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Il Piano nazionale per l’economia sociale e il nuovo ruolo del Terzo settore

Per molto tempo il Terzo settore è stato raccontato soprattutto attraverso ciò che fa per le persone: i servizi, l’assistenza, il volontariato, l’inclusione, il sostegno alle fragilità. Un mondo considerato fondamentale per la tenuta delle comunità, ma spesso raccontato come qualcosa di distinto dai grandi processi economici e produttivi del Paese. Oggi questa separazione appare sempre meno adeguata. Le cooperative sociali, le imprese sociali, le associazioni e le altre realtà dell’economia sociale non si limitano infatti a rispondere ai bisogni. Producono lavoro, organizzano servizi, sviluppano competenze, costruiscono percorsi di inclusione, collaborano con le amministrazioni, intervengono nei territori e sperimentano nuove forme di risposta ai cambiamenti della società.

È anche a partire da questa consapevolezza che l’economia sociale è entrata con maggiore forza nell’agenda politica europea e nazionale. Il passaggio più recente riguarda l’Italia. Il 2 luglio 2026 il Consiglio dei ministri ha esaminato il primo Piano d’azione nazionale, elaborato in attuazione della Raccomandazione del Consiglio dell’Unione Europea del 27 novembre 2023 sullo sviluppo delle condizioni quadro dell’economia sociale. Il Piano definisce il perimetro dei soggetti riconducibili all’economia sociale nell’ordinamento italiano, tra cui il Terzo settore, la cooperazione, lo sport dilettantistico e gli enti religiosi, e individua le politiche pubbliche volte a promuoverne lo sviluppo. Tra gli ambiti indicati ci sono la disciplina degli aiuti di Stato, la fiscalità, l’accesso alla finanza, la valorizzazione del patrimonio immobiliare e il ruolo dell’economia sociale nelle politiche di coesione e nelle politiche attive del lavoro. Il documento ha una durata decennale, con una revisione di medio termine dopo i primi cinque anni.  È però importante chiarire lo stato del percorso: il Piano non introduce di per sé nuove misure immediatamente operative. Il passaggio del luglio 2026 rappresenta l’esame da parte del Consiglio dei ministri di una cornice strategica dalla quale dovranno discendere i successivi strumenti e interventi attuativi. È un passaggio che segna quindi un riconoscimento più esplicito del ruolo economico e sociale di questo mondo e del contributo che può offrire allo sviluppo del Paese. È proprio nella capacità di tenere insieme queste due dimensioni che sta una delle caratteristiche più interessanti dell’economia sociale: attività economica e finalità sociale non vengono considerate come due mondi separati, ma come parti dello stesso percorso. C’è poi un altro elemento che contribuisce a spiegare perché il ruolo del Terzo settore stia cambiando: il rapporto con le istituzioni. Per molto tempo le organizzazioni sociali sono state chiamate soprattutto a gestire servizi e interventi già definiti. Oggi si fa sempre più strada un modello nel quale la loro conoscenza dei bisogni, la capacità progettuale e la presenza nei territori possono contribuire anche alla costruzione delle risposte. È una direzione coerente con la stessa impostazione europea. La Raccomandazione del 2023 invita gli Stati membri a creare condizioni favorevoli allo sviluppo dell’economia sociale, anche attraverso l’accesso ai finanziamenti, ai mercati e agli appalti pubblici, un contesto fiscale adeguato e il sostegno all’inclusione lavorativa, allo sviluppo delle competenze e all’innovazione sociale. Il tema, quindi, non riguarda soltanto chi eroga un servizio, ma anche chi partecipa alla lettura di un bisogno e alla costruzione della risposta. È un passaggio particolarmente importante in una fase nella quale stanno cambiando contemporaneamente la struttura demografica del Paese, il mercato del lavoro, i bisogni di cura e le forme della povertà. Di fronte a trasformazioni di questa portata, la collaborazione tra istituzioni e organizzazioni sociali può diventare una componente sempre più rilevante delle politiche territoriali.

“Credo che il primo elemento da sottolineare, parlando del nuovo Piano nazionale per l’economia sociale – spiega il Direttore di C.S.U Zorzetto, Lorenzo Montagni – sia proprio il riconoscimento del ruolo che il Terzo settore può avere nella programmazione e nella progettazione delle risposte ai bisogni dei territori. Per noi non è un principio astratto. È qualcosa che sperimentiamo nel lavoro quotidiano. Quando ci occupiamo di un servizio non partiamo soltanto dalla sua gestione, ma dalla necessità di capire il contesto, leggere i bisogni, confrontarci con le istituzioni e costruire una risposta che sia realmente adeguata. È una prospettiva che, a nostro avviso, cambia anche il modo di considerare il Terzo settore. Non più soltanto come soggetto a cui affidare una prestazione, ma come interlocutore capace di portare competenze, conoscenza dei territori ed esperienza diretta dentro la costruzione delle politiche sociali. Ma qui si apre un altro scenario che per noi è fondamentale: se chiediamo al Terzo settore di essere protagonista nella costruzione delle risposte, dobbiamo anche creare le condizioni perché possa farlo bene. E questo significa riconoscere il valore della qualità. Nei servizi, infatti, il costo è certamente un elemento da considerare, perché ogni organizzazione deve essere sostenibile. Ma il costo da solo non può raccontare un servizio. La qualità comprende la professionalità delle persone, la continuità, la formazione, la capacità di innovare, l’inclusione, la conoscenza del territorio e la capacità di costruire relazioni e strategie. In questo senso, sostenibilità economica e valore sociale non sono due obiettivi diversi. Una cooperativa deve essere economicamente solida per poter investire, formare, innovare e garantire continuità. Ma il risultato del suo lavoro non si esaurisce nel bilancio: si misura anche nelle opportunità che crea. È questa, per noi, l’idea di economia sociale:  un settore parte della comunità che contribuisce a leggere i cambiamenti, a progettare risposte e a costruire sviluppo mettendo insieme sostenibilità economica e responsabilità sociale.” È proprio qui che si misura la fase che si apre adesso. Il Piano individua ambiti importanti: finanza, fiscalità, lavoro, patrimonio, coesione, aiuti di Stato. Ma il riconoscimento istituzionale, da solo, non modifica le condizioni nelle quali le cooperative e le altre organizzazioni sociali lavorano ogni giorno. Le misure e gli indirizzi contenuti nella strategia dovranno infatti tradursi nei successivi strumenti normativi e attuativi. Secondo i dati riportati dalle istituzioni europee, l’economia sociale conta circa 13,6 milioni di occupati nell’Unione Europea, a conferma di una dimensione tutt’altro che marginale.

Non è dunque un mondo marginale, ma una realtà chiamata a tenere insieme due parole che per molto tempo sono state considerate lontane: sviluppo e persone.

Ed è proprio questa la sfida che il Piano nazionale porta con sé: fare in modo che il sociale non sia semplicemente ciò che interviene dopo che l’economia ha prodotto i suoi effetti, ma diventi una delle dimensioni attraverso cui decidere che tipo di economia, di lavoro e di comunità vogliamo costruire.

Di |2026-10-09T10:13:13+02:00Ottobre 9th, 2026|Senza categoria|Commenti disabilitati su Il Piano nazionale per l’economia sociale e il nuovo ruolo del Terzo settore

Il verde che si fa eccellenza: due cooperative del Consorzio premiate

Ci sono luoghi che sembrano avere una destinazione scritta addosso: un’area industriale è fatta per produrre; una torre di raffreddamento appartiene alla storia della fabbrica; un terreno segnato dalla presenza dell’industria sembra portare con sé cemento, infrastrutture, lavoro e produzione. Eppure è proprio lì che può cominciare un’altra storia.

È quella raccontata, in queste settimane, da due cooperative del Consorzio C.S.U. Zorzetto, Il Germoglio e Nonsoloverde, che hanno ricevuto due riconoscimenti per altrettanti progetti nei quali il verde diventa uno strumento di trasformazione del territorio. Due esperienze diverse, ma unite da una stessa sfida: portare natura, paesaggio e nuove possibilità di vivere gli spazi dentro luoghi profondamente segnati dalla storia industriale. Non è soltanto una questione estetica. È una domanda su cosa può diventare un territorio quando smette di essere definito soltanto dalla funzione che ha avuto.

 

Da area industriale a spazio da vivere

A Milano, alla Triennale, Il Germoglio assieme alla CZ studio associati ha ricevuto il primo premio del City’scape Award 2026, il premio internazionale di progettazione promosso da Paysage, nella categoria “Drosscape: riqualificazione paesaggistica di ex aree industriali”, per il progetto e la realizzazione  “La Spiaggia Urbana nel Parco di San Giuliano”. Un riconoscimento che nasce all’interno di un premio dedicato alla progettazione del paesaggio e che mette al centro la capacità di ripensare il rapporto tra spazi costruiti, natura e territorio. Il progetto racconta la trasformazione dei sei ettari del Parco di San Giuliano a Mestre, ripensati per restituire alla città un nuovo spazio, capace di aprirsi verso la laguna e di creare un rapporto diverso tra il parco, l’acqua e le persone. Ma la trasformazione acquista ancora più significato se si guarda alla storia di quel terreno: l’area di Punta San Giuliano era stata utilizzata per anni come discarica di rifiuti industriali e urbani e la sua riconversione ha richiesto anche interventi di messa in sicurezza e di rimodellazione del suolo. Oggi quelle stesse condizioni diventano parte della sfida paesaggistica: il verde deve crescere sopra un territorio che porta ancora i segni della propria storia, attraverso dune, terrapieni e nuove forme del paesaggio. L’intervento cambia il paesaggio attraverso percorsi, vegetazione, illuminazione, spazi di sosta, sistemi di drenaggio e una nuova organizzazione degli spazi, fino alla creazione di quella che è stata definita una vera “spiaggia urbana”. “Il lavoro del Germoglio, attraverso il settore Green Design, è stato quello di trasformare il progetto in una realtà concreta. Non semplicemente piantare o mantenere il verde, ma costruire un paesaggio capace di restituire alla città uno spazio che prima aveva un’altra identità – spiega Massimo Stevanato, presidente de Il Germoglio –. È questo, forse, uno degli aspetti più interessanti della rigenerazione: non cancellare quello che un luogo è stato, ma permettergli di avere una funzione nuova”. E mentre a San Giuliano un’area viene riconsegnata alla città attraverso il paesaggio, a pochi chilometri di distanza, dentro la storia industriale di Porto Marghera, un’altra cooperativa si confronta con una sfida simile.

 

La natura dentro la storia industriale

Qui la storia parte da una torre.

È la torre di raffreddamento della Vetrocoke, costruita nel 1938 e oggi conosciuta come Venezia Heritage Tower: una delle grandi testimonianze dell’archeologia industriale di Porto Marghera, diventata nel tempo anche uno dei simboli della riconversione di quest’area.

Attorno a quella torre oggi si prova a costruire un rapporto diverso con il luogo.

È qui che si inserisce il progetto “VHT – Venezia Heritage Tower, Porto Marghera tra terra e acqua”, sostenuto dal Bando Cultura della Fondazione di Venezia nella sezione dedicata alla creatività artistica. Un progetto che nasce dall’incontro tra tre realtà: Nonsoloverde, RPR Studio e Venezia Heritage Tower del gruppo Sottana. Da una parte ci sono gli architetti di RPR Studio, dall’altra Nonsoloverde, che porta nel progetto non soltanto la propria competenza tecnica sul verde, ma anche una capacità progettuale che entra nella definizione stessa dell’intervento. E poi c’è Venezia Heritage Tower, che attraverso il percorso di recupero e valorizzazione promosso dal gruppo Sottana mette al centro la storia e l’identità di questo luogo, oggi aperto a nuove funzioni e nuove relazioni con il territorio. Si tratta quindi di un intervento che tiene insieme progettazione, patrimonio industriale e competenza sul verde. Nonsoloverde contribuisce a immaginare il paesaggio che può nascere attorno alla torre e, allo stesso tempo, a trasformare quell’idea in un intervento concreto. “L’obiettivo e la sfida sono portare natura dentro un territorio profondamente segnato dalla presenza dell’industria e creare nuove connessioni tra la torre e gli altri spazi verdi – spiega Francesco Scalari, vicepresidente di Nonsoloverde –. L’idea è costruire delle vie verdi, ricucire spazi oggi separati e cambiare il modo in cui quel luogo può essere attraversato e vissuto. Il progetto prevede inoltre un ‘Giardino d’Acqua e Luci’, con nuove piante acquatiche, fontane e alberature, per ridisegnare lo spazio intorno alla torre”. Anche qui il verde non è soltanto decorazione: diventa una connessione tra la torre e ciò che la circonda, tra la memoria industriale e una nuova idea di spazio, tra il luogo del lavoro e la natura.

 

Due territori, la stessa sfida

 

San Giuliano e Porto Marghera sono luoghi diversi. Ma hanno qualcosa in comune: sono territori nei quali la rigenerazione deve misurarsi con una storia industriale forte e con la necessità di restituire qualità agli spazi. Nel primo caso, un’area viene trasformata in un nuovo paesaggio urbano affacciato sulla laguna. Nel secondo, un simbolo della grande industria del Novecento viene riletto attraverso nuove connessioni verdi e un rapporto diverso tra patrimonio, natura e persone.

In entrambi, la sfida è trasformare senza cancellare. Ed è qui che le due esperienze si incontrano. Il Germoglio e Nonsoloverde non sono semplicemente le realtà che hanno contribuito a realizzare due interventi poi riconosciuti e premiati. Sono parte di quel lavoro, spesso poco visibile, che permette a un progetto di passare dalla carta al territorio: competenze, progettazione, conoscenza del verde, capacità tecnica e lavoro sul campo. Ma c’è un elemento che accomuna ancora più profondamente le due esperienze: in entrambi i casi il verde non arriva alla fine del processo. È il processo stesso a cambiare grazie al verde. È una prospettiva che sposta il significato della rigenerazione. Non si tratta soltanto di recuperare uno spazio, renderlo più bello o restituirgli una funzione. Significa riconoscere che anche i luoghi più segnati dal passato possono generare nuove possibilità.

Forse è proprio questo il messaggio che arriva da San Giuliano e da Porto Marghera: il territorio non è una pagina da riscrivere cancellando ciò che c’era prima. È una storia che può continuare.

E quando il cemento incontra la natura, quando la memoria incontra il futuro e quando un luogo nato per produrre torna a essere anche un luogo da vivere, allora il verde smette semplicemente di occupare uno spazio. E comincia a cambiarne il destino.

Di |2026-10-02T08:26:32+02:00Ottobre 2nd, 2026|Senza categoria|Commenti disabilitati su Il verde che si fa eccellenza: due cooperative del Consorzio premiate

RIPENSARE LA CITTA’, RIPARTIRE DALLA COMUNITA’

Una città non si rigenera semplicemente perché cambia il volto dei suoi edifici. Si rigenera quando cambia la capacità di rispondere alle persone che la abitano.

È questo, in fondo, il filo che ha attraversato il primo appuntamento de La Finestra di C.S.U, dedicato alla rigenerazione con la presenza di Gaetano Sateriale. Un confronto partito dalle sue esperienze e dai suoi libri, ma che presto ha superato quei confini per entrare dentro una domanda molto concreta: come si costruisce una città capace di cambiare insieme alle persone che la abitano?

La risposta proposta da Sateriale parte da un rovesciamento di prospettiva. Non sono le città, gli edifici, le infrastrutture a dover indicare prima di tutto la direzione. Sono i bisogni della comunità a dover guidare le scelte. È la demografia a cambiare, cambiano le famiglie, cambiano le condizioni di lavoro, aumentano alcune fragilità, cambiano le forme dell’abitare. E se la società cambia, anche la città deve sapersi trasformare. Non è un ragionamento astratto. È già scritto nei numeri della popolazione italiana. Al 1° gennaio 2026 le persone con almeno 65 anni sono 14,8 milioni, il 25,1% della popolazione, mentre gli over 85 sono arrivati a 2,5 milioni. In dieci anni gli over 65 sono aumentati dell’11,3%, mentre la popolazione tra 0 e 14 anni è diminuita del 16,7%.

Sono cifre che raccontano molto più di un invecchiamento demografico. Raccontano una città che deve imparare a essere diversa. Perché una popolazione più anziana significa anche una domanda diversa di servizi, mobilità, assistenza, prossimità, accessibilità, relazioni. Significa interrogarsi su come sono fatti i quartieri, sulla distanza dai servizi essenziali, sulla possibilità di muoversi, sulla qualità degli spazi pubblici, ma anche su come evitare che una casa diventi un luogo di isolamento.

L’Istat fotografa bene questa trasformazione: nel 2023 quasi 6,9 milioni di famiglie italiane erano composte esclusivamente da persone di 65 anni e più, il 25,9% del totale. Le persone sole di almeno 75 anni erano circa 2,7 milioni, il 10% di tutte le famiglie.

E qui la questione dell’abitare smette di essere soltanto una questione edilizia. Perché adattare una città a una popolazione che invecchia non significa soltanto aumentare le risposte sanitarie: significa ripensare la possibilità stessa di viverla. Significa intervenire sulla mobilità, sui servizi di prossimità, sugli spazi di relazione, sulla possibilità di continuare a vivere il proprio quartiere senza perdere autonomia. Se cambiano le famiglie, cambiano le necessità abitative. Se aumentano le persone sole, aumenta anche il bisogno di luoghi capaci di produrre relazione. Se cambiano le forme del lavoro, deve cambiare anche il modo in cui la città organizza servizi e tempi di vita.

È quello che Sateriale, già nel lavoro sviluppato con Nuove Ri-Generazioni, sintetizzava nella necessità di ripensare il rapporto tra abitazioni, servizi sociali, spazi verdi, spazi di relazione e istituzioni, dentro una logica insieme ambientale, sociale ed economica.

Da qui il discorso si allarga. Perché se la rigenerazione deve partire dai bisogni reali, allora non può essere soltanto una questione tecnica. Diventa una questione politica e, prima ancora, democratica.

Durante l’incontro Sateriale ha insistito sulla necessità che la politica torni ad ascoltare i cittadini, non soltanto attraverso le procedure formali della rappresentanza, ma recuperando una relazione reale con le comunità. Il tema della partecipazione, del resto, è presente anche nelle sue riflessioni pubblicate negli anni: la trasformazione della città richiede processi decisionali aperti e partecipati, capaci di mettere in relazione istituzioni e cittadini.

Ed è qui che entra anche il tema del bene comune. Governare una città non significa rispondere alla somma delle richieste individuali. Significa riuscire a leggere quelle richieste, riconoscere i bisogni che diventano collettivi e costruire risposte capaci di tenere insieme interessi diversi. È una responsabilità che riguarda le istituzioni, ma che non può essere esercitata senza una comunità disposta a partecipare. In questa prospettiva, ascoltare non significa semplicemente chiedere alle persone che cosa vogliono. Significa capire che cosa sta cambiando nella società prima ancora di decidere come trasformare i luoghi. E questo vale anche per il lavoro. Per Sateriale, il lavoro non è una variabile separata dalla rigenerazione urbana. È parte della possibilità stessa di costruire comunità, autonomia e dignità. Non basta quindi creare occupazione: occorre interrogarsi sulla qualità del lavoro, sulla sua stabilità, sulla sua capacità di produrre autonomia e di rispondere ai bisogni del territorio.

Dal lavoro alle politiche pubbliche, il punto resta però lo stesso: trasformare i principi in scelte concrete. C’è quindi un’altra questione che durante l’incontro ha riportato il ragionamento dalla teoria alle scelte concrete: che cosa abbiamo fatto delle grandi occasioni di trasformazione che abbiamo avuto davanti negli ultimi anni?

Il riferimento è stato all’Agenda 2030 e al PNRR. Due strumenti diversi, ma accomunati dalla possibilità di orientare politiche e investimenti verso una trasformazione più profonda del nostro modello di sviluppo. L’Agenda 2030, adottata dalle Nazioni Unite nel 2015, indica 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile da raggiungere entro il 2030. Eppure, secondo l’ASviS, l’Italia non è sulla traiettoria necessaria: nel Rapporto 2025 gli indicatori mostrano arretramenti rispetto al 2010 per sei Obiettivi, stabilità per quattro e miglioramenti limitati per altri sei.

Il PNRR, invece, è stato uno straordinario concentrato di risorse e di possibilità di intervento. Proprio per questo, nella lettura proposta da Sateriale, il punto non era soltanto chiedersi quanto abbiamo speso o quanti progetti abbiamo realizzato, ma se siamo riusciti a utilizzare quelle risorse per cambiare davvero il modo in cui immaginiamo e trasformiamo i territori.

La sua risposta è stata sostanzialmente quella di un’occasione che, almeno in parte, rischia di essere stata mancata: troppo spesso si è cercato dentro il PNRR il finanziamento per progetti che le amministrazioni avevano già in mente, invece di utilizzare quelle risorse per interrogarsi su ciò che sarebbe stato necessario cambiare davvero. È una differenza tutt’altro che marginale. Perché una politica pubblica può limitarsi a finanziare ciò che già conosce oppure può utilizzare una disponibilità straordinaria di risorse per mettere in discussione le proprie priorità. Nel primo caso si realizzano opere; nel secondo si prova a costruire una direzione.

E forse è proprio qui che si misura la qualità di una politica: nella capacità di non confondere la scadenza di un programma con la fine del cambiamento che quel programma avrebbe dovuto contribuire a generare. Alla fine, dunque, la rigenerazione sembra avere poco a che fare con l’idea di riportare qualcosa semplicemente a una condizione precedente.

Ecco perché la rigenerazione, nel percorso aperto da La Finestra di CSU, diventa qualcosa di molto più grande della trasformazione fisica di un luogo. Diventa un modo per leggere la società attraverso i suoi bisogni e per chiedersi se le città che abbiamo costruito siano ancora capaci di rispondere alle persone che le abitano.

Forse è proprio da qui che bisogna ripartire: non dalle cose che vogliamo aggiungere alla città, ma dalle persone che già ci vivono. E dalle domande che la loro vita, ogni giorno, ci sta ponendo.

Di |2026-09-25T09:29:13+02:00Settembre 25th, 2026|Senza categoria|Commenti disabilitati su RIPENSARE LA CITTA’, RIPARTIRE DALLA COMUNITA’

Rochdale, ascolto e lavoro per costruire il futuro

Ci sono cooperative che svolgono servizi. E poi ci sono cooperative che, attraverso quei servizi, costruiscono ogni giorno possibilità per le persone.

Rochdale, cooperativa sociale associata al Consorzio C.S.U. Zorzetto, è una di queste realtà. Nata nel 1999 con il sostegno del Comune di Venezia, con cui ancora oggi collabora nella gestione di importanti attività, nel tempo ha costruito la propria identità attorno a un’idea precisa: fare impresa sociale significa anche creare condizioni perché le persone possano trovare nel lavoro uno spazio di autonomia, relazione e crescita. Oggi Rochdale conta 52 tra soci e dipendenti, 16 dei quali sono persone con disabilità: il 30,8% del totale, quasi una persona su tre. È un dato che racconta più di una percentuale. Racconta una scelta, una direzione, un modo di intendere la cooperazione.

La cooperativa opera oggi in tre principali ambiti di servizio per il Comune di Venezia, diversi tra loro ma accomunati da una stessa funzione: mettere in relazione bisogni, persone e risposte. C’è il servizio Sportelli PASS – Porta di accesso ai Servizi Sociali – distribuito su tutto il territorio comunale. Si tratta del primo punto di contatto per cittadini e famiglie che si trovano a vivere situazioni di povertà, disagio abitativo o altre condizioni di fragilità. C’è poi il servizio CUP Mob, Centro Unico di Prenotazione Mobilità, attraverso il quale Rochdale gestisce per conto del Comune le richieste di trasporto e mobilità delle persone con ridotta capacità motoria iscritte al servizio stesso. Il terzo ambito, invece, è il servizio di Supporto Amministrativo alle misure di sostegno, un lavoro meno visibile ma indispensabile perché fa sì che le richieste possano trasformarsi, concretamente, in risposte per chi ne ha diritto. Tre servizi diversi, dunque, ma con un elemento comune: essere un punto di passaggio tra una difficoltà e un’opportunità, tra una persona e la possibilità di rimettersi in gioco.

A guidare oggi la cooperativa è la Presidente Beatrice Petracchi, in carica dal 2023. Il suo percorso dentro Rochdale è iniziato come semplice segretaria e si è sviluppato insieme alla crescita della cooperativa, accompagnandone più di due decenni di storia. Un’esperienza che le ha permesso di conoscere da vicino le persone, i servizi e soprattutto le ragioni che hanno portato Rochdale a nascere come cooperativa sociale: creare opportunità di lavoro per persone svantaggiate e/o con disabilità. È una storia che Petracchi ha scelto di raccogliere, conservandone le motivazioni originarie ma imprimendo nel tempo anche una propria direzione. Le parole che più di altre usa per descrivere la cooperativa sono ascolto e coesione. Due parole che acquistano un significato particolare quando si parla di persone con disabilità. Perché per Rochdale quel 30% non rappresenta un traguardo. La Presidente vorrebbe andare oltre quella percentuale, con un obiettivo ancora più importante: non limitarsi a offrire un posto di lavoro, ma costruire una prospettiva. “Non basta inserire una persona nel mondo del lavoro – spiega – il vero obiettivo è darle la possibilità di crescere, di sviluppare le proprie capacità e di sentirsi parte di un contesto”. È questa la direzione, anche, del Progetto Occupabilità, realizzato tramite un contributo del Comune di Venezia e ormai attivo da vent’anni. Un’iniziativa che accompagna ogni anno dieci persone adulte con disabilità psichiche e fisiche, seguite nel loro cammino da due tutor dedicate. Il progetto si sviluppa partendo dalle capacità residue e/o potenziali individuali, con un obiettivo che va oltre un’occupazione in senso proprio: aiutare le persone a sviluppare autonomia e capacità relazionali, creando le condizioni perché possano trovare una propria dimensione nel mondo e nella comunità. “Perché a volte – dice la Presidente – il lavoro non è il traguardo di un cammino. È ciò da cui quel cammino può finalmente cominciare. E allora può succedere che si debba partire dalle basi: imparare a stare con gli altri, a comunicare, a riconoscere le proprie capacità, a prendere confidenza con un ambiente e con un ruolo. Per poi, passo dopo passo, conquistare autonomia. A volte dobbiamo cominciare dalle fondamenta per arrivare più in alto. E non è un passo indietro: è il modo per dare alle persone gli strumenti per capire fin dove possono arrivare”. È qui che il lavoro di Rochdale assume un significato che va oltre le attività che gestisce. C’è però anche un’altra questione, che riguarda non soltanto chi quelle attività le coordina, ma anche chi le stabilisce. “Quello che vorrei – spiega la Presidente – è che quando qualcuno sceglie di affidare un servizio a una cooperativa sociale si fermasse un momento a guardare anche oltre il servizio. Non soltanto: deve essere fatto bene. Ma anche: chi può avere un’opportunità attraverso questo lavoro? Perché se una persona fragile trova uno spazio, non è soltanto quella persona a guadagnarci. È tutta la comunità che diventa un po’ più forte”.

Una speranza, questa, che richiama il pensiero della filosofa Martha Nussbaum e il suo approccio delle “capacità”: una società giusta non dovrebbe limitarsi a riconoscere formalmente i diritti delle persone, ma dovrebbe creare le condizioni concrete perché ciascuno possa sviluppare le proprie capacità e vivere in modo realmente umano. Il punto, allora, non è soltanto proteggere chi è più fragile, ma metterlo nelle condizioni di esprimere ciò che è in grado di fare. Passare dalla semplice assistenza alla possibilità, dalla protezione all’autonomia, dal ruolo di destinatari di un servizio a quello di parte attiva della comunità. È anche questa, infatti, la misura più interessante di una cooperativa sociale: non soltanto quante persone riesce a impiegare o quanti servizi riesce a gestire, ma quante ne riesce ad accompagnare verso un futuro che prima sembrava più difficile da immaginare. La vera sostenibilità di una comunità sta nella capacità di non lasciare indietro chi fa più fatica ad andare avanti.

Di |2026-09-11T09:40:05+02:00Settembre 11th, 2026|Senza categoria|Commenti disabilitati su Rochdale, ascolto e lavoro per costruire il futuro

Ma. Ce., dopo Don Dino: ciò che resta e ciò che nasce

Ci sono persone che, dentro una cooperativa, finiscono per diventare qualcosa di più del proprio ruolo. Non sono soltanto presidenti, amministratori, fondatori. Diventano un modo di intendere il lavoro, le relazioni, le persone. Per Ma. Ce, cooperativa sociale associata a C.S.U. Zorzetto, questa persona è stato Don Dino Pistolato. La sua storia è legata anche a quella del Consorzio di cui è stato fondatore e poi presidente dal 1999, in una fase importante della sua crescita. Ma la sua eredità non si misura soltanto nei ruoli ricoperti. Si misura soprattutto nel segno lasciato nelle persone che hanno lavorato con lui e nelle realtà che ha contribuito a costruire. Ma. Ce è una di queste storie. Una cooperativa che nel tempo ha costruito il proprio lavoro attorno a servizi diversi: edilizia, pulizie, facchinaggio, gestione della casa per ferie, raccolta degli indumenti mantenendo però al centro una dimensione che va oltre il servizio svolto, ossia quella del lavoro come possibilità, come strumento di autonomia, come occasione per rimettere in movimento una vita.

Oggi Ma. Ce conta 35 tra soci e dipendenti. Molti arrivano da percorsi di inserimento lavorativo diversi. È dentro questa realtà che Don Dino ha lasciato il suo segno. Non soltanto come figura di riferimento, ma come presenza capace di tenere insieme la dimensione imprenditoriale e quella sociale della cooperativa. Poi, lo scorso Marzo, improvvisamente Don Dino è mancato. La sua scomparsa, in Ma. Ce, ha sconvolto tutti, soprattutto sul piano umano ed emotivo. Perché quando una persona ha attraversato così profondamente la storia di una cooperativa, la sua assenza non è semplicemente un cambiamento nei ruoli: è un vuoto che tutti devono imparare ad abitare. Dopo di lui, è stata eletta Presidente Consuelo Dei Rossi. E forse non è un caso che, in un momento in cui la cooperativa doveva trovare un nuovo equilibrio, la scelta sia caduta su una persona che Ma. Ce l’aveva conosciuta davvero da dentro. Consuelo Dei Rossi ha lavorato al fianco di Don Dino per otto anni e quando racconta il suo percorso, parla prima di tutto di un incontro che le ha cambiato la vita: “Io devo tutto a Ma. Ce perché la Cooperativa ha rappresentato una rinascita”.

È da qui, infatti, che forse bisogna partire per capire il motivo per cui, oggi, quella presidenza non venga vissuta da lei come un peso, nonostante la fatica e il momento delicato, ma come un privilegio. Consuelo non aveva mai pensato di diventare presidente. Non era quello il percorso che aveva immaginato per sé. Ciò che l’ha fatta crescere dentro Ma. Ce, non è stata l’ambizione ma qualcosa di diverso, di più profondo: l’innamoramento per quella realtà, per le persone, per il modo in cui il lavoro poteva diventare uno strumento di cambiamento.

E così ha scelto di conoscere la cooperativa partendo dalle fondamenta.

Ha voluto entrare nei diversi servizi, fare quei lavori, capire direttamente le dinamiche, vedere come si muovevano le cose. Non imparare Ma. Ce dall’alto, ma attraversarla. Conoscerla dal suo punto più concreto, quello in cui il lavoro accade.

È arrivata in alto partendo dal basso, ma quel basso non ha nulla a che vedere con una gerarchia di valore. Significa piuttosto partire da ciò che tiene in piedi una casa prima ancora di occuparsi di come deve essere governata.

Forse è anche per questo che oggi la Presidente sente così fortemente il bisogno di raccogliere ciò che Don Dino ha lasciato. “Voglio portare avanti tutti gli insegnamenti che Don Dino mi ha dato, soprattutto il rispetto della persona e il senso della cooperatività, a tutti i livelli della gestione della cooperativa”. Sono parole, queste, che raccontano una continuità, ma non necessariamente una conservazione. Perché portare avanti un insegnamento significa anche misurarlo con il presente.

Accanto alla Presidente c’è anche un’altra donna, pilastro di Ma. Ce, Lorena Miatto, consigliera d’amministrazione e impiegata amministrativa. È in cooperativa da 33 anni, fin dagli inizi, e rappresenta una memoria concreta della cooperativa e del tempo trascorso con Don Dino. Una fotografia delle due insieme racconta allora qualcosa che va oltre loro stesse: da una parte le origini, dall’altra l’evoluzione. È forse questa la parte più interessante del passaggio di Consuelo: non il fatto che una donna sia diventata Presidente dopo la morte di un uomo che aveva rappresentato così tanto per la cooperativa, ma il modo in cui è arrivata a quel ruolo. Non per successione. Non per ambizione. Ma per appartenenza. “Io non avevo mai pensato di diventare presidente – racconta -è successo. E oggi sento che questo è anche il mio modo di restituire qualcosa a Ma. Ce». Perché Ma. Ce, prima ancora di diventare una responsabilità da amministrare, per lei è stata una possibilità ricevuta. Un’opportunità di crescita personale che oggi si trasforma nella volontà di restituire. La fase che la cooperativa sta vivendo è ancora una fase di assestamento.

La morte di Don Dino ha prodotto soprattutto un’instabilità emotiva, più che strutturale. Il lavoro è continuato, i servizi hanno continuato a funzionare, le persone hanno continuato a fare la propria parte. Ma dentro quella continuità è rimasto il bisogno di elaborare un’assenza.

La Presidente non nasconde questa fase, ma allo stesso tempo non sembra volerla trasformare in una parentesi da attraversare tornando poi semplicemente a ciò che c’era prima. È aperta alle nuove visioni, alle nuove sfide, a quello che Ma. Ce potrà diventare. Ed è forse qui che il titolo trova il suo senso: ciò che resta e ciò che nasce.

Resta Don Dino, con il suo modo di intendere la persona, il lavoro e la cooperazione. Restano le persone che hanno costruito Ma. Ce, come Lorena.

Resta una storia che non può essere sostituita né replicata. Ma nasce anche qualcosa di nuovo. Una presidente che quella presidenza non aveva mai cercato. Una visione che si è formata lentamente, dentro i servizi e dentro il lavoro. Perché una cooperativa non è mai soltanto quella persona che l’ha fondata o guidata per anni. È ciò che quella persona riesce a lasciare negli altri. E probabilmente il modo più autentico di continuare una storia non è cercare di essere all’altezza di chi ci ha preceduto.

Ma far sì che ciò che ci ha insegnato continui a generare qualcosa che ancora non esiste.

Di |2026-09-04T08:38:57+02:00Settembre 4th, 2026|Senza categoria|Commenti disabilitati su Ma. Ce., dopo Don Dino: ciò che resta e ciò che nasce

LA FINESTRA DI CSU – 17 SETTEMBRE 2026 ORE 17:30 FORTE MARGHERA

Il 17 settembre alle ore 17.30, a Forte Marghera, Mestre (VE) – Sala A prende avvio

“La Finestra di CSU – dialoghi, sguardi, visioni” 

un nuovo ciclo di appuntamenti dedicato al confronto e alla riflessione sul presente.

Una rassegna di incontri che nasce con l’intento di mettere in dialogo persone, idee e temi, intrecciando prospettive diverse per osservare più da vicino il nostro tempo,

i luoghi che abitiamo e le trasformazioni che li stanno attraversando.

Il primo appuntamento sarà con Gaetano Sateriale, con il quale parleremo di città e territori. In particolare, di rigenerazione urbana e sociale, a cominciare dal suo libro 
Ripartire dalle città. Per uno sviluppo sostenibile dell'economia, della società, dell'ambiente.


Gli incontri sono aperti alla cittadinanza

     

Qualche nota su Gaetano Sateriale

Ferrarese, dopo gli studi in Scienze politiche entra nella CGIL, maturando diverse esperienze nelle strutture regionale e nazionale, dove si occupa in particolare di industria, contrattazione e politiche del lavoro.

La scelta di Sateriale nasce dal suo lungo impegno sui temi della rigenerazione e dello sviluppo sostenibile. La sua idea va oltre la semplice trasformazione fisica degli spazi: rigenerare significa rimettere al centro le persone, i loro bisogni e le loro relazioni, ricostruendo intorno ai luoghi servizi, opportunità, lavoro, partecipazione e qualità dell’abitare. Una prospettiva nella quale rigenerazione urbana, sociale, economica e ambientale diventano dimensioni di uno stesso processo: rendere le comunità nuovamente capaci di futuro.

Nel 1999 viene eletto sindaco di Ferrara e riconfermato nel 2004, rimanendo alla guida della città fino al 2009. Sono dieci anni nei quali l’esperienza sindacale si confronta con la complessità dell’amministrazione urbana: sviluppo, urbanistica, servizi, ambiente, cultura, lavoro e rapporto con la comunità.

Terminata l’esperienza amministrativa, torna alla CGIL nazionale, partecipando anche alla costruzione del Piano del Lavoro.

Negli anni successivi il suo interesse si concentra sempre più sui temi dello sviluppo sostenibile, della qualità urbana e della rigenerazione dei territori. A questo percorso civile e professionale si accompagna una significativa attività di scrittura.

 

                         

Di |2026-08-31T09:07:49+02:00Agosto 31st, 2026|Senza categoria|Commenti disabilitati su LA FINESTRA DI CSU – 17 SETTEMBRE 2026 ORE 17:30 FORTE MARGHERA

Dai luoghi alle comunità: il senso della rigenerazione

Ci sono parole che, nel tempo, abbiamo imparato a separare: lavoro, welfare, territorio, ambiente, comunità. Eppure esiste un termine capace di rimetterle insieme: rigenerazione. Rigenerare non significa semplicemente recuperare ciò che è stato abbandonato, né limitarsi a trasformare uno spazio, un edificio o un quartiere. Significa restituire vita a qualcosa che l’ha perduta, riconoscere bisogni nuovi, ricostruire relazioni e creare le condizioni perché un territorio possa tornare a produrre benessere. E’ una trasformazione che parte dai luoghi, ma che inevitabilmente arriva alle persone. Ed è anche il punto di partenza del primo incontro de “La Finestra di C.S.U”, il nuovo progetto di approfondimento del Consorzio, che nasce per mettere in dialogo il mondo della cooperazione con pensieri, esperienze e prospettive capaci di leggere la società oltre i confini del proprio lavoro. A dare avvio a questo percorso sarà, il 17 Settembre alle ore 17.30 a Forte Marghera, Gaetano Sateriale, per oltre trent’anni dirigente della Cgil e poi sindaco di Ferrara per due mandati, oggi impegnato sui temi della sostenibilità e della rigenerazione dei territori. Il confronto partirà dal suo libro “Ripartire dalle città”, scritto con Fabrizio Ricci, che propone una riflessione sulla necessità di ripensare lo sviluppo delle città tenendo insieme sostenibilità ambientale, economica e sociale e rafforzando la coesione delle comunità.  Ma proprio da qui il discorso può allargarsi.

Perché se una città può essere rigenerata, bisogna chiedersi se può essere rigenerata anche una comunità?

E se rigenerare un territorio significa intervenire sui luoghi in cui le persone vivono, lavorano e si incontrano, quanto può essere importante intervenire anche sulle relazioni, sui servizi, sulle opportunità e sulle condizioni che permettono alle persone di sentirsi parte di quel territorio?

Sono domande, queste, che riguarda da vicino il mondo della cooperazione.

Le cooperative, infatti, lavorano spesso proprio là dove una rigenerazione diventa necessaria: nei servizi, nell’inclusione lavorativa, nella cura dell’ambiente e degli spazi, nella risposta alle fragilità, nella costruzione di opportunità. Non si limitano a gestire un bisogno: cercano di trasformarlo in una possibilità.

Ed è proprio questo il significato più interessante della parola rigenerazione: non tornare a ciò che c’era prima, ma creare le condizioni perché qualcosa possa tornare a vivere in una forma nuova. In questa prospettiva, la rigenerazione urbana diventa anche rigenerazione sociale. Recuperare uno spazio significa restituirgli una funzione; recuperare una relazione significa restituire a una persona un posto dentro la comunità. Riqualificare un territorio significa anche interrogarsi su chi lo abita, su quali opportunità offre, su chi rischia di rimanerne escluso. È un ragionamento che attraversa molti dei temi su cui Sateriale ha lavorato negli anni: il welfare, il lavoro, la sostenibilità, la prossimità dei servizi, la partecipazione e il rapporto tra bisogni delle persone e trasformazione dei territori. Nel suo approccio alla rigenerazione, infatti, il punto di partenza sono proprio i bisogni delle persone e del territorio, da affrontare attraverso servizi e interventi costruiti in una logica di prossimità.

Anche il lavoro entra così dentro una visione più ampia. Non soltanto occupazione, ma strumento attraverso cui le persone possono costruire autonomia, competenze e cittadinanza. Sateriale ha parlato, per esempio, della necessità di considerare il lavoro come una possibilità attraverso cui acquisire pienamente i diritti di cittadino.

E allora la domanda diventa ancora più grande: che cosa significa rigenerare una società?

Forse significa smettere di considerare separati problemi che invece sono profondamente connessi. L’ambiente non è qualcosa di diverso dal welfare. Il lavoro non è separato dall’inclusione. La qualità degli spazi in cui viviamo influenza la qualità delle relazioni che possiamo costruire. E la sostenibilità non può essere soltanto ambientale se non è anche economica e sociale.

Proprio questa la prospettiva che C.S.U vuole portare dentro La Finestra: partire da un tema concreto per aprire una riflessione più ampia.

Perché rigenerare non è soltanto cambiare ciò che vediamo. È cambiare le condizioni che permettono a una comunità di vivere, crescere e riconoscersi.

E’ tornare a prendersi cura di ciò che abbiamo, prima che sia troppo tardi per farlo.

Di |2026-08-28T13:22:02+02:00Agosto 28th, 2026|Senza categoria|Commenti disabilitati su Dai luoghi alle comunità: il senso della rigenerazione

La Finestra di CSU: comunicare per aprire nuovi sguardi.

Negli ultimi mesi la comunicazione di CSU ha intrapreso una nuova direzione: raccontare più da vicino le cooperative, ma anche allargare lo sguardo ai temi che attraversano il mondo della cooperazione, del lavoro e della comunità. Da questa evoluzione nasce La Finestra di CSU, un progetto che vuole trasformare la comunicazione in uno spazio di confronto, approfondimento e nuove idee. A raccontarci questo cambio di passo è il direttore del consorzio Lorenzo Montagni.

Direttore, perché avete scelto di cambiare il modo di comunicare in CSU?

Direi innanzitutto che abbiamo ricominciato a comunicare. E, nel farlo, probabilmente questo cambio di passo è collegato al fatto che abbiamo cambiato il modo di vederci e di collocarci rispetto alla società e alla comunità in cui siamo. Comunicare significa anche interrogarsi sul ruolo che si occupa e sul modo in cui ci si presenta all’esterno. Non è quindi soltanto una questione di strumenti o di linguaggio: è il segno di una consapevolezza diversa. E questo significa anche accettare che la comunicazione non sia soltanto il modo attraverso cui facciamo conoscere ciò che siamo: può diventare uno strumento per capire meglio ciò che siamo, attraverso il modo in cui gli altri ci guardano. È un passaggio importante, perché raccontarsi significa anche mettersi in relazione e, in qualche misura, mettersi in discussione. Significa interrogarsi sul ruolo che si occupa e sul modo in cui ci si presenta all’esterno. Se cambia il modo in cui guardiamo il mondo che ci circonda, deve cambiare anche il modo in cui scegliamo di raccontarlo.

Perché una realtà come CSU dovrebbe occuparsi anche di ciò che accade fuori dai propri confini?

Credo che quando una realtà come CSU decide non solo di raccontarsi, ma di diventare anche uno spazio di riflessione e confronto, cambi il modo stesso di ascoltarsi e di comprendere ciò che si è, dentro la complessità in cui si vive. CSU è un’azienda che partecipa ad appalti, è un raggruppamento di altre aziende, rappresenta istanze legate alla socialità e all’inclusione, ma è anche un soggetto di questo territorio, profondamente inserito nella società in cui opera. Per questo può accogliere riflessioni che, partendo dalla propria esperienza, possono diventare importanti anche per una riflessione comune. Una realtà che vive dentro una comunità non può limitarsi a raccontare ciò che fa: deve anche provare a capire ciò che sta accadendo intorno a sé. E questo significa soprattutto ascoltare. Ascoltare il territorio, le persone, i cambiamenti, le domande che emergono e anche quelle che ancora non hanno trovato una voce. La comunicazione, in questo senso, non è più soltanto uno strumento per arrivare agli altri, ma diventa un modo per essere più dentro la realtà in cui si opera.

Con La Finestra di CSU entrano in gioco incontri e protagonisti anche esterni al mondo della cooperazione. Che cosa vorreste che accadesse attraverso questo progetto?

Con La Finestra di CSU entrano certamente in gioco protagonisti esterni al mondo della cooperazione, ed è proprio questo uno degli elementi che vorremmo desse senso al progetto. È un livello diverso: non è soltanto la narrazione che CSU fa di sé e delle proprie attività, ma è CSU insieme ad altri soggetti che ragiona su alcuni temi che naturalmente riguardano anche la sua attività e la sua identità, ma che allo stesso tempo riguardano il mondo in cui CSU è inserita. Vorremmo quindi creare uno spazio nel quale punti di vista differenti possano incontrarsi senza la necessità di arrivare necessariamente a una posizione comune. Il valore sta anche nella possibilità di mettere in relazione mondi che normalmente non si incontrano, perché è proprio dall’incontro tra esperienze diverse che possono nascere letture nuove della realtà. Una finestra, per sua natura, non serve a guardare sempre nella stessa direzione: apre un punto di vista sul mondo. E soprattutto permette di vedere qualcosa che prima non vedevamo, semplicemente perché non avevamo ancora aperto quella finestra.

I temi che affronterete saranno molto diversi tra loro. Qual è però il filo che li unirà?

I temi che stiamo pensando saranno diversi e saranno diversi anche gli interlocutori. Non vogliamo porre pregiudizi o preclusioni nella scelta delle persone: cerchiamo interlocutori che possono essere intellettuali, politici, persone che fanno parte del nostro mondo o anche persone qualsiasi, purché possano portare un contributo a un dibattito. Il filo comune sarà quello che dicevamo prima: la comunità e la società in cui viviamo. Presumibilmente ci sarà sempre un filo comune in qualche maniera sociale, ma in un’accezione molto estesa, molto ampia. Anche un tema come la parità di genere, per esempio, è un tema sociale. Così come lo sono la sostenibilità, il lavoro, l’ambiente e tutte quelle questioni che attraversano la vita delle persone e delle comunità. Il sociale, quindi, non è un recinto dentro cui stare: è una lente attraverso cui guardare la società nel suo insieme. Significa non considerare questi temi come compartimenti separati, ma provare a cogliere le relazioni che li legano. Una questione ambientale può avere conseguenze sociali, il lavoro riguarda l’autonomia delle persone, la parità di genere riguarda il modo in cui una comunità costruisce le proprie opportunità. È questa complessità che ci interessa raccontare.

Che cosa significa, per CSU, diventare anche un luogo in cui far nascere domande oltre che raccontare risposte?

Per CSU diventare un luogo in cui far nascere domande, oltre che raccontare risposte, significa dare terreno e dare uno dei propri significati, uno dei propri scopi, a una caratteristica che ci appartiene. Un luogo come CSU è, per definizione, un luogo in cui devono nascere domande e riflessioni, sguardi e dialoghi che poi possono portare ad azioni comuni. Significa quindi dare una risposta a una delle nostre caratteristiche, a una delle nostre connotazioni: quella di essere anche un luogo di domande, di confronto e di costruzione di pensiero. Ma una domanda ha valore soprattutto quando non rimane soltanto una domanda. Può mettere in discussione un’abitudine, aprire un confronto, far emergere un bisogno o suggerire una possibilità che prima non avevamo considerato. Per questo crediamo che la comunicazione possa avere anche una funzione generativa: non soltanto spiegare ciò che esiste, ma contribuire a creare le condizioni perché qualcosa di nuovo possa essere pensato. A volte il primo passo per far crescere una comunità non è trovare una risposta, ma avere il coraggio di porre una domanda nuova.

E infine: che cosa vorreste che una persona trovasse aprendo “La Finestra di CSU”?

Vorremmo che una persona trovasse, partecipando alle nostre “Finestre”, un momento di approfondimento lieto, libero da connotazioni e aperto al confronto. Ma soprattutto vorremmo che non fosse semplicemente spettatore, ma potesse uscire da un incontro con qualcosa in più: una domanda, un’idea, un punto di vista diverso, magari anche un dubbio. Perché non sempre un incontro deve produrre una risposta immediata. A volte il suo valore sta nel modificare, anche solo di poco, il modo in cui guardiamo una questione. Non semplicemente un contenuto in più, dunque, ma un punto da cui guardare un po’ più lontano. E se quella nuova prospettiva riuscirà anche solo a generare una domanda che prima non c’era, allora avremo aperto davvero una finestra.

Di |2026-08-21T08:55:25+02:00Agosto 21st, 2026|Senza categoria|Commenti disabilitati su La Finestra di CSU: comunicare per aprire nuovi sguardi.

Oltre le barriere invisibili: vivere, lavorare e sentirsi cittadini

C’è una differenza importante tra rendere accessibile un luogo e permettere davvero a qualcuno di sentirsi parte di quel luogo. L’accessibilità apre una porta; l’inclusione invita ad attraversarla, a fermarsi, a vivere quello spazio come tutti gli altri.

È anche da questa idea che prende forma il progetto “Turismo sociale inclusivo”, un’esperienza che negli anni ha ampliato il proprio significato: non soltanto rendere le vacanze e i luoghi turistici più accessibili alle persone con disabilità, ma creare occasioni concrete di autonomia, lavoro, relazione e partecipazione alla vita della comunità. Il progetto muove i suoi primi passi circa quattordici anni fa a Jesolo, dove l’esperienza era inizialmente concentrata sul lavoro nelle spiagge. Da allora il percorso si è sviluppato, coinvolgendo progressivamente altri territori e ampliando i propri obiettivi: dai tirocini alla formazione, dall’accessibilità dei luoghi alla possibilità per le persone con disabilità di sperimentare  vere esperienze di autonomia.  L’ultima esperienza ha portato a Venezia quattro giovani, di età compresa tra i 22 e i 35 anni, per un mese vissuto lontano da casa, insieme, con un obiettivo preciso: sperimentare una quotidianità il più possibile autonoma, fatta di lavoro, spostamenti, tempo libero e scoperta della città. L’esperienza veneziana nasce dalla collaborazione tra servizi, istituzioni e realtà del Terzo Settore. Sono stati coinvolti l’Ulss 3 Serenissima, il Comune di Venezia e la cooperativa sociale Titoli Minori, aderente al Consorzio Insieme, prossimo alla fusione con il Consorzio C.S.U. Zorzetto. Ed è proprio questa rete, fatta di competenze, relazioni e responsabilità condivise, a rendere possibile un progetto che non si esaurisce nell’arco di un singolo mese, ma può diventare un’occasione concreta di crescita e di continuità.

Dal tema al vissuto

Dal 1° al 31 luglio, Pietro, Alessio, Gianluca e Mattia hanno abitato Venezia da cittadini. Prima in un appartamento affacciato sulla basilica del Redentore, poi in una seconda casa a San Francesco della Vigna. Al mattino hanno svolto attività di tirocinio lavorativo in quattro realtà diverse: uno di loro è stato inserito in uno stabilimento balneare, uno ha svolto il proprio percorso in un ostello privato, uno al Conad e uno presso una cooperativa sociale del Consorzio Csu Zorzetto, dove il tirocinio è stato successivamente prorogato e si sta valutando anche la possibilità di un’assunzione.

Il pomeriggio, invece, era il momento per vivere la città: visitare musei e monumenti, praticare sport, stare all’aria aperta, andare al Lido e partecipare a esperienze culturali, dal concerto dell’orchestra del Teatro La Fenice dedicato a Ennio Morricone alla visita al cimitero di San Michele.

Non una vacanza organizzata per loro, dunque, ma un’esperienza costruita con loro.

Ed è forse proprio qui che il progetto mostra il suo valore più profondo. Perché l’autonomia non coincide soltanto con il saper fare qualcosa da soli. Significa poter scegliere, assumersi responsabilità, confrontarsi con situazioni nuove e scoprire che anche una difficoltà quotidiana può diventare parte di un percorso di crescita.

“Venezia si è dimostrata una città assolutamente inclusiva – racconta Massimo Mantoan, presidente del Consorzio Insieme – nonostante la sua particolare complessità e le difficoltà che può presentare negli spostamenti e nella fruizione degli spazi. E lo è stata non soltanto sul piano dell’accessibilità fisica, ma soprattutto nella capacità di superare quelle che sono le barriere invisibili. Quelle che di fatto sono le più difficili da misurare, perché riguardano gli atteggiamenti, il modo in cui le persone vengono accolte e la possibilità di sentirsi davvero parte di un luogo. In questo mese cittadini e turisti hanno dimostrato grande disponibilità e comprensione. In particolare vogliamo ringraziare il personale di Actv, che ci ha accompagnato e aiutato concretamente nel corso di questa esperienza.”

Il valore del progetto sta proprio nella possibilità di spostare il punto di vista. Non guardare prima alla disabilità e poi alla persona, ma fare il percorso inverso: mettere la persona al centro e lasciare che siano le sue capacità, i suoi desideri e le sue possibilità a definire il percorso. È un cambiamento culturale prima ancora che organizzativo. E Venezia, con la sua complessità, i suoi ponti, le sue calli e quella struttura che può sembrare quasi un labirinto anche a chi la conosce, diventa in questo senso una palestra straordinaria di autonomia. “Il vero obiettivo che abbiamo raggiunto – continua Mantoan – è proprio questo: l’autonomia. Venezia non è una città semplice da vivere, e proprio per questo affrontarla significa sviluppare coraggio, imparare a muoversi, prendere decisioni e avere fiducia nelle proprie possibilità. Il risultato più bello è vedere questi ragazzi acquisire maggiore sicurezza e comprendere di avere tante abilità che vanno oltre la loro disabilità”. Anche il territorio, così, cambia prospettiva. Una spiaggia accessibile, un museo visitabile, un servizio capace di accogliere tutti non sono semplicemente strutture “a norma”: diventano luoghi nei quali le differenze possono incontrarsi senza che una persona debba rinunciare alla propria autonomia. La storia di questi quattro ragazzi racconta proprio questo passaggio. Perché vivere per un mese in una città come Venezia significa molto più che dormire fuori casa o partecipare a un tirocinio. Significa imparare a muoversi in un ambiente nuovo, costruire relazioni, organizzare il proprio tempo, confrontarsi con gli altri e, soprattutto, sperimentare una possibilità: quella di essere cittadini a tutti gli effetti. Ed è forse questo il senso più autentico del turismo sociale inclusivo: non costruire esperienze speciali per persone speciali, ma creare le condizioni perché ciascuno possa vivere esperienze autentiche, dentro una comunità che sappia accogliere le differenze come parte della propria normalità.

Perché una città davvero inclusiva non è quella in cui tutti trovano un posto predisposto per loro. È quella in cui tutti possono trovare il proprio posto.

Di |2026-08-14T09:02:28+02:00Agosto 14th, 2026|Senza categoria|Commenti disabilitati su Oltre le barriere invisibili: vivere, lavorare e sentirsi cittadini

Entrare nel mondo degli altri: quando la strada diventa il primo luogo della fiducia

Ci sono incontri che avvengono dentro un ufficio. E ce ne sono altri che possono nascere soltanto su una panchina, all’uscita di una scuola, in un parco, davanti a un campetto dove un gruppo di ragazzi trascorre il pomeriggio.

È da questi luoghi che comincia il lavoro degli operatori di strada.Un lavoro che, prima ancora di offrire risposte, sceglie di fare una cosa molto più difficile: entrare nel mondo degli altri. Negli ultimi anni si parla molto del disagio giovanile. Si parla di isolamento, di dipendenze, di abbandono scolastico, di fragilità psicologica. Più raramente ci si domanda quale sia il modo giusto per incontrare questi ragazzi. Perché chi vive una difficoltà di rado entra spontaneamente in un servizio. Molto più spesso aspetta, magari senza saperlo, che sia qualcuno ad attraversare la distanza che lo separa dagli altri. È il principio della prossimità, uno dei cardini dell’educativa di strada: non chiedere alle persone di raggiungere il servizio, ma fare in modo che sia il servizio a raggiungere loro. Non per sostituirsi alle famiglie o alla scuola, ma per costruire un ponte tra i ragazzi e le opportunità presenti sul territorio. Dal 2016 è questa la missione che accompagna gli operatori di strada della cooperativa Coges Don Milani, associata al Consorzio C.S.U. Zorzetto. Oggi diciotto educatori operano in diversi territori della provincia di Venezia lavorando in stretta collaborazione con amministrazioni comunali e ULSS. Viaggiano sempre in coppia. Non perché il loro compito sia controllare i ragazzi. Ma perché il loro lavoro è stare accanto.

Dal tema alla visione

“La prima cosa che fanno – racconta Irene De Marzi, Referente dell’Ambito Prossimità per l’Area Giovani e Promozione del Benessere di Coges – è molto diversa da quello che ci si potrebbe aspettare. Non chiedono ai ragazzi di salire nel loro mondo, di adattarsi allo sguardo degli adulti o di ascoltare qualche buon consiglio. Sono loro, piuttosto, a compiere il percorso opposto: scelgono di entrare nel mondo dei ragazzi. Un gesto che richiede, prima di tutto, umiltà”. Quell’umiltà di cui scriveva il sociologo Franco Cassano, capace di mettere da parte la pretesa di sapere già, per riconoscere che l’altro ha qualcosa da insegnarci prima ancora di essere educato. “Gli operatori di strada – continua la Referente – non arrivano con risposte confezionate. Si presentano, spiegano chi sono e perché sono lì. Poi aspettano. Giocano una partita a pallone, parlano di musica assieme a loro. Si siedono su una panchina. Ascoltano. Solo così possono conoscere davvero il territorio dei ragazzi, le loro fragilità, ma anche le loro risorse, i loro linguaggi e le loro aspirazioni. Solo così, dopo, possono immaginare insieme un percorso”.

È un lavoro che non ha tempi prestabiliti. Non esiste un appuntamento obbligatorio.

Non esiste una direzione imposta. La relazione nasce soltanto se entrambe le parti decidono di costruirla. Ed è forse proprio questa libertà a renderla così autentica.

“Dopo una prima diffidenza – racconta De Marzi – accade spesso qualcosa che ribalta ogni aspettativa. Sono gli stessi ragazzi a ricontattare gli operatori attraverso WhatsApp o i social. Chiedono di rivedersi. Di parlare. Di raccontare quello che stanno vivendo”. È un dato che colpisce soprattutto dopo gli anni della pandemia.

Molti hanno raccontato il Post Covid come il tempo che ha tolto umanità e voglia di relazione alle persone. L’esperienza degli operatori di strada mostra anche un’altra faccia della realtà: quei ragazzi non hanno smesso di cercare la socialità. Hanno semplicemente bisogno di luoghi e adulti con cui poterla costruire. I gruppi sono diventati più piccoli. Ma il bisogno di essere ascoltati è forse ancora più grande.

Da questa relazione nascono spesso anche esperienze condivise come Open Park, uno dei progetti estivi promossi da Coges. Nei parchi pubblici educatori e ragazzi organizzano giochi, musica, laboratori e momenti di aggregazione aperti al territorio. Occasioni semplici, ma preziose, che trasformano uno spazio pubblico in un luogo di incontro, facendo della socialità uno strumento concreto di prevenzione, partecipazione e crescita. Accanto all’ascolto c’è poi il lavoro educativo vero e proprio. Gli operatori orientano i ragazzi verso le opportunità del territorio, promuovono attività di gruppo, contrastano l’abbandono scolastico e cercano di intercettare precocemente situazioni di disagio legate all’uso di sostanze, alla solitudine o alla marginalità. Quando emergono situazioni più complesse, la rete costruita con i servizi permette di accompagnare i giovani verso percorsi specialistici, anche all’interno della stessa Coges, che da anni opera nell’ambito delle dipendenze.

Ma Irene, quando le si chiede quale sia la sua più grande “vittoria”, non parla di numeri. Racconta una storia. Quella di un giovane di seconda generazione che non si sentiva né italiano né straniero. Aveva conosciuto il bullismo, il senso di esclusione e, a un certo punto, anche la dipendenza dalle sostanze. Eppure custodiva un sogno: diventare cantante. Per sette anni gli operatori hanno camminato accanto a lui. Non è stato un percorso lineare. Ci sono stati momenti difficili, fatti di scelte sbagliate, ricadute e nuove ripartenze. Ma una cosa non è mai venuta meno: il legame costruito con gli operatori stessi. Come se avesse sempre saputo che, su quella panchina, in quel parco o in quella strada, avrebbe trovato qualcuno disposto ad aspettarlo. Ad ascoltarlo. Senza giudicarlo e senza smettere di credere nelle sue possibilità, anche quando lui faceva più fatica a credere in se stesso. Oggi quel ragazzo ha lasciato le sostanze. E il suo sogno è diventato realtà: fa il cantante.

“Ci chiama ancora per raccontarci i suoi progetti e i suoi successi – dice Irene con un sorriso che parte dal cuore – certo, non succede sempre. Ci sono storie che non riescono a cambiare come vorremmo. Fa parte del nostro lavoro. Ma quando, dopo anni, incontri un ragazzo e capisci che quel tempo trascorso insieme ha contribuito a costruire il suo futuro, allora comprendi che ogni pomeriggio passato su una panchina aveva un senso”.

Di |2026-08-07T08:31:41+02:00Agosto 7th, 2026|Senza categoria|Commenti disabilitati su Entrare nel mondo degli altri: quando la strada diventa il primo luogo della fiducia
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