Inserimento lavorativo, il valore che i numeri rendono visibile

Quanto vale per la collettività l’inserimento lavorativo di una persona in condizione di svantaggio? E quale contributo possono offrire le cooperative sociali, non soltanto in termini di inclusione, ma anche di sostenibilità economica per la pubblica amministrazione? Sono le domande alla base dello studio commissionato dal Consorzio C.S.U Zorzetto a Socialis, centro studi specializzato nell’analisi dell’economia sociale, per misurare il valore economico generato dagli inserimenti lavorativi realizzati dalle cooperative consorziate nel 2024. La ricerca nasce dalla volontà del Consorzio di dotarsi di strumenti oggettivi per leggere il proprio lavoro, orientare le scelte future e comprendere meglio l’impatto delle attività svolte. Come spiega Lorenzo Montagni, direttore Di C.S.U, l’inserimento lavorativo è la ragione fondante della cooperazione sociale di tipo B. Per questo, ritiene necessario affiancare all’esperienza quotidiana un’analisi sistematica, basata su dati ed evidenze, capace di mettere alla prova anche le percezioni e le convinzioni consolidate. “Da questo percorso devono nascere ragionamenti, nuove prospettive e indicazioni utili per scegliere gli indirizzi futuri, ma anche per costruire un racconto di noi che sia collegato a quello che siamo e a quello che facciamo”, spiega Montagni. Lo studio ha una duplice finalità. Da una parte, vuole restituire alle pubbliche amministrazioni e alla comunità un quadro concreto del valore aggiunto prodotto dal lavoro affidato alle cooperative sociali, rendendo visibili anche i benefici economici per i bilanci pubblici. Dall’altra, punta a rafforzare la consapevolezza interna delle cooperative rispetto alla centralità dell’inserimento lavorativo e al ruolo che svolgono. “C’è un obiettivo esterno, rivolto alle pubbliche amministrazioni con cui lavoriamo e alla comunità in cui siamo inseriti. Ma c’è anche un obiettivo interno, altrettanto importante: seminare una consapevolezza più forte sulla centralità dell’inserimento lavorativo e sulla necessità di continuare a investire in questo percorso”. La misurazione economica rappresenta quindi un primo passo. L’intenzione è proseguire nel tempo, ampliando progressivamente lo sguardo anche ad altri aspetti, come il benessere delle persone e il valore complessivo dei percorsi di inclusione. I dati, infatti, possono confermare le aspettative, ma anche restituire risultati diversi da quelli immaginati, offrendo nuove chiavi di lettura del lavoro svolto.

 

Il valore economico dell’inclusione

 

Lo studio “Il valore creato dall’inserimento lavorativo per i budget pubblici. Il caso delle cooperative del Consorzio CSU Zorzetto – 2024” ha analizzato le attività di 14 delle 19 cooperative consorziate. Nel corso dell’anno sono state inserite al lavoro 261 persone in condizione di svantaggio: 242 attraverso un contratto di lavoro dipendente e 19 mediante tirocinio.

Per stimare gli effetti economici è stato utilizzato il metodo Valoris, basato sull’analisi costi-benefici. Il modello considera, tra gli altri elementi, le entrate fiscali e contributive generate dal lavoro e le spese pubbliche che possono essere evitate grazie al miglioramento delle condizioni delle persone inserite. Il calcolo viene effettuato sulla base dei dati relativi all’anno considerato e tiene conto delle condizioni individuali e delle possibili alternative occupazionali e assistenziali.

I risultati del 2024 mostrano un saldo economico positivo. Lo studio stima 2.664.027,83 euro di benefici per la pubblica amministrazione, a fronte di 1.348.923,74 euro di costi. La differenza è pari a 1.315.104,09 euro di valore economico netto, corrispondente a una media di circa 5.038,71 euro per persona inserita. La distribuzione dei benefici evidenzia inoltre che il 96% è attribuito allo Stato, l’1% alla Regione Veneto e il restante 3% ai Comuni in cui operano le cooperative. I costi, invece, ricadono per il 68% sul livello statale, per il 31% su quello regionale e per l’1% su quello comunale. Una ripartizione che mostra come gli effetti economici degli inserimenti coinvolgano diversi livelli della pubblica amministrazione. Il rapporto mette in evidenza anche le differenze tra le categorie di svantaggio considerate. Le persone con invalidità sono 142, di cui 141 con contratto di lavoro dipendente e una in tirocinio: il valore economico generato dai loro inserimenti è stimato in 881.294,71 euro, con una media annua di 6.206,30 euro per persona.

Le persone con disagio psichiatrico sono 21, di cui 20 con contratto e una in tirocinio. Per questa categoria il valore complessivo stimato è di 203.614,57 euro, pari a una media di 9.695,93 euro per persona. Per quanto riguarda le persone con problemi di dipendenza, gli inserimenti sono 83: 66 attraverso un contratto di lavoro dipendente e 17 mediante tirocinio. Il valore economico complessivo stimato è di 488.422,13 euro, con una media di 5.884,60 euro per persona. Sono inoltre considerate sei persone inserite attraverso misure alternative alla detenzione, per le quali il valore complessivo ammonta a 24.737,47 euro. Un dato che merita particolare attenzione riguarda infine le nove persone classificate nello studio come portatrici di “generico disagio sociale”, non riconosciuto formalmente come svantaggio ai sensi della legge 381/1991. Per questo gruppo il valore economico complessivo stimato è di 140.918,76 euro, pari a una media di 15.657,64 euro per persona. Questi importi sono stime elaborate, come detto, attraverso il modello Valoris e descrivono il valore economico attribuito agli inserimenti nelle specifiche condizioni analizzate. Non misurano, da soli, il valore complessivo dei percorsi individuali né permettono di generalizzare i risultati a tutte le persone che vivono situazioni analoghe.

 

Le fragilità che i numeri non esauriscono

 

È proprio quest’ultimo dato ad aprire un’ulteriore riflessione. Laura Baldo, presidente del Consorzio C.S.U Zorzetto, richiama l’attenzione sulle persone che vivono condizioni di fragilità e difficoltà lavorativa senza rientrare formalmente nelle categorie individuate dall’articolo 4 della legge 381/1991, che disciplina gli inserimenti nelle cooperative sociali di tipo B.

Nella pratica, le cooperative si confrontano sempre più spesso con situazioni complesse che richiedono accompagnamento e sostegno, anche in assenza di una certificazione formale di svantaggio. Si pone così una questione che riguarda sia l’organizzazione dei servizi sia il riconoscimento del ruolo della cooperazione sociale: quali strumenti possono sostenere l’inserimento lavorativo di queste persone e come si può misurarne il valore per la collettività?

Baldo invita a interrogarsi anche sui costi che il sistema pubblico sostiene quando queste persone rimangono a lungo in carico ai servizi e sui benefici che potrebbero derivare dalla possibilità di offrire loro un’opportunità di lavoro. Si tratta di una prospettiva che richiede ulteriori approfondimenti: lo studio realizzato per il Consorzio non quantifica direttamente il ritorno economico di potenziali inserimenti futuri, ma offre elementi per avviare una riflessione più ampia.

La presidente pone quindi una domanda che guarda al rapporto tra ricerca e decisioni pubbliche: “Come possiamo trasformare questi dati in uno strumento concreto di dialogo con le istituzioni, affinché venga riconosciuto non soltanto il costo dell’assistenza, ma anche il valore economico e sociale generato dalle cooperative quando riescono a offrire un’opportunità di lavoro a persone che altrimenti rischierebbero di rimanere a lungo a carico dei servizi pubblici?”. Per C.S.U, lo studio rappresenta, quindi, l’avvio di un percorso di analisi che dovrà proseguire. La misurazione economica permette di rendere più visibili gli effetti degli inserimenti lavorativi e di offrire alle pubbliche amministrazioni elementi concreti per valutare il contributo delle cooperative sociali. Allo stesso tempo, non esaurisce il significato dell’inclusione. Come sottolinea lo stesso rapporto, il metodo Valoris misura gli aspetti economici, ma non monetizza dimensioni come la qualità della vita e la soddisfazione personale. Il valore del lavoro sociale, dunque, non si esaurisce nel saldo tra benefici e costi: riguarda anche le opportunità di autonomia, partecipazione e reinserimento che si aprono per le persone coinvolte. Misurare i risultati significa avere strumenti più solidi per comprendere il lavoro svolto, migliorarlo e raccontarlo con maggiore consapevolezza. E significa anche poter aprire un confronto con le istituzioni su come riconoscere e sostenere l’inclusione lavorativa, comprese le nuove forme di fragilità che chiedono risposte adeguate.

Di |2026-10-30T09:16:00+01:00Ottobre 30th, 2026|Senza categoria|Commenti disabilitati su Inserimento lavorativo, il valore che i numeri rendono visibile

Le dipendenze, nuove sfide per una realtà in cambiamento

Le dipendenze non hanno un solo volto. A volte si manifestano in modo evidente, altre si insinuano silenziosamente nella quotidianità, fino a condizionare le relazioni, le abitudini e la vita delle persone. Accanto al consumo di sostanze, oggi l’attenzione si concentra sempre più anche sui comportamenti legati al gioco d’azzardo e all’uso delle tecnologie digitali, soprattutto quando diventa difficile stabilire un limite e riprendere il controllo. Dietro questi comportamenti, però, non ci sono soltanto numeri o situazioni da affrontare: ci sono persone, fragilità e storie che non sempre riescono a trovare le parole per chiedere aiuto. È in questo scenario, e nel percorso di riflessione avviato in occasione dei quarant’anni della Fondazione Don Franco De Pieri, che si inserisce l’esperienza di Co.ge.s. don Lorenzo Milani e della cooperativa sociale Labor, associate a C.S.U. Zorzetto. Due realtà della cooperazione sociale veneziana che, attraverso ambiti di intervento differenti, lavorano ogni giorno per rispondere ai bisogni delle persone e delle comunità, confrontandosi con una realtà in continua evoluzione.

Oltre le sostanze

Le dimensioni del fenomeno emergono anche dai dati nazionali. La Relazione al Parlamento sul fenomeno delle tossicodipendenze in Italia del 2025, conferma quanto il consumo di sostanze tra i giovani rappresenti una questione sempre più rilevante. A rendere il quadro ancora più complesso sono la diversificazione delle sostanze disponibili e la diffusione di nuove sostanze psicoattive, che pongono sfide ulteriori alla prevenzione e ai servizi sanitari. C’è un aspetto, in particolare, che richiama l’urgenza di guardare a ciò che accade durante l’adolescenza: l’età in cui si incontrano per la prima volta determinati comportamenti. È spesso in questa fase della vita che si costruiscono abitudini, si sperimentano i propri limiti e si attraversano momenti di vulnerabilità che, se non riconosciuti, possono lasciare conseguenze anche negli anni successivi. La sorveglianza HBSC Italia dell’Istituto Superiore di Sanità, dedicata agli adolescenti tra gli 11 e i 17 anni, mostra quanto il consumo di alcol sia diffuso nelle fasce d’età più grandi: riguarda il 52,1% dei quindicenni e il 72,2% dei diciassettenni. Lo stesso rapporto rileva che il 14,7% dei ragazzi di 15 e 17 anni dichiara di aver consumato sostanze stupefacenti. Numeri che non possono essere letti soltanto come indicatori statistici. Richiamano la necessità di esserci, di arrivare ai ragazzi quando le difficoltà sono ancora affrontabili e di costruire occasioni di ascolto prima che un comportamento a rischio si trasformi in un problema più difficile da gestire. Accanto alle sostanze, cresce l’attenzione verso i comportamenti problematici legati al mondo digitale. Un’indagine nazionale condotta su oltre 18 mila studenti tra gli 11 e i 17 anni ha rilevato che il 17,3% dei ragazzi tra gli 11 e i 13 anni e il 17,9% di quelli tra i 14 e i 17 anni presenta almeno uno dei comportamenti a rischio analizzati, relativi all’uso problematico dei social media, al gaming e al gioco d’azzardo. Questi risultati non indicano necessariamente una dipendenza diagnosticata, ma segnalano situazioni che meritano attenzione e che non possono essere ignorate. I social network sono ormai parte integrante della vita dei più giovani: consentono di comunicare, coltivare relazioni, condividere esperienze e trovare spazi di espressione. Ma proprio ciò che accompagna ogni giorno la loro vita può, in alcune situazioni, diventare difficile da gestire. Il tempo trascorso online può sottrarre spazio al sonno, allo studio e ai rapporti personali, fino a compromettere un equilibrio che, soprattutto durante la crescita, è ancora in costruzione. Anche il gaming e il gioco d’azzardo possono assumere una dimensione problematica, con ripercussioni sul benessere psicologico e sulla vita familiare e sociale. Fenomeni diversi, che non devono essere confusi né considerati automaticamente equivalenti, ma che pongono una domanda comune: quando un comportamento smette di essere una semplice abitudine e comincia a limitare la libertà di una persona o peggio ancora a modificare i comportamenti sani diventando dipendenza? È proprio in quel passaggio, spesso difficile da riconoscere dall’esterno, che diventa fondamentale saper cogliere i segnali. Perché intervenire tempestivamente significa anche evitare che una difficoltà rimanga nascosta, si consolidi e finisca per compromettere sempre più la quotidianità.

La risposta dei servizi

Non esistono percorsi uguali per tutti, così come non esistono storie che possano essere comprese fermandosi alla sola manifestazione del problema. Ogni situazione richiede competenze professionali, risposte adeguate e la capacità di costruire un percorso attorno alla persona, mettendo in relazione servizi e territorio. È in questo spazio, tra la necessità di intervenire e quella di comprendere, che assume particolare valore il lavoro di chi incontra quotidianamente i giovani nei loro luoghi di vita. Angelo Benvegnù, presidente di Co.ge.s. don Lorenzo Milani e vicepresidente di C.S.U., ha raccontato il lavoro degli operatori a contatto con i ragazzi in difficoltà. Descrivendo il ruolo degli educatori di strada, ha spiegato: “Siamo punti intermedi tra l’emergenza e i servizi, il nostro ruolo è stare lì, fare domande, molto più spesso semplicemente ascoltare”. Parole semplici, ma capaci di restituire il senso di un lavoro che spesso si svolge lontano dai riflettori. Un lavoro fatto di presenze, incontri e dialoghi, in cui la prima risposta non è necessariamente una soluzione immediata, ma la disponibilità a fermarsi, ad ascoltare e a costruire un rapporto di fiducia. Perché non sempre chi sta vivendo una difficoltà riesce a riconoscerla o a chiedere aiuto. E, talvolta, prima di poter affrontare un problema, è necessario trovare qualcuno disposto ad accoglierlo senza giudizio. È anche da questa vicinanza che passa la possibilità di intercettare il disagio prima che diventi un’emergenza. Un approccio che, nel corso degli anni, ha dovuto confrontarsi con trasformazioni profonde, come sottolinea lo stesso Benvegnù: “In questi quarant’anni – prosegue Benvegnù – è cambiato profondamente il modo in cui si manifestano le dipendenze. Oggi il disagio può assumere forme diverse e non sempre è immediatamente riconoscibile. Per questo è fondamentale riuscire a incontrare i ragazzi prima che la situazione diventi un’emergenza, offrendo loro spazi in cui possano sentirsi ascoltati, senza essere giudicati. Non possiamo limitarci a intervenire quando il problema è già evidente: dobbiamo imparare a riconoscere i segnali, comprendere che cosa c’è dietro un comportamento e costruire risposte insieme alle famiglie, ai servizi e al territorio”.  Non basta, quindi, aspettare che la difficoltà diventi evidente: occorre imparare a vederla anche quando si nasconde dietro il silenzio, l’isolamento o comportamenti che, a un primo sguardo, potrebbero sembrare soltanto una fase passeggera. I dati nazionali mostrano che l’iniziazione al consumo di sostanze avviene spesso durante l’adolescenza, mentre tra le persone seguite dai servizi per le dipendenze ci sono anche adulti e persone più anziane. Dietro il fenomeno convivono, quindi, bisogni differenti: da una parte la necessità di intercettare precocemente i comportamenti a rischio, dall’altra quella di garantire continuità assistenziale a chi convive con una dipendenza da molti anni. La prevenzione, in questo quadro, non può ridursi alla semplice trasmissione di informazioni sui rischi. Conoscere i pericoli è importante, ma non sempre basta. Per le realtà della cooperazione sociale, confrontarsi con questi cambiamenti significa continuare a osservare il territorio, riconoscere i bisogni che emergono e lavorare insieme agli altri soggetti coinvolti nella prevenzione e nella cura. L’esperienza maturata nel tempo rappresenta un patrimonio prezioso, ma non può diventare un punto d’arrivo: deve restare una risorsa viva, capace di evolversi insieme alle persone e alle sfide che la società porta con sé. Perché cambiano le forme del disagio, cambiano i contesti in cui si manifesta, ma resta centrale la necessità di incontrare le persone prima che la loro difficoltà diventi invisibile agli altri e insostenibile per loro stesse. Le dipendenze rappresentano una sfida che riguarda non soltanto chi ne è direttamente coinvolto, ma l’intera comunità. È questa consapevolezza a rendere fondamentale il contributo delle realtà sociali: costruire occasioni di ascolto, accompagnare le persone nei percorsi di cura e favorire il collegamento tra servizi, famiglie e territorio. Comprendere le dipendenze significa, in definitiva, andare oltre ciò che appare e provare a cogliere ciò che spesso rimane nascosto.

È da questa capacità di guardare oltre il problema, senza perdere di vista la persona, che possono nascere interventi più efficaci e risposte più vicine ai bisogni reali. Affrontare le dipendenze non vuol dire soltanto intervenire quando qualcosa si è spezzato, ma lavorare affinché nessuno debba arrivare al punto di sentirsi senza alternative.

Di |2026-10-23T08:55:51+02:00Ottobre 23rd, 2026|Senza categoria|Commenti disabilitati su Le dipendenze, nuove sfide per una realtà in cambiamento

CO.GE.S. don Lorenzo Milani e Labor: l’eredità di don Franco nel lavoro sociale di oggi.

Nel 1985, a Campalto, si aprì una porta per accogliere persone finite nella tossicodipendenza, in un tempo in cui il problema era spesso accompagnato dal silenzio, dalla vergogna e dall’isolamento delle famiglie. A volerla fu don Franco De Pieri, convinto che anche chi sembrava aver perso ogni possibilità dovesse poter trovare un luogo da cui ricominciare. Da quella scelta nacque il Centro di Solidarietà Don Lorenzo Milani, la cui esperienza continua oggi attraverso una rete di attività e strutture impegnate nell’inclusione e nel contrasto al disagio. A quarant’anni dalla nascita del Centro, la Fondazione di Solidarietà Don Franco De Pieri ETS apre le porte alla città con una mostra interattiva, in programma dal 20 al 24 ottobre nel Chiostro dell’M9 District di Mestre. L’iniziativa ripercorre la storia del Centro e invita a riflettere sulle sfide di oggi, con un’opera collettiva realizzata insieme allo street artist Mister Clay e una tavola rotonda dedicata alle nuove dipendenze e al mondo giovanile. In quarant’anni sono passate dal Centro oltre 10.000 persone. Un numero che restituisce la dimensione dell’esperienza, ma non basta a raccontarla: dietro ogni percorso ci sono relazioni da ricostruire, famiglie da accompagnare e possibilità da rimettere in movimento. È anche su questa eredità che si innesta il lavoro delle cooperative CO.GE.S. don Lorenzo Milani e Labor, associate al Consorzio C.S.U. Zorzetto, impegnate in una rete di servizi che nel tempo ha ampliato il proprio raggio d’azione.

 

Le dipendenze cambiano, il bisogno di essere riconosciuti resta

Quarant’anni fa la tossicodipendenza aveva forme più riconoscibili, anche se spesso veniva affrontata quando la situazione era già precipitata. Oggi il quadro è più complesso. Accanto alle dipendenze legate alle sostanze, emergono comportamenti problematici connessi anche al rapporto con gli schermi e agli ambienti digitali, capaci di raggiungere i ragazzi nei luoghi più quotidiani, persino nelle loro stanze. Non sempre il disagio è immediatamente visibile. Può manifestarsi attraverso l’isolamento, la difficoltà a mantenere relazioni o la perdita di interesse per ciò che accade fuori. Intercettarlo richiede attenzione, ascolto e la capacità di andare oltre il comportamento, per comprendere la situazione della persona e il contesto in cui vive. È qui che il lavoro sociale assume un ruolo che va oltre la presa in carico di una difficoltà già evidente. Prevenire significa anche creare occasioni di incontro, contesti in cui chiedere aiuto non sia motivo di vergogna e relazioni nelle quali ragazze e ragazzi possano trovare adulti capaci di accorgersi dei loro bisogni. Non si tratta soltanto di informare sui rischi, ma di costruire condizioni perché il disagio possa emergere prima di diventare più difficile da affrontare.

 

Una rete di risposte, oltre la singola struttura

L’esperienza avviata da don Franco non si è fermata alla prima casa di accoglienza. Nel tempo, le attività si sono estese all’inclusione, all’immigrazione, all’inserimento lavorativo e al benessere dei giovani. Oggi, nell’area metropolitana, le cooperative CO.GE.S. don Lorenzo Milani e Labor operano in sette strutture, oltre alla sede di Viale San Marco e alla struttura di Ca’ Noghera, di proprietà. Questa evoluzione riflette una caratteristica centrale del lavoro sociale: le difficoltà raramente si presentano isolate. Una dipendenza può intrecciarsi con problemi familiari, precarietà lavorativa, solitudine o mancanza di prospettive. Per questo le risposte devono poter mettere in relazione competenze diverse e accompagnare la persona nei differenti aspetti della sua vita, evitando che i servizi restino interventi separati. Don Franco aveva creduto nell’importanza di questa collaborazione, anche con le istituzioni. Lo testimonia il rapporto con il Comune di Venezia, che ha affidato al Centro il Forte Rossarol in comodato d’uso per trent’anni, favorendo lo sviluppo delle attività. La collaborazione tra soggetti diversi non è soltanto una questione organizzativa: è una condizione per dare continuità ai percorsi e costruire risposte che nessuna realtà potrebbe garantire da sola.

Nel 2024 il Centro si è trasformato nella Fondazione di Solidarietà Don Franco De Pieri ETS, che ha ereditato gli immobili e la responsabilità di proseguire le attività attraverso le cooperative, mantenendo viva l’attenzione sul disagio e sulle dipendenze vecchie e nuove. Tra le iniziative avviate ci sono un progetto triennale con l’Università di Padova, che prevede tre borse di studio all’anno, e il Premio Don Franco De Pieri, che dal prossimo anno sarà assegnato a un’associazione della provincia di Venezia distintasi per un progetto di particolare valore sociale.

 

Una storia da comporre insieme

Anche la mostra scelta per celebrare i quarant’anni mette al centro la partecipazione. I visitatori non saranno soltanto spettatori: sul retro dei pannelli potranno contribuire a un’opera collettiva insieme allo street artist Mister Clay, che disegnerà i suoi personaggi, “Gli Allucinati”, da colorare con il pubblico. Al termine, i pannelli saranno ricomposti in un’unica opera di dieci metri per due.

L’idea è che ciascuno possa lasciare il proprio contributo a un lavoro comune. Un’immagine che richiama il percorso costruito in questi decenni: una storia fatta di persone, professionalità, famiglie, istituzioni e realtà sociali che hanno partecipato, ciascuna con un ruolo diverso.

Ricordare don Franco non significa soltanto ripercorrere ciò che è stato fatto. Significa anche misurarsi con le forme che il disagio assume oggi e chiedersi quali strumenti servano per affrontarlo. Le risposte hanno bisogno di relazioni stabili, di servizi capaci di collaborare e di un territorio che riconosca il valore dell’inclusione. Quarant’anni dopo, la porta aperta a Campalto resta il segno concreto di una scelta: non definire una persona a partire dalla sua difficoltà, ma continuare a cercare con lei una possibilità di ripartenza.

Di |2026-10-16T08:29:01+02:00Ottobre 16th, 2026|Senza categoria|Commenti disabilitati su CO.GE.S. don Lorenzo Milani e Labor: l’eredità di don Franco nel lavoro sociale di oggi.

Il Piano nazionale per l’economia sociale e il nuovo ruolo del Terzo settore

Per molto tempo il Terzo settore è stato raccontato soprattutto attraverso ciò che fa per le persone: i servizi, l’assistenza, il volontariato, l’inclusione, il sostegno alle fragilità. Un mondo considerato fondamentale per la tenuta delle comunità, ma spesso raccontato come qualcosa di distinto dai grandi processi economici e produttivi del Paese. Oggi questa separazione appare sempre meno adeguata. Le cooperative sociali, le imprese sociali, le associazioni e le altre realtà dell’economia sociale non si limitano infatti a rispondere ai bisogni. Producono lavoro, organizzano servizi, sviluppano competenze, costruiscono percorsi di inclusione, collaborano con le amministrazioni, intervengono nei territori e sperimentano nuove forme di risposta ai cambiamenti della società.

È anche a partire da questa consapevolezza che l’economia sociale è entrata con maggiore forza nell’agenda politica europea e nazionale. Il passaggio più recente riguarda l’Italia. Il 2 luglio 2026 il Consiglio dei ministri ha esaminato il primo Piano d’azione nazionale, elaborato in attuazione della Raccomandazione del Consiglio dell’Unione Europea del 27 novembre 2023 sullo sviluppo delle condizioni quadro dell’economia sociale. Il Piano definisce il perimetro dei soggetti riconducibili all’economia sociale nell’ordinamento italiano, tra cui il Terzo settore, la cooperazione, lo sport dilettantistico e gli enti religiosi, e individua le politiche pubbliche volte a promuoverne lo sviluppo. Tra gli ambiti indicati ci sono la disciplina degli aiuti di Stato, la fiscalità, l’accesso alla finanza, la valorizzazione del patrimonio immobiliare e il ruolo dell’economia sociale nelle politiche di coesione e nelle politiche attive del lavoro. Il documento ha una durata decennale, con una revisione di medio termine dopo i primi cinque anni.  È però importante chiarire lo stato del percorso: il Piano non introduce di per sé nuove misure immediatamente operative. Il passaggio del luglio 2026 rappresenta l’esame da parte del Consiglio dei ministri di una cornice strategica dalla quale dovranno discendere i successivi strumenti e interventi attuativi. È un passaggio che segna quindi un riconoscimento più esplicito del ruolo economico e sociale di questo mondo e del contributo che può offrire allo sviluppo del Paese. È proprio nella capacità di tenere insieme queste due dimensioni che sta una delle caratteristiche più interessanti dell’economia sociale: attività economica e finalità sociale non vengono considerate come due mondi separati, ma come parti dello stesso percorso. C’è poi un altro elemento che contribuisce a spiegare perché il ruolo del Terzo settore stia cambiando: il rapporto con le istituzioni. Per molto tempo le organizzazioni sociali sono state chiamate soprattutto a gestire servizi e interventi già definiti. Oggi si fa sempre più strada un modello nel quale la loro conoscenza dei bisogni, la capacità progettuale e la presenza nei territori possono contribuire anche alla costruzione delle risposte. È una direzione coerente con la stessa impostazione europea. La Raccomandazione del 2023 invita gli Stati membri a creare condizioni favorevoli allo sviluppo dell’economia sociale, anche attraverso l’accesso ai finanziamenti, ai mercati e agli appalti pubblici, un contesto fiscale adeguato e il sostegno all’inclusione lavorativa, allo sviluppo delle competenze e all’innovazione sociale. Il tema, quindi, non riguarda soltanto chi eroga un servizio, ma anche chi partecipa alla lettura di un bisogno e alla costruzione della risposta. È un passaggio particolarmente importante in una fase nella quale stanno cambiando contemporaneamente la struttura demografica del Paese, il mercato del lavoro, i bisogni di cura e le forme della povertà. Di fronte a trasformazioni di questa portata, la collaborazione tra istituzioni e organizzazioni sociali può diventare una componente sempre più rilevante delle politiche territoriali.

“Credo che il primo elemento da sottolineare, parlando del nuovo Piano nazionale per l’economia sociale – spiega il Direttore di C.S.U Zorzetto, Lorenzo Montagni – sia proprio il riconoscimento del ruolo che il Terzo settore può avere nella programmazione e nella progettazione delle risposte ai bisogni dei territori. Per noi non è un principio astratto. È qualcosa che sperimentiamo nel lavoro quotidiano. Quando ci occupiamo di un servizio non partiamo soltanto dalla sua gestione, ma dalla necessità di capire il contesto, leggere i bisogni, confrontarci con le istituzioni e costruire una risposta che sia realmente adeguata. È una prospettiva che, a nostro avviso, cambia anche il modo di considerare il Terzo settore. Non più soltanto come soggetto a cui affidare una prestazione, ma come interlocutore capace di portare competenze, conoscenza dei territori ed esperienza diretta dentro la costruzione delle politiche sociali. Ma qui si apre un altro scenario che per noi è fondamentale: se chiediamo al Terzo settore di essere protagonista nella costruzione delle risposte, dobbiamo anche creare le condizioni perché possa farlo bene. E questo significa riconoscere il valore della qualità. Nei servizi, infatti, il costo è certamente un elemento da considerare, perché ogni organizzazione deve essere sostenibile. Ma il costo da solo non può raccontare un servizio. La qualità comprende la professionalità delle persone, la continuità, la formazione, la capacità di innovare, l’inclusione, la conoscenza del territorio e la capacità di costruire relazioni e strategie. In questo senso, sostenibilità economica e valore sociale non sono due obiettivi diversi. Una cooperativa deve essere economicamente solida per poter investire, formare, innovare e garantire continuità. Ma il risultato del suo lavoro non si esaurisce nel bilancio: si misura anche nelle opportunità che crea. È questa, per noi, l’idea di economia sociale:  un settore parte della comunità che contribuisce a leggere i cambiamenti, a progettare risposte e a costruire sviluppo mettendo insieme sostenibilità economica e responsabilità sociale.” È proprio qui che si misura la fase che si apre adesso. Il Piano individua ambiti importanti: finanza, fiscalità, lavoro, patrimonio, coesione, aiuti di Stato. Ma il riconoscimento istituzionale, da solo, non modifica le condizioni nelle quali le cooperative e le altre organizzazioni sociali lavorano ogni giorno. Le misure e gli indirizzi contenuti nella strategia dovranno infatti tradursi nei successivi strumenti normativi e attuativi. Secondo i dati riportati dalle istituzioni europee, l’economia sociale conta circa 13,6 milioni di occupati nell’Unione Europea, a conferma di una dimensione tutt’altro che marginale.

Non è dunque un mondo marginale, ma una realtà chiamata a tenere insieme due parole che per molto tempo sono state considerate lontane: sviluppo e persone.

Ed è proprio questa la sfida che il Piano nazionale porta con sé: fare in modo che il sociale non sia semplicemente ciò che interviene dopo che l’economia ha prodotto i suoi effetti, ma diventi una delle dimensioni attraverso cui decidere che tipo di economia, di lavoro e di comunità vogliamo costruire.

Di |2026-10-09T10:13:13+02:00Ottobre 9th, 2026|Senza categoria|Commenti disabilitati su Il Piano nazionale per l’economia sociale e il nuovo ruolo del Terzo settore

Il verde che si fa eccellenza: due cooperative del Consorzio premiate

Ci sono luoghi che sembrano avere una destinazione scritta addosso: un’area industriale è fatta per produrre; una torre di raffreddamento appartiene alla storia della fabbrica; un terreno segnato dalla presenza dell’industria sembra portare con sé cemento, infrastrutture, lavoro e produzione. Eppure è proprio lì che può cominciare un’altra storia.

È quella raccontata, in queste settimane, da due cooperative del Consorzio C.S.U. Zorzetto, Il Germoglio e Nonsoloverde, che hanno ricevuto due riconoscimenti per altrettanti progetti nei quali il verde diventa uno strumento di trasformazione del territorio. Due esperienze diverse, ma unite da una stessa sfida: portare natura, paesaggio e nuove possibilità di vivere gli spazi dentro luoghi profondamente segnati dalla storia industriale. Non è soltanto una questione estetica. È una domanda su cosa può diventare un territorio quando smette di essere definito soltanto dalla funzione che ha avuto.

 

Da area industriale a spazio da vivere

A Milano, alla Triennale, Il Germoglio assieme alla CZ studio associati ha ricevuto il primo premio del City’scape Award 2026, il premio internazionale di progettazione promosso da Paysage, nella categoria “Drosscape: riqualificazione paesaggistica di ex aree industriali”, per il progetto e la realizzazione  “La Spiaggia Urbana nel Parco di San Giuliano”. Un riconoscimento che nasce all’interno di un premio dedicato alla progettazione del paesaggio e che mette al centro la capacità di ripensare il rapporto tra spazi costruiti, natura e territorio. Il progetto racconta la trasformazione dei sei ettari del Parco di San Giuliano a Mestre, ripensati per restituire alla città un nuovo spazio, capace di aprirsi verso la laguna e di creare un rapporto diverso tra il parco, l’acqua e le persone. Ma la trasformazione acquista ancora più significato se si guarda alla storia di quel terreno: l’area di Punta San Giuliano era stata utilizzata per anni come discarica di rifiuti industriali e urbani e la sua riconversione ha richiesto anche interventi di messa in sicurezza e di rimodellazione del suolo. Oggi quelle stesse condizioni diventano parte della sfida paesaggistica: il verde deve crescere sopra un territorio che porta ancora i segni della propria storia, attraverso dune, terrapieni e nuove forme del paesaggio. L’intervento cambia il paesaggio attraverso percorsi, vegetazione, illuminazione, spazi di sosta, sistemi di drenaggio e una nuova organizzazione degli spazi, fino alla creazione di quella che è stata definita una vera “spiaggia urbana”. “Il lavoro del Germoglio, attraverso il settore Green Design, è stato quello di trasformare il progetto in una realtà concreta. Non semplicemente piantare o mantenere il verde, ma costruire un paesaggio capace di restituire alla città uno spazio che prima aveva un’altra identità – spiega Massimo Stevanato, presidente de Il Germoglio –. È questo, forse, uno degli aspetti più interessanti della rigenerazione: non cancellare quello che un luogo è stato, ma permettergli di avere una funzione nuova”. E mentre a San Giuliano un’area viene riconsegnata alla città attraverso il paesaggio, a pochi chilometri di distanza, dentro la storia industriale di Porto Marghera, un’altra cooperativa si confronta con una sfida simile.

 

La natura dentro la storia industriale

Qui la storia parte da una torre.

È la torre di raffreddamento della Vetrocoke, costruita nel 1938 e oggi conosciuta come Venezia Heritage Tower: una delle grandi testimonianze dell’archeologia industriale di Porto Marghera, diventata nel tempo anche uno dei simboli della riconversione di quest’area.

Attorno a quella torre oggi si prova a costruire un rapporto diverso con il luogo.

È qui che si inserisce il progetto “VHT – Venezia Heritage Tower, Porto Marghera tra terra e acqua”, sostenuto dal Bando Cultura della Fondazione di Venezia nella sezione dedicata alla creatività artistica. Un progetto che nasce dall’incontro tra tre realtà: Nonsoloverde, RPR Studio e Venezia Heritage Tower del gruppo Sottana. Da una parte ci sono gli architetti di RPR Studio, dall’altra Nonsoloverde, che porta nel progetto non soltanto la propria competenza tecnica sul verde, ma anche una capacità progettuale che entra nella definizione stessa dell’intervento. E poi c’è Venezia Heritage Tower, che attraverso il percorso di recupero e valorizzazione promosso dal gruppo Sottana mette al centro la storia e l’identità di questo luogo, oggi aperto a nuove funzioni e nuove relazioni con il territorio. Si tratta quindi di un intervento che tiene insieme progettazione, patrimonio industriale e competenza sul verde. Nonsoloverde contribuisce a immaginare il paesaggio che può nascere attorno alla torre e, allo stesso tempo, a trasformare quell’idea in un intervento concreto. “L’obiettivo e la sfida sono portare natura dentro un territorio profondamente segnato dalla presenza dell’industria e creare nuove connessioni tra la torre e gli altri spazi verdi – spiega Francesco Scalari, vicepresidente di Nonsoloverde –. L’idea è costruire delle vie verdi, ricucire spazi oggi separati e cambiare il modo in cui quel luogo può essere attraversato e vissuto. Il progetto prevede inoltre un ‘Giardino d’Acqua e Luci’, con nuove piante acquatiche, fontane e alberature, per ridisegnare lo spazio intorno alla torre”. Anche qui il verde non è soltanto decorazione: diventa una connessione tra la torre e ciò che la circonda, tra la memoria industriale e una nuova idea di spazio, tra il luogo del lavoro e la natura.

 

Due territori, la stessa sfida

 

San Giuliano e Porto Marghera sono luoghi diversi. Ma hanno qualcosa in comune: sono territori nei quali la rigenerazione deve misurarsi con una storia industriale forte e con la necessità di restituire qualità agli spazi. Nel primo caso, un’area viene trasformata in un nuovo paesaggio urbano affacciato sulla laguna. Nel secondo, un simbolo della grande industria del Novecento viene riletto attraverso nuove connessioni verdi e un rapporto diverso tra patrimonio, natura e persone.

In entrambi, la sfida è trasformare senza cancellare. Ed è qui che le due esperienze si incontrano. Il Germoglio e Nonsoloverde non sono semplicemente le realtà che hanno contribuito a realizzare due interventi poi riconosciuti e premiati. Sono parte di quel lavoro, spesso poco visibile, che permette a un progetto di passare dalla carta al territorio: competenze, progettazione, conoscenza del verde, capacità tecnica e lavoro sul campo. Ma c’è un elemento che accomuna ancora più profondamente le due esperienze: in entrambi i casi il verde non arriva alla fine del processo. È il processo stesso a cambiare grazie al verde. È una prospettiva che sposta il significato della rigenerazione. Non si tratta soltanto di recuperare uno spazio, renderlo più bello o restituirgli una funzione. Significa riconoscere che anche i luoghi più segnati dal passato possono generare nuove possibilità.

Forse è proprio questo il messaggio che arriva da San Giuliano e da Porto Marghera: il territorio non è una pagina da riscrivere cancellando ciò che c’era prima. È una storia che può continuare.

E quando il cemento incontra la natura, quando la memoria incontra il futuro e quando un luogo nato per produrre torna a essere anche un luogo da vivere, allora il verde smette semplicemente di occupare uno spazio. E comincia a cambiarne il destino.

Di |2026-10-02T08:26:32+02:00Ottobre 2nd, 2026|Senza categoria|Commenti disabilitati su Il verde che si fa eccellenza: due cooperative del Consorzio premiate

RIPENSARE LA CITTA’, RIPARTIRE DALLA COMUNITA’

Una città non si rigenera semplicemente perché cambia il volto dei suoi edifici. Si rigenera quando cambia la capacità di rispondere alle persone che la abitano.

È questo, in fondo, il filo che ha attraversato il primo appuntamento de La Finestra di C.S.U, dedicato alla rigenerazione con la presenza di Gaetano Sateriale. Un confronto partito dalle sue esperienze e dai suoi libri, ma che presto ha superato quei confini per entrare dentro una domanda molto concreta: come si costruisce una città capace di cambiare insieme alle persone che la abitano?

La risposta proposta da Sateriale parte da un rovesciamento di prospettiva. Non sono le città, gli edifici, le infrastrutture a dover indicare prima di tutto la direzione. Sono i bisogni della comunità a dover guidare le scelte. È la demografia a cambiare, cambiano le famiglie, cambiano le condizioni di lavoro, aumentano alcune fragilità, cambiano le forme dell’abitare. E se la società cambia, anche la città deve sapersi trasformare. Non è un ragionamento astratto. È già scritto nei numeri della popolazione italiana. Al 1° gennaio 2026 le persone con almeno 65 anni sono 14,8 milioni, il 25,1% della popolazione, mentre gli over 85 sono arrivati a 2,5 milioni. In dieci anni gli over 65 sono aumentati dell’11,3%, mentre la popolazione tra 0 e 14 anni è diminuita del 16,7%.

Sono cifre che raccontano molto più di un invecchiamento demografico. Raccontano una città che deve imparare a essere diversa. Perché una popolazione più anziana significa anche una domanda diversa di servizi, mobilità, assistenza, prossimità, accessibilità, relazioni. Significa interrogarsi su come sono fatti i quartieri, sulla distanza dai servizi essenziali, sulla possibilità di muoversi, sulla qualità degli spazi pubblici, ma anche su come evitare che una casa diventi un luogo di isolamento.

L’Istat fotografa bene questa trasformazione: nel 2023 quasi 6,9 milioni di famiglie italiane erano composte esclusivamente da persone di 65 anni e più, il 25,9% del totale. Le persone sole di almeno 75 anni erano circa 2,7 milioni, il 10% di tutte le famiglie.

E qui la questione dell’abitare smette di essere soltanto una questione edilizia. Perché adattare una città a una popolazione che invecchia non significa soltanto aumentare le risposte sanitarie: significa ripensare la possibilità stessa di viverla. Significa intervenire sulla mobilità, sui servizi di prossimità, sugli spazi di relazione, sulla possibilità di continuare a vivere il proprio quartiere senza perdere autonomia. Se cambiano le famiglie, cambiano le necessità abitative. Se aumentano le persone sole, aumenta anche il bisogno di luoghi capaci di produrre relazione. Se cambiano le forme del lavoro, deve cambiare anche il modo in cui la città organizza servizi e tempi di vita.

È quello che Sateriale, già nel lavoro sviluppato con Nuove Ri-Generazioni, sintetizzava nella necessità di ripensare il rapporto tra abitazioni, servizi sociali, spazi verdi, spazi di relazione e istituzioni, dentro una logica insieme ambientale, sociale ed economica.

Da qui il discorso si allarga. Perché se la rigenerazione deve partire dai bisogni reali, allora non può essere soltanto una questione tecnica. Diventa una questione politica e, prima ancora, democratica.

Durante l’incontro Sateriale ha insistito sulla necessità che la politica torni ad ascoltare i cittadini, non soltanto attraverso le procedure formali della rappresentanza, ma recuperando una relazione reale con le comunità. Il tema della partecipazione, del resto, è presente anche nelle sue riflessioni pubblicate negli anni: la trasformazione della città richiede processi decisionali aperti e partecipati, capaci di mettere in relazione istituzioni e cittadini.

Ed è qui che entra anche il tema del bene comune. Governare una città non significa rispondere alla somma delle richieste individuali. Significa riuscire a leggere quelle richieste, riconoscere i bisogni che diventano collettivi e costruire risposte capaci di tenere insieme interessi diversi. È una responsabilità che riguarda le istituzioni, ma che non può essere esercitata senza una comunità disposta a partecipare. In questa prospettiva, ascoltare non significa semplicemente chiedere alle persone che cosa vogliono. Significa capire che cosa sta cambiando nella società prima ancora di decidere come trasformare i luoghi. E questo vale anche per il lavoro. Per Sateriale, il lavoro non è una variabile separata dalla rigenerazione urbana. È parte della possibilità stessa di costruire comunità, autonomia e dignità. Non basta quindi creare occupazione: occorre interrogarsi sulla qualità del lavoro, sulla sua stabilità, sulla sua capacità di produrre autonomia e di rispondere ai bisogni del territorio.

Dal lavoro alle politiche pubbliche, il punto resta però lo stesso: trasformare i principi in scelte concrete. C’è quindi un’altra questione che durante l’incontro ha riportato il ragionamento dalla teoria alle scelte concrete: che cosa abbiamo fatto delle grandi occasioni di trasformazione che abbiamo avuto davanti negli ultimi anni?

Il riferimento è stato all’Agenda 2030 e al PNRR. Due strumenti diversi, ma accomunati dalla possibilità di orientare politiche e investimenti verso una trasformazione più profonda del nostro modello di sviluppo. L’Agenda 2030, adottata dalle Nazioni Unite nel 2015, indica 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile da raggiungere entro il 2030. Eppure, secondo l’ASviS, l’Italia non è sulla traiettoria necessaria: nel Rapporto 2025 gli indicatori mostrano arretramenti rispetto al 2010 per sei Obiettivi, stabilità per quattro e miglioramenti limitati per altri sei.

Il PNRR, invece, è stato uno straordinario concentrato di risorse e di possibilità di intervento. Proprio per questo, nella lettura proposta da Sateriale, il punto non era soltanto chiedersi quanto abbiamo speso o quanti progetti abbiamo realizzato, ma se siamo riusciti a utilizzare quelle risorse per cambiare davvero il modo in cui immaginiamo e trasformiamo i territori.

La sua risposta è stata sostanzialmente quella di un’occasione che, almeno in parte, rischia di essere stata mancata: troppo spesso si è cercato dentro il PNRR il finanziamento per progetti che le amministrazioni avevano già in mente, invece di utilizzare quelle risorse per interrogarsi su ciò che sarebbe stato necessario cambiare davvero. È una differenza tutt’altro che marginale. Perché una politica pubblica può limitarsi a finanziare ciò che già conosce oppure può utilizzare una disponibilità straordinaria di risorse per mettere in discussione le proprie priorità. Nel primo caso si realizzano opere; nel secondo si prova a costruire una direzione.

E forse è proprio qui che si misura la qualità di una politica: nella capacità di non confondere la scadenza di un programma con la fine del cambiamento che quel programma avrebbe dovuto contribuire a generare. Alla fine, dunque, la rigenerazione sembra avere poco a che fare con l’idea di riportare qualcosa semplicemente a una condizione precedente.

Ecco perché la rigenerazione, nel percorso aperto da La Finestra di CSU, diventa qualcosa di molto più grande della trasformazione fisica di un luogo. Diventa un modo per leggere la società attraverso i suoi bisogni e per chiedersi se le città che abbiamo costruito siano ancora capaci di rispondere alle persone che le abitano.

Forse è proprio da qui che bisogna ripartire: non dalle cose che vogliamo aggiungere alla città, ma dalle persone che già ci vivono. E dalle domande che la loro vita, ogni giorno, ci sta ponendo.

Di |2026-09-25T09:29:13+02:00Settembre 25th, 2026|Senza categoria|Commenti disabilitati su RIPENSARE LA CITTA’, RIPARTIRE DALLA COMUNITA’

Rochdale, ascolto e lavoro per costruire il futuro

Ci sono cooperative che svolgono servizi. E poi ci sono cooperative che, attraverso quei servizi, costruiscono ogni giorno possibilità per le persone.

Rochdale, cooperativa sociale associata al Consorzio C.S.U. Zorzetto, è una di queste realtà. Nata nel 1999 con il sostegno del Comune di Venezia, con cui ancora oggi collabora nella gestione di importanti attività, nel tempo ha costruito la propria identità attorno a un’idea precisa: fare impresa sociale significa anche creare condizioni perché le persone possano trovare nel lavoro uno spazio di autonomia, relazione e crescita. Oggi Rochdale conta 52 tra soci e dipendenti, 16 dei quali sono persone con disabilità: il 30,8% del totale, quasi una persona su tre. È un dato che racconta più di una percentuale. Racconta una scelta, una direzione, un modo di intendere la cooperazione.

La cooperativa opera oggi in tre principali ambiti di servizio per il Comune di Venezia, diversi tra loro ma accomunati da una stessa funzione: mettere in relazione bisogni, persone e risposte. C’è il servizio Sportelli PASS – Porta di accesso ai Servizi Sociali – distribuito su tutto il territorio comunale. Si tratta del primo punto di contatto per cittadini e famiglie che si trovano a vivere situazioni di povertà, disagio abitativo o altre condizioni di fragilità. C’è poi il servizio CUP Mob, Centro Unico di Prenotazione Mobilità, attraverso il quale Rochdale gestisce per conto del Comune le richieste di trasporto e mobilità delle persone con ridotta capacità motoria iscritte al servizio stesso. Il terzo ambito, invece, è il servizio di Supporto Amministrativo alle misure di sostegno, un lavoro meno visibile ma indispensabile perché fa sì che le richieste possano trasformarsi, concretamente, in risposte per chi ne ha diritto. Tre servizi diversi, dunque, ma con un elemento comune: essere un punto di passaggio tra una difficoltà e un’opportunità, tra una persona e la possibilità di rimettersi in gioco.

A guidare oggi la cooperativa è la Presidente Beatrice Petracchi, in carica dal 2023. Il suo percorso dentro Rochdale è iniziato come semplice segretaria e si è sviluppato insieme alla crescita della cooperativa, accompagnandone più di due decenni di storia. Un’esperienza che le ha permesso di conoscere da vicino le persone, i servizi e soprattutto le ragioni che hanno portato Rochdale a nascere come cooperativa sociale: creare opportunità di lavoro per persone svantaggiate e/o con disabilità. È una storia che Petracchi ha scelto di raccogliere, conservandone le motivazioni originarie ma imprimendo nel tempo anche una propria direzione. Le parole che più di altre usa per descrivere la cooperativa sono ascolto e coesione. Due parole che acquistano un significato particolare quando si parla di persone con disabilità. Perché per Rochdale quel 30% non rappresenta un traguardo. La Presidente vorrebbe andare oltre quella percentuale, con un obiettivo ancora più importante: non limitarsi a offrire un posto di lavoro, ma costruire una prospettiva. “Non basta inserire una persona nel mondo del lavoro – spiega – il vero obiettivo è darle la possibilità di crescere, di sviluppare le proprie capacità e di sentirsi parte di un contesto”. È questa la direzione, anche, del Progetto Occupabilità, realizzato tramite un contributo del Comune di Venezia e ormai attivo da vent’anni. Un’iniziativa che accompagna ogni anno dieci persone adulte con disabilità psichiche e fisiche, seguite nel loro cammino da due tutor dedicate. Il progetto si sviluppa partendo dalle capacità residue e/o potenziali individuali, con un obiettivo che va oltre un’occupazione in senso proprio: aiutare le persone a sviluppare autonomia e capacità relazionali, creando le condizioni perché possano trovare una propria dimensione nel mondo e nella comunità. “Perché a volte – dice la Presidente – il lavoro non è il traguardo di un cammino. È ciò da cui quel cammino può finalmente cominciare. E allora può succedere che si debba partire dalle basi: imparare a stare con gli altri, a comunicare, a riconoscere le proprie capacità, a prendere confidenza con un ambiente e con un ruolo. Per poi, passo dopo passo, conquistare autonomia. A volte dobbiamo cominciare dalle fondamenta per arrivare più in alto. E non è un passo indietro: è il modo per dare alle persone gli strumenti per capire fin dove possono arrivare”. È qui che il lavoro di Rochdale assume un significato che va oltre le attività che gestisce. C’è però anche un’altra questione, che riguarda non soltanto chi quelle attività le coordina, ma anche chi le stabilisce. “Quello che vorrei – spiega la Presidente – è che quando qualcuno sceglie di affidare un servizio a una cooperativa sociale si fermasse un momento a guardare anche oltre il servizio. Non soltanto: deve essere fatto bene. Ma anche: chi può avere un’opportunità attraverso questo lavoro? Perché se una persona fragile trova uno spazio, non è soltanto quella persona a guadagnarci. È tutta la comunità che diventa un po’ più forte”.

Una speranza, questa, che richiama il pensiero della filosofa Martha Nussbaum e il suo approccio delle “capacità”: una società giusta non dovrebbe limitarsi a riconoscere formalmente i diritti delle persone, ma dovrebbe creare le condizioni concrete perché ciascuno possa sviluppare le proprie capacità e vivere in modo realmente umano. Il punto, allora, non è soltanto proteggere chi è più fragile, ma metterlo nelle condizioni di esprimere ciò che è in grado di fare. Passare dalla semplice assistenza alla possibilità, dalla protezione all’autonomia, dal ruolo di destinatari di un servizio a quello di parte attiva della comunità. È anche questa, infatti, la misura più interessante di una cooperativa sociale: non soltanto quante persone riesce a impiegare o quanti servizi riesce a gestire, ma quante ne riesce ad accompagnare verso un futuro che prima sembrava più difficile da immaginare. La vera sostenibilità di una comunità sta nella capacità di non lasciare indietro chi fa più fatica ad andare avanti.

Di |2026-09-11T09:40:05+02:00Settembre 11th, 2026|Senza categoria|Commenti disabilitati su Rochdale, ascolto e lavoro per costruire il futuro

Ma. Ce., dopo Don Dino: ciò che resta e ciò che nasce

Ci sono persone che, dentro una cooperativa, finiscono per diventare qualcosa di più del proprio ruolo. Non sono soltanto presidenti, amministratori, fondatori. Diventano un modo di intendere il lavoro, le relazioni, le persone. Per Ma. Ce, cooperativa sociale associata a C.S.U. Zorzetto, questa persona è stato Don Dino Pistolato. La sua storia è legata anche a quella del Consorzio di cui è stato fondatore e poi presidente dal 1999, in una fase importante della sua crescita. Ma la sua eredità non si misura soltanto nei ruoli ricoperti. Si misura soprattutto nel segno lasciato nelle persone che hanno lavorato con lui e nelle realtà che ha contribuito a costruire. Ma. Ce è una di queste storie. Una cooperativa che nel tempo ha costruito il proprio lavoro attorno a servizi diversi: edilizia, pulizie, facchinaggio, gestione della casa per ferie, raccolta degli indumenti mantenendo però al centro una dimensione che va oltre il servizio svolto, ossia quella del lavoro come possibilità, come strumento di autonomia, come occasione per rimettere in movimento una vita.

Oggi Ma. Ce conta 35 tra soci e dipendenti. Molti arrivano da percorsi di inserimento lavorativo diversi. È dentro questa realtà che Don Dino ha lasciato il suo segno. Non soltanto come figura di riferimento, ma come presenza capace di tenere insieme la dimensione imprenditoriale e quella sociale della cooperativa. Poi, lo scorso Marzo, improvvisamente Don Dino è mancato. La sua scomparsa, in Ma. Ce, ha sconvolto tutti, soprattutto sul piano umano ed emotivo. Perché quando una persona ha attraversato così profondamente la storia di una cooperativa, la sua assenza non è semplicemente un cambiamento nei ruoli: è un vuoto che tutti devono imparare ad abitare. Dopo di lui, è stata eletta Presidente Consuelo Dei Rossi. E forse non è un caso che, in un momento in cui la cooperativa doveva trovare un nuovo equilibrio, la scelta sia caduta su una persona che Ma. Ce l’aveva conosciuta davvero da dentro. Consuelo Dei Rossi ha lavorato al fianco di Don Dino per otto anni e quando racconta il suo percorso, parla prima di tutto di un incontro che le ha cambiato la vita: “Io devo tutto a Ma. Ce perché la Cooperativa ha rappresentato una rinascita”.

È da qui, infatti, che forse bisogna partire per capire il motivo per cui, oggi, quella presidenza non venga vissuta da lei come un peso, nonostante la fatica e il momento delicato, ma come un privilegio. Consuelo non aveva mai pensato di diventare presidente. Non era quello il percorso che aveva immaginato per sé. Ciò che l’ha fatta crescere dentro Ma. Ce, non è stata l’ambizione ma qualcosa di diverso, di più profondo: l’innamoramento per quella realtà, per le persone, per il modo in cui il lavoro poteva diventare uno strumento di cambiamento.

E così ha scelto di conoscere la cooperativa partendo dalle fondamenta.

Ha voluto entrare nei diversi servizi, fare quei lavori, capire direttamente le dinamiche, vedere come si muovevano le cose. Non imparare Ma. Ce dall’alto, ma attraversarla. Conoscerla dal suo punto più concreto, quello in cui il lavoro accade.

È arrivata in alto partendo dal basso, ma quel basso non ha nulla a che vedere con una gerarchia di valore. Significa piuttosto partire da ciò che tiene in piedi una casa prima ancora di occuparsi di come deve essere governata.

Forse è anche per questo che oggi la Presidente sente così fortemente il bisogno di raccogliere ciò che Don Dino ha lasciato. “Voglio portare avanti tutti gli insegnamenti che Don Dino mi ha dato, soprattutto il rispetto della persona e il senso della cooperatività, a tutti i livelli della gestione della cooperativa”. Sono parole, queste, che raccontano una continuità, ma non necessariamente una conservazione. Perché portare avanti un insegnamento significa anche misurarlo con il presente.

Accanto alla Presidente c’è anche un’altra donna, pilastro di Ma. Ce, Lorena Miatto, consigliera d’amministrazione e impiegata amministrativa. È in cooperativa da 33 anni, fin dagli inizi, e rappresenta una memoria concreta della cooperativa e del tempo trascorso con Don Dino. Una fotografia delle due insieme racconta allora qualcosa che va oltre loro stesse: da una parte le origini, dall’altra l’evoluzione. È forse questa la parte più interessante del passaggio di Consuelo: non il fatto che una donna sia diventata Presidente dopo la morte di un uomo che aveva rappresentato così tanto per la cooperativa, ma il modo in cui è arrivata a quel ruolo. Non per successione. Non per ambizione. Ma per appartenenza. “Io non avevo mai pensato di diventare presidente – racconta -è successo. E oggi sento che questo è anche il mio modo di restituire qualcosa a Ma. Ce». Perché Ma. Ce, prima ancora di diventare una responsabilità da amministrare, per lei è stata una possibilità ricevuta. Un’opportunità di crescita personale che oggi si trasforma nella volontà di restituire. La fase che la cooperativa sta vivendo è ancora una fase di assestamento.

La morte di Don Dino ha prodotto soprattutto un’instabilità emotiva, più che strutturale. Il lavoro è continuato, i servizi hanno continuato a funzionare, le persone hanno continuato a fare la propria parte. Ma dentro quella continuità è rimasto il bisogno di elaborare un’assenza.

La Presidente non nasconde questa fase, ma allo stesso tempo non sembra volerla trasformare in una parentesi da attraversare tornando poi semplicemente a ciò che c’era prima. È aperta alle nuove visioni, alle nuove sfide, a quello che Ma. Ce potrà diventare. Ed è forse qui che il titolo trova il suo senso: ciò che resta e ciò che nasce.

Resta Don Dino, con il suo modo di intendere la persona, il lavoro e la cooperazione. Restano le persone che hanno costruito Ma. Ce, come Lorena.

Resta una storia che non può essere sostituita né replicata. Ma nasce anche qualcosa di nuovo. Una presidente che quella presidenza non aveva mai cercato. Una visione che si è formata lentamente, dentro i servizi e dentro il lavoro. Perché una cooperativa non è mai soltanto quella persona che l’ha fondata o guidata per anni. È ciò che quella persona riesce a lasciare negli altri. E probabilmente il modo più autentico di continuare una storia non è cercare di essere all’altezza di chi ci ha preceduto.

Ma far sì che ciò che ci ha insegnato continui a generare qualcosa che ancora non esiste.

Di |2026-09-04T08:38:57+02:00Settembre 4th, 2026|Senza categoria|Commenti disabilitati su Ma. Ce., dopo Don Dino: ciò che resta e ciò che nasce

LA FINESTRA DI CSU – 17 SETTEMBRE 2026 ORE 17:30 FORTE MARGHERA

Il 17 settembre alle ore 17.30, a Forte Marghera, Mestre (VE) – Sala A prende avvio

“La Finestra di CSU – dialoghi, sguardi, visioni” 

un nuovo ciclo di appuntamenti dedicato al confronto e alla riflessione sul presente.

Una rassegna di incontri che nasce con l’intento di mettere in dialogo persone, idee e temi, intrecciando prospettive diverse per osservare più da vicino il nostro tempo,

i luoghi che abitiamo e le trasformazioni che li stanno attraversando.

Il primo appuntamento sarà con Gaetano Sateriale, con il quale parleremo di città e territori. In particolare, di rigenerazione urbana e sociale, a cominciare dal suo libro 
Ripartire dalle città. Per uno sviluppo sostenibile dell'economia, della società, dell'ambiente.


Gli incontri sono aperti alla cittadinanza

     

Qualche nota su Gaetano Sateriale

Ferrarese, dopo gli studi in Scienze politiche entra nella CGIL, maturando diverse esperienze nelle strutture regionale e nazionale, dove si occupa in particolare di industria, contrattazione e politiche del lavoro.

La scelta di Sateriale nasce dal suo lungo impegno sui temi della rigenerazione e dello sviluppo sostenibile. La sua idea va oltre la semplice trasformazione fisica degli spazi: rigenerare significa rimettere al centro le persone, i loro bisogni e le loro relazioni, ricostruendo intorno ai luoghi servizi, opportunità, lavoro, partecipazione e qualità dell’abitare. Una prospettiva nella quale rigenerazione urbana, sociale, economica e ambientale diventano dimensioni di uno stesso processo: rendere le comunità nuovamente capaci di futuro.

Nel 1999 viene eletto sindaco di Ferrara e riconfermato nel 2004, rimanendo alla guida della città fino al 2009. Sono dieci anni nei quali l’esperienza sindacale si confronta con la complessità dell’amministrazione urbana: sviluppo, urbanistica, servizi, ambiente, cultura, lavoro e rapporto con la comunità.

Terminata l’esperienza amministrativa, torna alla CGIL nazionale, partecipando anche alla costruzione del Piano del Lavoro.

Negli anni successivi il suo interesse si concentra sempre più sui temi dello sviluppo sostenibile, della qualità urbana e della rigenerazione dei territori. A questo percorso civile e professionale si accompagna una significativa attività di scrittura.

 

                         

Di |2026-08-31T09:07:49+02:00Agosto 31st, 2026|Senza categoria|Commenti disabilitati su LA FINESTRA DI CSU – 17 SETTEMBRE 2026 ORE 17:30 FORTE MARGHERA

Dai luoghi alle comunità: il senso della rigenerazione

Ci sono parole che, nel tempo, abbiamo imparato a separare: lavoro, welfare, territorio, ambiente, comunità. Eppure esiste un termine capace di rimetterle insieme: rigenerazione. Rigenerare non significa semplicemente recuperare ciò che è stato abbandonato, né limitarsi a trasformare uno spazio, un edificio o un quartiere. Significa restituire vita a qualcosa che l’ha perduta, riconoscere bisogni nuovi, ricostruire relazioni e creare le condizioni perché un territorio possa tornare a produrre benessere. E’ una trasformazione che parte dai luoghi, ma che inevitabilmente arriva alle persone. Ed è anche il punto di partenza del primo incontro de “La Finestra di C.S.U”, il nuovo progetto di approfondimento del Consorzio, che nasce per mettere in dialogo il mondo della cooperazione con pensieri, esperienze e prospettive capaci di leggere la società oltre i confini del proprio lavoro. A dare avvio a questo percorso sarà, il 17 Settembre alle ore 17.30 a Forte Marghera, Gaetano Sateriale, per oltre trent’anni dirigente della Cgil e poi sindaco di Ferrara per due mandati, oggi impegnato sui temi della sostenibilità e della rigenerazione dei territori. Il confronto partirà dal suo libro “Ripartire dalle città”, scritto con Fabrizio Ricci, che propone una riflessione sulla necessità di ripensare lo sviluppo delle città tenendo insieme sostenibilità ambientale, economica e sociale e rafforzando la coesione delle comunità.  Ma proprio da qui il discorso può allargarsi.

Perché se una città può essere rigenerata, bisogna chiedersi se può essere rigenerata anche una comunità?

E se rigenerare un territorio significa intervenire sui luoghi in cui le persone vivono, lavorano e si incontrano, quanto può essere importante intervenire anche sulle relazioni, sui servizi, sulle opportunità e sulle condizioni che permettono alle persone di sentirsi parte di quel territorio?

Sono domande, queste, che riguarda da vicino il mondo della cooperazione.

Le cooperative, infatti, lavorano spesso proprio là dove una rigenerazione diventa necessaria: nei servizi, nell’inclusione lavorativa, nella cura dell’ambiente e degli spazi, nella risposta alle fragilità, nella costruzione di opportunità. Non si limitano a gestire un bisogno: cercano di trasformarlo in una possibilità.

Ed è proprio questo il significato più interessante della parola rigenerazione: non tornare a ciò che c’era prima, ma creare le condizioni perché qualcosa possa tornare a vivere in una forma nuova. In questa prospettiva, la rigenerazione urbana diventa anche rigenerazione sociale. Recuperare uno spazio significa restituirgli una funzione; recuperare una relazione significa restituire a una persona un posto dentro la comunità. Riqualificare un territorio significa anche interrogarsi su chi lo abita, su quali opportunità offre, su chi rischia di rimanerne escluso. È un ragionamento che attraversa molti dei temi su cui Sateriale ha lavorato negli anni: il welfare, il lavoro, la sostenibilità, la prossimità dei servizi, la partecipazione e il rapporto tra bisogni delle persone e trasformazione dei territori. Nel suo approccio alla rigenerazione, infatti, il punto di partenza sono proprio i bisogni delle persone e del territorio, da affrontare attraverso servizi e interventi costruiti in una logica di prossimità.

Anche il lavoro entra così dentro una visione più ampia. Non soltanto occupazione, ma strumento attraverso cui le persone possono costruire autonomia, competenze e cittadinanza. Sateriale ha parlato, per esempio, della necessità di considerare il lavoro come una possibilità attraverso cui acquisire pienamente i diritti di cittadino.

E allora la domanda diventa ancora più grande: che cosa significa rigenerare una società?

Forse significa smettere di considerare separati problemi che invece sono profondamente connessi. L’ambiente non è qualcosa di diverso dal welfare. Il lavoro non è separato dall’inclusione. La qualità degli spazi in cui viviamo influenza la qualità delle relazioni che possiamo costruire. E la sostenibilità non può essere soltanto ambientale se non è anche economica e sociale.

Proprio questa la prospettiva che C.S.U vuole portare dentro La Finestra: partire da un tema concreto per aprire una riflessione più ampia.

Perché rigenerare non è soltanto cambiare ciò che vediamo. È cambiare le condizioni che permettono a una comunità di vivere, crescere e riconoscersi.

E’ tornare a prendersi cura di ciò che abbiamo, prima che sia troppo tardi per farlo.

Di |2026-08-28T13:22:02+02:00Agosto 28th, 2026|Senza categoria|Commenti disabilitati su Dai luoghi alle comunità: il senso della rigenerazione
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