, ma nel fare in modo che nessuna di esse diventi mai motivo di disuguaglianza.

Di |2026-07-24T08:26:06+02:00Luglio 24th, 2026|Senza categoria|Commenti disabilitati su Le differenze non sono un problema, le disuguaglianze si.

Coltivare il territorio, coltivare opportunità: la nuova sfida della Cooperativa La Città del Sole

L’agricoltura non è soltanto produzione di cibo. Sempre più spesso rappresenta uno strumento di inclusione sociale, tutela dell’ambiente e valorizzazione delle comunità locali. In questo scenario si inserisce la nuova sfida della cooperativa sociale La Città del Sole, associato a C.S.U Zorzetto, che ha scelto di investire in un progetto capace di coniugare sostenibilità, tradizione e sviluppo del territorio. Dall’inizio di aprile 2025 la cooperativa ha infatti acquisito Cuor di Prussia (www.cuordiprussia.com), azienda agricola biologica con sede a Faller, nel comune di Sovramonte, alle porte del Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi. Una realtà conosciuta per la coltivazione della storica mela prussiana, ma anche per la produzione di ortaggi, del fagiolo di Lamon e di numerosi prodotti trasformati ottenuti dalla frutta coltivata direttamente in azienda. L’operazione rappresenta molto più dell’acquisizione di un’attività agricola. Significa investire in un modello produttivo che unisce agricoltura biologica, salvaguardia della biodiversità e attenzione alle produzioni locali, contribuendo a mantenere vivo un patrimonio agricolo e culturale profondamente legato alla montagna bellunese. La mela prussiana, infatti, non è soltanto una varietà antica. È parte della storia di questo territorio. Arrivò nel Feltrino alla fine dell’Ottocento grazie agli emigranti che, costretti a lasciare la Prussia, riportarono con sé le marze di alcune piante di melo. Da allora questa coltivazione è diventata uno degli elementi identitari della vallata, dando origine a tradizioni, ricette tipiche e iniziative capaci di valorizzare l’economia locale. Ancora oggi la coltivazione segue metodi biologici e a basso impatto ambientale. Le mele vengono raccolte esclusivamente a maturazione naturale e conservate secondo tecniche tradizionali, nel pieno rispetto dei cicli della natura. Un approccio che ha permesso all’azienda di diventare un punto di riferimento per il territorio e di essere riconosciuta anche dal Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi. Per la Cooperativa, l’investimento nell’agricoltura biologica costituisce una scelta strategica che unisce inclusione lavorativa, sostenibilità ambientale e sviluppo del territorio. Il biologico non è solo un metodo produttivo, ma un modello di responsabilità sociale: valorizza le risorse locali, tutela l’ambiente, promuove la salute. “L’agricoltura in generale ma ancor meglio quella biologica – spiega il Vicepresidente Davide Giraldo-  è uno strumento concreto di inserimento lavorativo per persone in stato di svantaggio, grazie ad attività accessibili, ritmi sostenibili e mansioni diversificate ed allo stesso tempo crea valore per la comunità, attraverso filiere corte, prodotti sani e iniziative educative che diffondono la cultura della sostenibilità. Ciò è pienamente aderente alla missione della Cooperativa: mettere al centro la persona, generare benessere collettivo e contribuire ad un modello di sviluppo equo e rispettoso dell’ambiente”. L’agricoltura biologica diventa così un ponte tra produzione, inclusione e responsabilità sociale, rafforzando l’identità e l’impatto della Cooperativa sul territorio nel quale si è inserita. Per la Cooperativa La Città del Sole questa nuova esperienza rappresenta infatti un’opportunità per ampliare le proprie attività, ma anche per sperimentare nuove forme di economia sociale. L’agricoltura diventa così uno spazio in cui sostenibilità ambientale, inclusione lavorativa e sviluppo locale possono crescere insieme. Prendersi cura della terra significa anche prendersi cura delle persone. Dietro un frutteto, un orto o un laboratorio di trasformazione non ci sono soltanto prodotti da coltivare e vendere, ma competenze da costruire, relazioni da creare e un territorio da mantenere vivo. È una sfida che guarda al futuro senza perdere il legame con le proprie radici. Perché custodire una varietà storica come il pòm prussian significa preservare un pezzo di memoria collettiva, trasformandolo in una risorsa capace di generare nuove opportunità economiche, sociali e ambientali. Tra i produttori di mela prussiana è stato creato anche un consorzio – Consorzio Tutela Pòm Prussian – che ogni anno, la quarta domenica di ottobre, organizza a Faller di Sovramonte la Fiera del Pòm Prussian.

Di |2026-07-20T08:42:08+02:00Luglio 20th, 2026|Senza categoria|Commenti disabilitati su Coltivare il territorio, coltivare opportunità: la nuova sfida della Cooperativa La Città del Sole

Oltre i numeri: la visione di un Consorzio che guarda al futuro

Oltre i numeri: la visione di un Consorzio che guarda al futuro

Più che un bilancio, una visione. I risultati economici approvati dai soci del Consorzio C.S.U. Zorzetto rappresentano infatti il punto di partenza per raccontare una trasformazione più ampia: quella di un’organizzazione che punta a diventare sempre più un laboratorio di innovazione sociale, progettazione e sviluppo della cooperazione. L’assemblea dei soci, riunitasi il 6 giugno per l’approvazione del bilancio consuntivo e del Bilancio Sociale 2025, è stata così l’occasione per ripercorrere il lavoro svolto negli ultimi due anni e condividere la direzione che il Consorzio intende seguire nei prossimi anni. Ad aprire i lavori è stata la relazione della presidente Laura Baldo, che ha ripercorso i primi due anni del mandato del Consiglio di amministrazione, tracciando una visione che guarda oltre la gestione ordinaria dei servizi. “Quando ci siamo insediati – ha spiegato – abbiamo trovato un Consorzio con una storia importante e competenze solide, ma inserito in un contesto profondamente cambiato. Per questo il nostro obiettivo non è stato semplicemente amministrare l’esistente, ma iniziare un percorso di evoluzione del CSU, rafforzandone la struttura organizzativa e preparandolo alle sfide future”.

Una visione che trova conferma anche nei numeri del bilancio 2025. Il Consorzio ha chiuso l’esercizio con un utile, in crescita rispetto al 2024. Ma i risultati economici rappresentano soltanto una parte del percorso. Nel corso dell’assemblea è stato illustrato anche il Bilancio Sociale 2025, che conferma la volontà del Consorzio di misurare non soltanto gli aspetti economici della propria attività, ma anche il valore sociale, ambientale e organizzativo generato sul territorio. Negli ultimi due anni il Consorzio ha investito nel rafforzamento della governance, nella riorganizzazione interna, nello sviluppo di nuovi servizi e in una progettazione sempre più orientata ai bisogni delle comunità. Tra gli obiettivi strategici illustrati dalla presidente Baldo emerge anche il percorso di fusione con il Consorzio Insieme, avviato nei mesi scorsi e che punta a rafforzare ulteriormente la cooperazione tra realtà di tipo A e di tipo B.

“Non si tratta soltanto di un’operazione organizzativa – ha sottolineato – ma di una scelta strategica che guarda al futuro della cooperazione sociale. Integrare cooperative di tipo A e di tipo B significa mettere insieme competenze diverse, ampliare la presenza territoriale e presentarsi agli enti pubblici con una proposta di servizi sempre più completa, qualificata e integrata”.

Accanto ai servizi tradizionali cresce anche l’impegno nella progettazione sociale. Durante l’assemblea sono stati presentati i progetti dedicati all’inclusione lavorativa, alla rigenerazione urbana e all’adattamento climatico, oltre al metodo Valoris, un percorso di ricerca e valutazione sviluppato per misurare il valore sociale ed economico generato dall’inserimento lavorativo delle persone in situazione di svantaggio. Più che uno studio, rappresenta uno strumento capace di rendere visibile l’impatto concreto della cooperazione sociale sulle persone, sulle comunità e sul sistema pubblico, offrendo elementi utili per orientare le future politiche di welfare e di inclusione e per dimostrare, con dati oggettivi, quanto investire nell’inclusione significhi produrre benefici che vanno ben oltre il singolo percorso lavorativo.

Parallelamente prosegue anche il percorso di innovazione organizzativa, con investimenti nella digitalizzazione dei processi interni, nella gestione delle gare, nella progettazione europea e in una nuova strategia di comunicazione pensata per raccontare con maggiore continuità il valore della cooperazione sociale e rafforzare il dialogo con cittadini, istituzioni e partner.

Per il direttore del Consorzio, Lorenzo Montagni, questa evoluzione rappresenta però qualcosa di ancora più ampio: “L’obiettivo non è soltanto rendere il Consorzio  più efficiente dal punto di vista organizzativo e capace di intercettare possibilità di lavoro per le cooperative, ma farlo diventare anche un luogo capace di produrre “cultura” sul sociale: uno spazio stabile di confronto, studio e approfondimento, dove cooperative, istituzioni e professionisti possano leggere insieme i cambiamenti della società e costruire risposte innovative ai nuovi bisogni del territorio”. Guardando al futuro, la presidente Baldo ha invitato le cooperative associate ad avviare una riflessione anche sul ricambio della governance, in vista della conclusione del mandato dell’attuale Consiglio di amministrazione. “Credo che uno dei compiti più importanti di un Consiglio di amministrazione non sia soltanto quello di amministrare bene durante il proprio mandato, ma anche quello di preparare il terreno per chi verrà dopo, lasciando un’organizzazione più forte, più strutturata e con una visione chiara”.

Il messaggio emerso dall’assemblea è quello di un Consorzio che, pur continuando a garantire servizi e supporto alle cooperative associate, punta sempre più a diventare un luogo di sviluppo della cooperazione sociale, capace di mettere in rete competenze, promuovere innovazione e costruire risposte condivise ai nuovi bisogni sociali e ambientali del territorio. Una visione che guarda oltre la gestione degli appalti e che punta a fare del C.S.U. Zorzetto non solo una rete di cooperative, ma un laboratorio permanente di idee, progettazione e confronto, capace di accompagnare l’evoluzione del Terzo Settore e contribuire alla costruzione del welfare del futuro.

Di |2026-07-10T10:38:13+02:00Luglio 10th, 2026|Senza categoria|Commenti disabilitati su Oltre i numeri: la visione di un Consorzio che guarda al futuro

Il verde non ha genere: storie di rinascita oltre gli stereotipi

Quattro donne della cooperativa Nonsoloverde, Elena, Sara, Carola e Jalba, raccontano come un mestiere ancora considerato “da uomini” possa diventare un percorso di crescita, libertà e rinascita.

 Ci sono lavori che, ancora oggi, nell’immaginario collettivo continuano a essere considerati “da uomini”. La manutenzione del verde è uno di questi. Decespugliatori, motoseghe, potature e giornate trascorse all’aria aperta raccontano un mestiere che raramente viene associato a un volto femminile. Eppure, nella cooperativa Nonsoloverde, aderente al Consorzio C.S.U. Zorzetto, quattro donne fanno parte delle squadre operative che ogni giorno si occupano della cura di parchi, giardini e spazi pubblici. Una scelta che va oltre la parità di genere: mette al centro le competenze, la fiducia nelle persone e la convinzione che il lavoro possa diventare uno strumento di crescita personale. “Quando abbiamo iniziato abbiamo scelto di non guardare al genere, ma alla volontà  – racconta Francesco Scalari consigliere d’amministrazione di C.S.U – è chiaro che esistono attività fisicamente più impegnative, ma una squadra funziona quando ciascuno mette a disposizione ciò che sa fare meglio. Le donne portano attenzione, precisione, sensibilità e una cura del dettaglio che rappresentano un grande valore aggiunto”. Per Scalari, però, la sfida non è dimostrare che una donna possa svolgere un mestiere tradizionalmente associato agli uomini:

“Mi piace pensare che i nostri operatori crescano come crescono le piante. Non vogliamo che imparino soltanto un lavoro: vogliamo che questo mestiere li aiuti a crescere come persone. Il verde insegna pazienza, responsabilità e rispetto dei tempi”.

Ed è ascoltando le loro storie che queste parole acquistano davvero significato.

Il rumore che spegne i pensieri

“Questo lavoro mi ha cambiata- racconta Elena – mi ha dato sicurezza, mi ha insegnato a fidarmi di me stessa e a credere di poter affrontare situazioni che prima mi spaventavano”.  Anche Sara descrive il suo rapporto con questo lavoro con una frase che, a sentirla la prima volta, sembra quasi un paradosso: ”Quando uso il decespugliatore mi rilasso. E’ un lavoro di fatica eppure mi toglie lo stress”. Sorride mentre lo racconta. “La fatica fisica porta via tutto il resto – spiegano le ragazze all’unisono- i pensieri si fermano e rimaniamo concentrate solo su quello che stiamo facendo. È come se si aprisse uno spazio di silenzio, un momento in cui riusciamo anche a riflettere su noi stesse”. Questo è uno degli aspetti più sorprendenti che emerge dalle loro testimonianze. Lavorare nel verde non significa soltanto prendersi cura di un’aiuola o di un parco, ma imparare ad ascoltare il ritmo della natura. Il susseguirsi delle stagioni, il cambiamento continuo del paesaggio e il contatto quotidiano con gli spazi aperti finiscono per influenzare anche il modo di guardare sé stessi. Anche l’ambiente costruito all’interno della cooperativa ha avuto un ruolo importante: costruire un gruppo in cui tutti possano sentirsi valorizzati, senza differenze tra uomini e donne. Gli stereotipi, però, ogni tanto riaffiorano.

“Con i colleghi non abbiamo mai avuto problemi – dice Jalba- siamo sempre state considerate parte della squadra. Succede piuttosto che qualcuno ci guardi con curiosità quando lavoriamo in strada o ci suoni il clacson passando. Fa sorridere”. “Poi  – puntualizza Elena –  arrivano anche i complimenti dei cittadini per un’aiuola ben curata o quelli di qualche dirigente comunale che apprezza il fatto di vedere delle donne impegnate in questo lavoro”.

La fatica buona

C’è però una storia che, forse più di tutte, racconta il significato profondo di questo mestiere. È quella di Carola. Per lei la manutenzione del verde non è stata una scelta, almeno all’inizio. È arrivata dopo un percorso di recupero dalla tossicodipendenza, che prevede il reinserimento lavorativo. Quello che doveva essere un semplice impiego si è trasformato, invece, in una tappa decisiva del suo percorso di rinascita.

“La prima settimana è stata durissima – spiega -non ero abituata a quel tipo di fatica. Un giorno ho appoggiato il decespugliatore a terra e me ne stavo andando. Avevo deciso di mollare.» Sembrava la fine di quell’esperienza. Invece è stato l’inizio di qualcosa di completamente diverso. «Mentre camminavo ho sentito una sensazione che non avevo mai provato: la fatica fisica. E proprio questa sensazione che potrebbe sembrare spiacevole ha prevalso su tutti quei pensieri dolorosi che mi accompagnavano. Non li sentivo più. Sentivo solo il mio corpo stanco”.

È stato quello il momento della svolta. “Mi sono fermata, sono tornata indietro, ho ripreso il decespugliatore e ho continuato a lavorare. Se quel giorno avessi mollato, probabilmente avrei mollato molto più di un lavoro”. Per Carola la fatica ha cambiato significato. Da qualcosa da evitare è diventata qualcosa da cercare, perché le ricorda il momento in cui ha ricominciato a vivere. “Ancora oggi, quando svolgo attività meno pesanti, sento il bisogno di tornare, ogni tanto, a fare i lavori più faticosi. Mi ricordano da dove sono partita. Quella fatica mi ha salvata. Mi ha insegnato che si può stare bene anche senza riempire il vuoto con altro”. Anche il rapporto con la natura è diventato parte del suo percorso di guarigione “Mi sono accorta di un parte di mondo che non conoscevo e che continuava a cambiare e, insieme a lui, stavo cambiando anch’io. Credo che questo lavoro abbia contribuito in modo fondamentale alla mia trasformazione”. La cura del verde, quindi, non è soltanto una possibilità d’impiego, ma uno spazio che restituisce tempo, silenzio, prospettiva e possibilità. In questo, la visione della cooperativa diventa investimento nelle persone, nelle loro capacità e nell’opportunità che ciascuno possa trovare il proprio posto, al di là degli stereotipi.

Come ricorda il consigliere Scalari, l’obiettivo non è semplicemente formare dei manutentori, ma arricchire le persone con le competenze e la consapevolezza: “Mi piace pensare che i nostri operatori crescano come crescono le piante”. Una frase che, dopo aver ascoltato queste storie, assume un significato diverso. Perché le piante hanno bisogno di tempo, di cura e di qualcuno che creda nella loro crescita. Le persone, in fondo, non sono poi così diverse.

Di |2026-07-03T11:09:14+02:00Luglio 3rd, 2026|Senza categoria|Commenti disabilitati su Il verde non ha genere: storie di rinascita oltre gli stereotipi

Servizi alla persona e territorio: tra carenza di personale e bisogno di competenze

Negli ultimi anni il sistema dei servizi sociali, educativi, sociosanitari e territoriali si è trovato ad affrontare una sfida sempre più evidente: la difficoltà nel reperire personale qualificato. Operatori socio-sanitari, educatori professionali, assistenti sociali, ma anche addetti ai servizi ambientali, alle manutenzioni e alle attività di supporto rappresentano oggi figure sempre più difficili da trovare. Si tratta di un fenomeno che interessa l’intero territorio nazionale, ma che in Veneto assume caratteristiche particolarmente rilevanti. L’invecchiamento della popolazione, l’aumento della domanda di assistenza e il progressivo pensionamento di molte figure professionali stanno infatti mettendo sotto pressione il sistema dei servizi.

La stessa Regione Veneto ha individuato nella carenza di personale una delle principali criticità per il futuro del sistema sociosanitario regionale. La difficoltà non riguarda soltanto gli OSS, figura fondamentale nell’assistenza alle persone anziane e non autosufficienti. Sempre più spesso cooperative sociali ed enti del Terzo Settore segnalano carenze anche tra educatori professionali, operatori delle comunità terapeutiche, professionisti della salute mentale e figure operative necessarie per garantire il funzionamento quotidiano di servizi e attività territoriali. Allo stesso tempo, crescono bisogni sociali sempre più complessi legati alla salute mentale, alle dipendenze, alla disabilità, alla non autosufficienza e alla solitudine sociale.

Una situazione che rende ancora più evidente la necessità di attrarre nuove professionalità e valorizzare competenze in settori che svolgono una funzione essenziale per il benessere delle comunità. La questione assume un’importanza strategica soprattutto in territori come quello veneziano, dove la crescente domanda di servizi richiede personale preparato e capace di operare in contesti sempre più articolati.

La domanda che emerge con forza riguarda quindi il futuro stesso del welfare territoriale e dei servizi di prossimità: chi si prenderà cura delle persone e delle comunità nei prossimi anni?

 Dal tema alla visione

Se la carenza di personale rappresenta una delle principali sfide per il futuro del welfare e dei servizi territoriali, la risposta non può limitarsi alla semplice ricerca di nuovi lavoratori. Diventa sempre più necessario costruire percorsi capaci di avvicinare le persone alle professioni della cura e dei servizi, valorizzare le competenze e creare opportunità concrete di inserimento lavorativo. In questa direzione si muovono diverse esperienze. Tra queste, il progetto Isamar: l’iniziativa promuove percorsi di inclusione e inserimento lavorativo rivolti a persone migranti attraverso attività legate all’accoglienza turistica, all’housekeeping, alla manutenzione e alla cura degli spazi. L’obiettivo è duplice: da un lato rispondere alle difficoltà di reperimento del personale in alcuni settori strategici, dall’altro favorire percorsi concreti di autonomia e integrazione sociale.

Esperienze di questo tipo dimostrano come il tema della carenza di personale possa essere affrontato anche attraverso modelli innovativi di inclusione, capaci di intercettare risorse che spesso restano escluse dai canali tradizionali del mercato del lavoro. Un’altra sfida riguarda il rapporto con il mondo della scuola e della formazione. Sempre più spesso il Terzo Settore evidenzia la necessità di costruire una relazione più stretta con istituti scolastici, università e percorsi professionalizzanti, affinché i giovani possano conoscere da vicino le opportunità offerte dalle professioni sociali, sociosanitarie e dai servizi alla comunità. Avvicinare gli studenti ai servizi, favorire esperienze sul campo e creare occasioni di incontro tra scuola e cooperazione rappresenta oggi un passaggio fondamentale per garantire il ricambio generazionale. Accanto a questo emerge la necessità di rafforzare la comunicazione positiva del sociale. Le professioni della cura vengono spesso raccontate soltanto attraverso le difficoltà e le criticità, mentre rimangono meno visibili il valore umano, professionale e sociale che producono ogni giorno. Raccontare le esperienze, i risultati e l’impatto generato dai servizi significa anche rendere più attrattivo un settore che svolge una funzione essenziale per la tenuta delle comunità.

Per questo assumono particolare importanza iniziative come “Siamo il Sociale”, che ogni anno coinvolgono cittadini, operatori e studenti in momenti di incontro e sensibilizzazione, contribuendo a promuovere una maggiore conoscenza del Terzo Settore e ad avvicinare nuove generazioni al mondo della cooperazione. “Di fronte alla crescente carenza di operatori sociali, educativi e sociosanitari – osserva Massimo Mantoan, consigliere di amministrazione di C.S.U. Zorzetto e promotore del progetto Isamar – non possiamo limitarci a registrare il problema: è necessario costruire insieme le soluzioni. Il Terzo Settore dispone già oggi di competenze, esperienze e progettualità consolidate che possono contribuire in modo determinante a ripensare il sistema del welfare.

Per questo riteniamo debba essere sempre più coinvolto come interlocutore strategico della Pubblica Amministrazione nella programmazione delle politiche sociali e sociosanitarie.” Secondo Mantoan, la risposta alle nuove fragilità passa attraverso una maggiore collaborazione tra istituzioni e mondo cooperativo, ma anche attraverso un investimento deciso sulle persone e sulle competenze.  “Un futuro capace di rispondere ai bisogni delle comunità – continua Mantoan – è possibile, ma occorre avere il coraggio di investire nella formazione, nell’inclusione e nella valorizzazione delle professioni che ogni giorno contribuiscono alla qualità della vita delle persone. Quel futuro, in molti territori, non è un obiettivo lontano: lo stiamo già costruendo attraverso servizi, progetti e iniziative che mettono al centro la dignità della persona e la coesione sociale.” In un momento in cui la domanda di servizi continua a crescere, la sfida non riguarda soltanto il numero dei lavoratori disponibili, ma la capacità di costruire un sistema in grado di attrarre talenti, valorizzare competenze e generare nuove opportunità.

Perché il futuro delle comunità passa inevitabilmente dalle persone che ogni giorno scelgono di prendersi cura degli altri e dei territori in cui vivono.

Di |2026-06-19T10:32:47+02:00Giugno 19th, 2026|Senza categoria|Commenti disabilitati su Servizi alla persona e territorio: tra carenza di personale e bisogno di competenze
Torna in cima