Il verde non ha genere: storie di rinascita oltre gli stereotipi

Quattro donne della cooperativa Nonsoloverde, Elena, Sara, Carola e Jalba, raccontano come un mestiere ancora considerato “da uomini” possa diventare un percorso di crescita, libertà e rinascita.

 Ci sono lavori che, ancora oggi, nell’immaginario collettivo continuano a essere considerati “da uomini”. La manutenzione del verde è uno di questi. Decespugliatori, motoseghe, potature e giornate trascorse all’aria aperta raccontano un mestiere che raramente viene associato a un volto femminile. Eppure, nella cooperativa Nonsoloverde, aderente al Consorzio C.S.U. Zorzetto, quattro donne fanno parte delle squadre operative che ogni giorno si occupano della cura di parchi, giardini e spazi pubblici. Una scelta che va oltre la parità di genere: mette al centro le competenze, la fiducia nelle persone e la convinzione che il lavoro possa diventare uno strumento di crescita personale. “Quando abbiamo iniziato abbiamo scelto di non guardare al genere, ma alla volontà  – racconta Francesco Scalari consigliere d’amministrazione di C.S.U – è chiaro che esistono attività fisicamente più impegnative, ma una squadra funziona quando ciascuno mette a disposizione ciò che sa fare meglio. Le donne portano attenzione, precisione, sensibilità e una cura del dettaglio che rappresentano un grande valore aggiunto”. Per Scalari, però, la sfida non è dimostrare che una donna possa svolgere un mestiere tradizionalmente associato agli uomini:

“Mi piace pensare che i nostri operatori crescano come crescono le piante. Non vogliamo che imparino soltanto un lavoro: vogliamo che questo mestiere li aiuti a crescere come persone. Il verde insegna pazienza, responsabilità e rispetto dei tempi”.

Ed è ascoltando le loro storie che queste parole acquistano davvero significato.

Il rumore che spegne i pensieri

“Questo lavoro mi ha cambiata- racconta Elena – mi ha dato sicurezza, mi ha insegnato a fidarmi di me stessa e a credere di poter affrontare situazioni che prima mi spaventavano”.  Anche Sara descrive il suo rapporto con questo lavoro con una frase che, a sentirla la prima volta, sembra quasi un paradosso: ”Quando uso il decespugliatore mi rilasso. E’ un lavoro di fatica eppure mi toglie lo stress”. Sorride mentre lo racconta. “La fatica fisica porta via tutto il resto – spiegano le ragazze all’unisono- i pensieri si fermano e rimaniamo concentrate solo su quello che stiamo facendo. È come se si aprisse uno spazio di silenzio, un momento in cui riusciamo anche a riflettere su noi stesse”. Questo è uno degli aspetti più sorprendenti che emerge dalle loro testimonianze. Lavorare nel verde non significa soltanto prendersi cura di un’aiuola o di un parco, ma imparare ad ascoltare il ritmo della natura. Il susseguirsi delle stagioni, il cambiamento continuo del paesaggio e il contatto quotidiano con gli spazi aperti finiscono per influenzare anche il modo di guardare sé stessi. Anche l’ambiente costruito all’interno della cooperativa ha avuto un ruolo importante: costruire un gruppo in cui tutti possano sentirsi valorizzati, senza differenze tra uomini e donne. Gli stereotipi, però, ogni tanto riaffiorano.

“Con i colleghi non abbiamo mai avuto problemi – dice Jalba- siamo sempre state considerate parte della squadra. Succede piuttosto che qualcuno ci guardi con curiosità quando lavoriamo in strada o ci suoni il clacson passando. Fa sorridere”. “Poi  – puntualizza Elena –  arrivano anche i complimenti dei cittadini per un’aiuola ben curata o quelli di qualche dirigente comunale che apprezza il fatto di vedere delle donne impegnate in questo lavoro”.

La fatica buona

C’è però una storia che, forse più di tutte, racconta il significato profondo di questo mestiere. È quella di Carola. Per lei la manutenzione del verde non è stata una scelta, almeno all’inizio. È arrivata dopo un percorso di recupero dalla tossicodipendenza, che prevede il reinserimento lavorativo. Quello che doveva essere un semplice impiego si è trasformato, invece, in una tappa decisiva del suo percorso di rinascita.

“La prima settimana è stata durissima – spiega -non ero abituata a quel tipo di fatica. Un giorno ho appoggiato il decespugliatore a terra e me ne stavo andando. Avevo deciso di mollare.» Sembrava la fine di quell’esperienza. Invece è stato l’inizio di qualcosa di completamente diverso. «Mentre camminavo ho sentito una sensazione che non avevo mai provato: la fatica fisica. E proprio questa sensazione che potrebbe sembrare spiacevole ha prevalso su tutti quei pensieri dolorosi che mi accompagnavano. Non li sentivo più. Sentivo solo il mio corpo stanco”.

È stato quello il momento della svolta. “Mi sono fermata, sono tornata indietro, ho ripreso il decespugliatore e ho continuato a lavorare. Se quel giorno avessi mollato, probabilmente avrei mollato molto più di un lavoro”. Per Carola la fatica ha cambiato significato. Da qualcosa da evitare è diventata qualcosa da cercare, perché le ricorda il momento in cui ha ricominciato a vivere. “Ancora oggi, quando svolgo attività meno pesanti, sento il bisogno di tornare, ogni tanto, a fare i lavori più faticosi. Mi ricordano da dove sono partita. Quella fatica mi ha salvata. Mi ha insegnato che si può stare bene anche senza riempire il vuoto con altro”. Anche il rapporto con la natura è diventato parte del suo percorso di guarigione “Mi sono accorta di un parte di mondo che non conoscevo e che continuava a cambiare e, insieme a lui, stavo cambiando anch’io. Credo che questo lavoro abbia contribuito in modo fondamentale alla mia trasformazione”. La cura del verde, quindi, non è soltanto una possibilità d’impiego, ma uno spazio che restituisce tempo, silenzio, prospettiva e possibilità. In questo, la visione della cooperativa diventa investimento nelle persone, nelle loro capacità e nell’opportunità che ciascuno possa trovare il proprio posto, al di là degli stereotipi.

Come ricorda il consigliere Scalari, l’obiettivo non è semplicemente formare dei manutentori, ma arricchire le persone con le competenze e la consapevolezza: “Mi piace pensare che i nostri operatori crescano come crescono le piante”. Una frase che, dopo aver ascoltato queste storie, assume un significato diverso. Perché le piante hanno bisogno di tempo, di cura e di qualcuno che creda nella loro crescita. Le persone, in fondo, non sono poi così diverse.

Di |2026-07-03T11:09:14+02:00Luglio 3rd, 2026|Senza categoria|Commenti disabilitati su Il verde non ha genere: storie di rinascita oltre gli stereotipi

Servizi alla persona e territorio: tra carenza di personale e bisogno di competenze

Negli ultimi anni il sistema dei servizi sociali, educativi, sociosanitari e territoriali si è trovato ad affrontare una sfida sempre più evidente: la difficoltà nel reperire personale qualificato. Operatori socio-sanitari, educatori professionali, assistenti sociali, ma anche addetti ai servizi ambientali, alle manutenzioni e alle attività di supporto rappresentano oggi figure sempre più difficili da trovare. Si tratta di un fenomeno che interessa l’intero territorio nazionale, ma che in Veneto assume caratteristiche particolarmente rilevanti. L’invecchiamento della popolazione, l’aumento della domanda di assistenza e il progressivo pensionamento di molte figure professionali stanno infatti mettendo sotto pressione il sistema dei servizi.

La stessa Regione Veneto ha individuato nella carenza di personale una delle principali criticità per il futuro del sistema sociosanitario regionale. La difficoltà non riguarda soltanto gli OSS, figura fondamentale nell’assistenza alle persone anziane e non autosufficienti. Sempre più spesso cooperative sociali ed enti del Terzo Settore segnalano carenze anche tra educatori professionali, operatori delle comunità terapeutiche, professionisti della salute mentale e figure operative necessarie per garantire il funzionamento quotidiano di servizi e attività territoriali. Allo stesso tempo, crescono bisogni sociali sempre più complessi legati alla salute mentale, alle dipendenze, alla disabilità, alla non autosufficienza e alla solitudine sociale.

Una situazione che rende ancora più evidente la necessità di attrarre nuove professionalità e valorizzare competenze in settori che svolgono una funzione essenziale per il benessere delle comunità. La questione assume un’importanza strategica soprattutto in territori come quello veneziano, dove la crescente domanda di servizi richiede personale preparato e capace di operare in contesti sempre più articolati.

La domanda che emerge con forza riguarda quindi il futuro stesso del welfare territoriale e dei servizi di prossimità: chi si prenderà cura delle persone e delle comunità nei prossimi anni?

 Dal tema alla visione

Se la carenza di personale rappresenta una delle principali sfide per il futuro del welfare e dei servizi territoriali, la risposta non può limitarsi alla semplice ricerca di nuovi lavoratori. Diventa sempre più necessario costruire percorsi capaci di avvicinare le persone alle professioni della cura e dei servizi, valorizzare le competenze e creare opportunità concrete di inserimento lavorativo. In questa direzione si muovono diverse esperienze. Tra queste, il progetto Isamar: l’iniziativa promuove percorsi di inclusione e inserimento lavorativo rivolti a persone migranti attraverso attività legate all’accoglienza turistica, all’housekeeping, alla manutenzione e alla cura degli spazi. L’obiettivo è duplice: da un lato rispondere alle difficoltà di reperimento del personale in alcuni settori strategici, dall’altro favorire percorsi concreti di autonomia e integrazione sociale.

Esperienze di questo tipo dimostrano come il tema della carenza di personale possa essere affrontato anche attraverso modelli innovativi di inclusione, capaci di intercettare risorse che spesso restano escluse dai canali tradizionali del mercato del lavoro. Un’altra sfida riguarda il rapporto con il mondo della scuola e della formazione. Sempre più spesso il Terzo Settore evidenzia la necessità di costruire una relazione più stretta con istituti scolastici, università e percorsi professionalizzanti, affinché i giovani possano conoscere da vicino le opportunità offerte dalle professioni sociali, sociosanitarie e dai servizi alla comunità. Avvicinare gli studenti ai servizi, favorire esperienze sul campo e creare occasioni di incontro tra scuola e cooperazione rappresenta oggi un passaggio fondamentale per garantire il ricambio generazionale. Accanto a questo emerge la necessità di rafforzare la comunicazione positiva del sociale. Le professioni della cura vengono spesso raccontate soltanto attraverso le difficoltà e le criticità, mentre rimangono meno visibili il valore umano, professionale e sociale che producono ogni giorno. Raccontare le esperienze, i risultati e l’impatto generato dai servizi significa anche rendere più attrattivo un settore che svolge una funzione essenziale per la tenuta delle comunità.

Per questo assumono particolare importanza iniziative come “Siamo il Sociale”, che ogni anno coinvolgono cittadini, operatori e studenti in momenti di incontro e sensibilizzazione, contribuendo a promuovere una maggiore conoscenza del Terzo Settore e ad avvicinare nuove generazioni al mondo della cooperazione. “Di fronte alla crescente carenza di operatori sociali, educativi e sociosanitari – osserva Massimo Mantoan, consigliere di amministrazione di C.S.U. Zorzetto e promotore del progetto Isamar – non possiamo limitarci a registrare il problema: è necessario costruire insieme le soluzioni. Il Terzo Settore dispone già oggi di competenze, esperienze e progettualità consolidate che possono contribuire in modo determinante a ripensare il sistema del welfare.

Per questo riteniamo debba essere sempre più coinvolto come interlocutore strategico della Pubblica Amministrazione nella programmazione delle politiche sociali e sociosanitarie.” Secondo Mantoan, la risposta alle nuove fragilità passa attraverso una maggiore collaborazione tra istituzioni e mondo cooperativo, ma anche attraverso un investimento deciso sulle persone e sulle competenze.  “Un futuro capace di rispondere ai bisogni delle comunità – continua Mantoan – è possibile, ma occorre avere il coraggio di investire nella formazione, nell’inclusione e nella valorizzazione delle professioni che ogni giorno contribuiscono alla qualità della vita delle persone. Quel futuro, in molti territori, non è un obiettivo lontano: lo stiamo già costruendo attraverso servizi, progetti e iniziative che mettono al centro la dignità della persona e la coesione sociale.” In un momento in cui la domanda di servizi continua a crescere, la sfida non riguarda soltanto il numero dei lavoratori disponibili, ma la capacità di costruire un sistema in grado di attrarre talenti, valorizzare competenze e generare nuove opportunità.

Perché il futuro delle comunità passa inevitabilmente dalle persone che ogni giorno scelgono di prendersi cura degli altri e dei territori in cui vivono.

Di |2026-06-19T10:32:47+02:00Giugno 19th, 2026|Senza categoria|Commenti disabilitati su Servizi alla persona e territorio: tra carenza di personale e bisogno di competenze

Solitudine sociale e welfare di prossimità: costruire comunità oltre l’assistenza

Negli ultimi anni la solitudine sociale è diventata una delle fragilità più diffuse e meno visibili della società contemporanea. Non riguarda soltanto le persone anziane o chi vive situazioni di marginalità estrema, ma coinvolge sempre più spesso giovani, lavoratori fragili, famiglie, persone con disagio psicologico e cittadini che, pur essendo inseriti nella quotidianità sociale e lavorativa, faticano a costruire relazioni stabili e punti di riferimento sul territorio. Oggi la fragilità non coincide più esclusivamente con il bisogno economico. Sempre più frequentemente emergono difficoltà legate all’isolamento relazionale, alla perdita di reti familiari e sociali, alla difficoltà di orientarsi tra servizi sanitari, amministrativi e territoriali. In molti casi, ciò che manca non è soltanto un servizio, ma un contesto capace di accogliere, ascoltare e accompagnare le persone nella vita quotidiana.

In questo scenario assumono un ruolo sempre più importante i servizi di prossimità e le realtà territoriali. L’accoglienza, l’orientamento ai servizi, il supporto amministrativo, i punti informativi e le attività svolte quotidianamente a contatto con i cittadini rappresentano oggi molto più di semplici funzioni operative: diventano strumenti concreti di inclusione sociale e presidio territoriale.

Anche gli spazi pubblici e la qualità dell’ambiente urbano incidono direttamente sul benessere delle persone e sulla possibilità di costruire relazioni. La manutenzione del verde, la valorizzazione degli spazi condivisi e i progetti di rigenerazione urbana contribuiscono infatti a creare luoghi più accessibili, vissuti e capaci di favorire socialità e partecipazione. In questo contesto, il ruolo del Terzo Settore e dei consorzi sociali diventa sempre più centrale. La capacità di lavorare in rete con enti pubblici, aziende sanitarie e territorio permette infatti di sviluppare servizi più vicini alle persone e maggiormente capaci di intercettare situazioni di fragilità prima che si trasformino in esclusione sociale. Accanto ai servizi tradizionali, negli ultimi anni stanno emergendo anche nuove forme di welfare comunitario e abitativo, orientate a contrastare la solitudine attraverso la costruzione di relazioni e spazi condivisi. Tra queste esperienze, i progetti di cohousing rappresentano uno degli strumenti più interessanti per rispondere ai nuovi bisogni sociali, soprattutto in contesti caratterizzati da fragilità relazionali e isolamento.

Dal tema alle considerazioni

Parlare oggi di welfare territoriale significa infatti andare oltre il concetto tradizionale di assistenza e ripensare il modo in cui le comunità si organizzano per costruire inclusione, partecipazione e supporto reciproco.

“In molti casi la solitudine non nasce dall’assenza di servizi, ma dalla mancanza di relazioni e di luoghi in cui le persone possano sentirsi parte di una comunità”, osserva Angelo Benvegnù, Presidente di Co.ge.s Don Milani. Aderente al Consorzio C.S.U Zorzetto.

Secondo Benvegnù, le trasformazioni sociali degli ultimi anni stanno rendendo sempre più evidente la necessità di sviluppare modelli abitativi e territoriali capaci di creare connessioni tra le persone, soprattutto nei contesti urbani e nelle situazioni di maggiore fragilità.

“Il cohousing – continua il Presidente di Co.ges – rappresenta una risposta interessante perché mette insieme autonomia e condivisione. Non significa semplicemente abitare vicino ad altre persone, ma costruire spazi in cui possano nascere relazioni, supporto reciproco e occasioni di partecipazione.”

L’esperienza dei progetti di cohousing mostra infatti come la qualità delle relazioni possa incidere direttamente sul benessere delle persone, riducendo isolamento e vulnerabilità. In molti casi, questi percorsi coinvolgono anziani, giovani lavoratori, persone sole o cittadini che attraversano momenti di fragilità sociale o psicologica.

Si tratta di modelli che cercano di superare una visione esclusivamente assistenziale del welfare, favorendo invece forme di comunità più collaborative e inclusive. In questo senso, il cohousing non viene letto soltanto come soluzione abitativa, ma come strumento capace di generare prossimità sociale e rafforzare il legame con il territorio. “Il tema centrale è ricostruire comunità. Oggi molte persone vivono una quotidianità frammentata, pur essendo circondate da servizi e opportunità. Per questo diventa importante creare contesti in cui le relazioni possano tornare ad avere un ruolo reale nella vita delle persone”, prosegue Benvegnù.

Allo stesso tempo, queste esperienze pongono anche una riflessione più ampia sul ruolo delle istituzioni e del Terzo Settore nella costruzione del welfare dei prossimi anni. La crescente domanda di supporto relazionale, orientamento e accompagnamento richiede infatti servizi sempre più integrati e capaci di lavorare sulla prevenzione dell’esclusione sociale.

In questo scenario, il lavoro di rete tra cooperative, enti pubblici, aziende sanitarie e territorio assume una funzione strategica. La possibilità di costruire percorsi condivisi e di sviluppare presìdi di prossimità diventa infatti uno degli elementi chiave per affrontare le nuove fragilità sociali. “La sfida non è soltanto rispondere a un bisogno abitativo o assistenziale, ma creare contesti in cui le persone possano sentirsi accolte, riconosciute e parte attiva di una comunità”, conclude il Presidente.

La solitudine sociale rappresenta oggi una sfida complessa, ma anche un’opportunità per ripensare il rapporto tra territori, servizi e comunità. Investire nella prossimità, nelle relazioni e nella qualità degli spazi condivisi significa contribuire alla costruzione di contesti più inclusivi, accessibili e capaci di rispondere ai bisogni reali delle persone.

Di |2026-06-12T09:41:55+02:00Giugno 12th, 2026|Senza categoria|Commenti disabilitati su Solitudine sociale e welfare di prossimità: costruire comunità oltre l’assistenza

Disabilità e progetto di vita: il ruolo della cooperazione nel nuovo welfare

Negli ultimi anni il tema della disabilità è entrato sempre più al centro del dibattito sul futuro del welfare territoriale. L’aumento dei bisogni assistenziali, l’invecchiamento della popolazione e la crescente complessità delle fragilità sociali stanno infatti mettendo sotto pressione il sistema dei servizi, evidenziando la necessità di costruire modelli più integrati e personalizzati.

È in questo contesto che si inserisce il Decreto Legislativo 62/2024, la riforma della disabilità attualmente in fase sperimentale fino al 2026. Il provvedimento introduce nuovi strumenti di valutazione multidimensionale e rafforza il concetto di “progetto di vita”, con l’obiettivo di costruire percorsi maggiormente personalizzati attorno alla persona con disabilità. La riforma nasce anche dalla necessità di superare un sistema spesso frammentato tra ambito sanitario, sociale e amministrativo. In molti territori, infatti, le famiglie si trovano ancora oggi a confrontarsi con procedure complesse, tempi lunghi e servizi distribuiti tra enti diversi, con difficoltà nel costruire percorsi realmente coordinati. Secondo gli ultimi dati Istat, in Italia le persone con gravi limitazioni nelle attività quotidiane superano i 3 milioni, mentre il progressivo invecchiamento della popolazione sta aumentando ulteriormente la domanda di servizi sociosanitari e di supporto territoriale. In Veneto, dove la popolazione anziana continua a crescere, il tema della sostenibilità del welfare e della presa in carico delle fragilità è diventato sempre più centrale anche nel confronto tra istituzioni, Aziende ULSS e Terzo Settore. Uno degli aspetti più rilevanti introdotti dalla riforma riguarda proprio il “progetto di vita”, che non si limita agli aspetti sanitari o assistenziali, ma considera in modo più ampio temi come autonomia, abitare, lavoro, relazioni sociali e partecipazione alla vita della comunità. In questo scenario, il ruolo del Terzo Settore e del mondo cooperativo assume un’importanza sempre più strategica. Cooperative sociali, consorzi e realtà territoriali rappresentano infatti spesso il punto di contatto più vicino alle persone e alle famiglie, grazie alla capacità di sviluppare servizi di prossimità, percorsi educativi e reti territoriali integrate. Allo stesso tempo, il nuovo modello pone anche diverse criticità operative. La costruzione di percorsi realmente personalizzati richiederà infatti un forte coordinamento tra enti pubblici, servizi sanitari e territorio, oltre a investimenti sulle competenze professionali e sull’organizzazione dei servizi. Diverse realtà del settore sottolineano inoltre il rischio che il cambiamento resti prevalentemente formale senza un rafforzamento concreto delle risorse disponibili e del personale coinvolto nei percorsi di presa in carico.

Dal tema all’osservazione

In questo dibattito si inserisce anche l’esperienza delle cooperative che operano quotidianamente accanto alle persone con disabilità. Tra queste, la cooperativa sociale Il Germoglio, aderente al Consorzio C.S.U Zorzetto, impegnata da anni nella costruzione di percorsi educativi, occupazionali e di inclusione sociale rivolti a persone con disabilità, attraverso attività che mettono al centro autonomia, partecipazione e sviluppo delle competenze individuali.

“Il progetto di vita dà la sensazione che i servizi debbano occuparsi di una sfera più ampia e completa della persona – osserva Martina Favaro, Vicepresidente della suddetta cooperativa  – ma questo approccio incontra subito una prima difficoltà: il sistema è storicamente abituato a lavorare per compartimenti stagni, dove ogni soggetto interviene sulla base della propria competenza specifica. Il progetto di vita, invece, richiede che tutti gli attori coinvolti si mettano realmente in relazione e siano capaci di coordinarsi.” Secondo la Vicepresidente, il valore della riforma risiede proprio nella volontà di superare la frammentazione dei servizi e costruire percorsi più vicini ai bisogni delle persone. Tuttavia, la sfida non riguarda soltanto l’organizzazione dei servizi, ma anche la capacità di trasformare concretamente il modo in cui i diversi soggetti collaborano tra loro. “Mi preoccupa – continua Favaro – che il coordinamento tra tutte le parti possa trasformarsi in un ulteriore passaggio burocratico, con il rischio di allungare i tempi necessari per arrivare a un progetto concreto per la persona con disabilità. Il pericolo è che si investa molto nella costruzione delle procedure e meno nella realizzazione effettiva dei percorsi.”

La riflessione si spinge però ancora oltre e riguarda il significato stesso del progetto di vita e il modo in cui la società interpreta il concetto di inclusione.

“L’altro rischio – spiega la Vicepresidente de Il Germoglio – è che il progetto di vita diventi uno strumento per adattare la persona ai sistemi già esistenti, individuando ciò che può o non può fare, anziché favorire una trasformazione degli ambienti, del lavoro e della società affinché siano realmente accessibili. L’inclusione non dovrebbe limitarsi a trovare uno spazio per la persona all’interno di contesti già definiti, ma dovrebbe interrogare i contesti stessi e la loro capacità di accogliere le differenze.”

Una prospettiva che richiama uno dei nodi centrali della riforma: passare da una logica centrata prevalentemente sulla prestazione a una visione più ampia della qualità della vita, nella quale autonomia, relazioni, partecipazione sociale e diritto di scelta diventino elementi concreti e misurabili del percorso di ogni persona.

La sperimentazione avviata rappresenterà quindi un passaggio importante per comprendere se il nuovo sistema riuscirà davvero a tradursi in un welfare più vicino ai bisogni reali delle persone o se continueranno a emergere le difficoltà strutturali che da tempo caratterizzano il settore della disabilità e dell’assistenza territoriale.

Di |2026-06-05T10:56:51+02:00Giugno 5th, 2026|Senza categoria|Commenti disabilitati su Disabilità e progetto di vita: il ruolo della cooperazione nel nuovo welfare

Oltre il carcere: la vera sfida del reinserimento

Nel dibattito sul sistema penitenziario italiano, il tema del lavoro in carcere tocca una delle questioni più profonde e meno visibili della società: la possibilità, per una persona, di avere davvero una seconda chance. Parlare di inserimento lavorativo in questo contesto, non significa infatti affrontare soltanto il tema dell’occupazione, ma anche quello della dignità, del reinserimento sociale e dell’opportunità concreta di costruire un’alternativa alla marginalità.

Dietro le mura del carcere convivono storie segnate da fragilità, dipendenze, disagio psicologico, povertà educativa e assenza di relazioni stabili. In questo scenario, il lavoro può diventare molto più di un’attività quotidiana: può rappresentare un primo contatto con regole, responsabilità, relazioni sane e fiducia reciproca.

È in questo ambito che opera Rio Terà dei Pensieri, cooperativa aderente al Consorzio C.S.U. Zorzetto, attiva all’interno del sistema penitenziario veneziano. La cooperativa lavora nella Casa Circondariale maschile di Santa Maria Maggiore, nella Casa di Reclusione femminile della Giudecca e nell’area penale esterna, coinvolgendo detenuti e detenute in percorsi formativi e professionali affiancati da operatori e volontari. Dai laboratori di serigrafia, cosmetica, creazione di borse e accessori con materiale recuperato, fino all’Orto biologico delle Meraviglie e ai servizi ambientali, l’obiettivo resta lo stesso: restituire alle persone strumenti concreti per immaginare un futuro diverso. Ma dietro ai percorsi lavorativi costruiti dentro il carcere esiste una realtà molto più complessa, fatta di fragilità profonde, progetti educativi e difficoltà che spesso continuano anche dopo la fine della pena.

 

Dal tema al vissuto

“L’aspetto lavorativo arriva dopo. Prima c’è tutto un percorso educativo”, spiega Vania Carlot, presidente di Rio Terà dei Pensieri. “Per molte persone detenute il problema non è soltanto trovare qualcosa da fare, ma imparare cosa significhi stare dentro a un ambiente professionale. Ci sono persone che non hanno mai lavorato e che devono confrontarsi per la prima volta con regole, orari, responsabilità e relazioni con gli altri.” In tal senso, l’attività lavorativa assume un significato che va oltre la produzione. Non si tratta soltanto di svolgere un compito o ricevere una retribuzione, ma di ricostruire gradualmente autonomia, capacità relazionali e fiducia. Il contatto quotidiano con operatori, volontari e realtà esterne permette infatti di creare una connessione concreta con il mondo fuori dal carcere e di riabituarsi a dinamiche sociali che, per molte persone detenute, non sono mai state realmente vissute.

Negli ultimi anni, però, il quadro interno agli istituti penitenziari è cambiato profondamente. “Oggi il carcere è diventato sempre più un contenitore di disagio – continua Vania Carlot – entrano con maggiore frequenza, rispetto al passato, persone con problematiche psichiatriche, dipendenze e fragilità molto forti, ma allo stesso tempo diminuiscono le risorse e le figure professionali in grado di seguirle. Il nodo centrale dovrebbe essere sempre più quello della cura e dell’accompagnamento. Le attività professionali riescono infatti a coinvolgere soprattutto le persone che presentano minori difficoltà e sono più disposte a mettersi in gioco, mentre resta fuori tutta quella fascia di detenuti più fragile che avrebbe bisogno di interventi educativi, relazionali e terapeutici ancora più strutturati, come attività teatrali, laboratori ed esperienze capaci di lavorare sulle relazioni e sulla persona. Ma purtroppo le risorse sono sempre meno.” Nonostante le difficoltà, il lavoro continua però a rappresentare uno strumento fondamentale all’interno del percorso di reinserimento, perché restituisce ritmo, responsabilità e una prospettiva concreta alle persone detenute.

“Il lavoro non serve solo a far uscire le persone dalla cella. Dà un senso alla giornata e soprattutto permette di creare una finestra sul mondo esterno”, sottolinea la Presidente. Secondo Rio Terà dei Pensieri, però, la difficoltà più grande emerge spesso dopo l’uscita dal carcere: “Per anni si è detto che chi lavorava in carcere aveva tassi di recidiva molto bassi. Oggi questa percentuale è cambiata, perché è cambiato tutto il contesto sociale fuori. Le persone escono e si trovano sole.”

Molti detenuti, soprattutto stranieri, non hanno una rete familiare o sociale capace di sostenerli una volta terminata la pena. “Anche quando escono e trovano un occupazione, spesso manca tutto il resto: una casa, relazioni sane, qualcuno che continui ad accompagnarli anche oltre il tempo trascorso al lavoro.. È qui che il mondo cooperativo e quello istituzionale dovrebbero intervenire insieme”, osserva la Presidente. Il rischio di ricadere in situazioni di marginalità nasce proprio da questa assenza di supporto nel lungo periodo. A complicare ulteriormente il reinserimento si aggiunge spesso anche il tema normativo e documentale. “Ci sono persone che decidono davvero di cambiare vita, trovano un lavoro e una casa, ma non riescono a rinnovare i documenti a causa dei reati commessi. E questo rischia di riportarle nuovamente nell’irregolarità – conclude la presidente di Rio Terà dei Pensieri – il tema centrale resta quindi quello della responsabilità collettiva: la società deve mettere le persone nelle condizioni di poter cambiare davvero. Solo dopo può eventualmente giudicare o escludere, ma prima deve offrire una possibilità reale.”

La collaborazione tra pubblico e cooperazione si è infatti progressivamente evoluta, andando oltre una dimensione puramente amministrativa e assumendo sempre più il valore di un modello capace di generare innovazione sociale, rendere i servizi più vicini alle persone e rafforzare la coesione territoriale. Se questo aspetto appare più evidente nell’ambito della cooperazione sociale di tipo A, impegnata nei servizi alla persona, risulta forse meno esplicito, ma non per questo meno reale, nel caso della cooperazione di tipo B. “È soprattutto per questa tipologia di imprese – continua Montagni – che emerge, forse in modo meno esplicito ma ancora più sfidante, la necessità di costruire nuovi terreni di co-progettazione. Un’esigenza che si inserisce in un contesto in cui una delle questioni più rilevanti riguarda la capacità di tenere insieme sostenibilità economica e impatto sociale, a fronte dell’aumento dei costi, delle difficoltà nel reperimento del personale e della crescente complessità organizzativa” . Così, se da un lato per le imprese cooperative emerge la necessità di investire maggiormente nelle competenze, nell’innovazione e nella capacità di pianificazione strategica, in modo da continuare a garantire qualità del lavoro, inclusione e capacità di risposta ai bisogni del territorio. Dall’altro le stesse possono sviluppare un ruolo sempre più attivo non solo nell’esecuzione di lavori e servizi, ma anche come interlocutori nella costruzione e nell’innovazione delle politiche sociali.  “Da qui – conclude Montagni – la proposta di ragionare su un piano strategico, come percorso attraverso cui costruire una visione comune nuova e dinamica, capace di leggere i cambiamenti in corso e sviluppare strumenti adeguati per affrontarli”. In questa prospettiva, il piano strategico non rappresenterebbe soltanto uno strumento organizzativo innovativo, ma un percorso per rafforzare il ruolo della cooperazione come soggetto attivo nello sviluppo del territorio, capace di contribuire alla costruzione di modelli economici e sociali più inclusivi, sostenibili e partecipati.

Di |2026-05-20T11:11:01+02:00Maggio 20th, 2026|Senza categoria|Commenti disabilitati su Oltre il carcere: la vera sfida del reinserimento

Costruire il domani: l’idea di un piano strategico per il mondo cooperativo

In un contesto segnato da trasformazioni economiche, sociali e demografiche sempre più rapide, anche il mondo cooperativo si trova oggi davanti alla necessità di ridefinire il proprio ruolo e costruire nuove forme di dialogo con le istituzioni. Le sfide che attraversano i territori, dall’invecchiamento della popolazione alla carenza di personale, dalla sostenibilità del welfare alla transizione digitale ed ecologica, richiedono strumenti di programmazione capaci di guardare oltre l’emergenza e sviluppare una visione di lungo periodo. Per il sistema cooperativo questo significa non limitarsi alla gestione quotidiana dei servizi, ma contribuire in modo attivo alla costruzione delle politiche territoriali, rafforzando la collaborazione con enti locali, aziende sanitarie e pubbliche amministrazioni. In Veneto, e in particolare nella provincia di Venezia, la cooperazione rappresenta una componente consolidata del sistema economico e sociale, presente in ambiti strategici come il welfare, l’inclusione lavorativa e i servizi educativi, sociosanitari e territoriali. Proprio questa presenza diffusa sul territorio porta oggi il mondo cooperativo a confrontarsi con scenari sempre più complessi, che coinvolgono non solo l’organizzazione dei servizi, ma anche temi come l’intelligenza artificiale, il diritto all’abitare e lo sviluppo di nuove forme di welfare di prossimità. In questo scenario, il rapporto tra cooperazione e istituzioni pubbliche assume un valore sempre più strategico. “Negli ultimi anni – osserva il Direttore di C.S.U. Zorzetto, Lorenzo Montagni – è emersa con sempre maggiore evidenza la necessità di rafforzare percorsi di co-programmazione e pianificazione condivisa, capaci di coinvolgere in modo strutturato il mondo cooperativo anche nella definizione delle politiche territoriali e nella costruzione di risposte più efficaci ai bisogni delle comunità”.

La collaborazione tra pubblico e cooperazione si è infatti progressivamente evoluta, andando oltre una dimensione puramente amministrativa e assumendo sempre più il valore di un modello capace di generare innovazione sociale, rendere i servizi più vicini alle persone e rafforzare la coesione territoriale. Se questo aspetto appare più evidente nell’ambito della cooperazione sociale di tipo A, impegnata nei servizi alla persona, risulta forse meno esplicito, ma non per questo meno reale, nel caso della cooperazione di tipo B. “È soprattutto per questa tipologia di imprese – continua Montagni – che emerge, forse in modo meno esplicito ma ancora più sfidante, la necessità di costruire nuovi terreni di co-progettazione. Un’esigenza che si inserisce in un contesto in cui una delle questioni più rilevanti riguarda la capacità di tenere insieme sostenibilità economica e impatto sociale, a fronte dell’aumento dei costi, delle difficoltà nel reperimento del personale e della crescente complessità organizzativa” . Così, se da un lato per le imprese cooperative emerge la necessità di investire maggiormente nelle competenze, nell’innovazione e nella capacità di pianificazione strategica, in modo da continuare a garantire qualità del lavoro, inclusione e capacità di risposta ai bisogni del territorio. Dall’altro le stesse possono sviluppare un ruolo sempre più attivo non solo nell’esecuzione di lavori e servizi, ma anche come interlocutori nella costruzione e nell’innovazione delle politiche sociali.  “Da qui – conclude Montagni – la proposta di ragionare su un piano strategico, come percorso attraverso cui costruire una visione comune nuova e dinamica, capace di leggere i cambiamenti in corso e sviluppare strumenti adeguati per affrontarli”. In questa prospettiva, il piano strategico non rappresenterebbe soltanto uno strumento organizzativo innovativo, ma un percorso per rafforzare il ruolo della cooperazione come soggetto attivo nello sviluppo del territorio, capace di contribuire alla costruzione di modelli economici e sociali più inclusivi, sostenibili e partecipati.

Di |2026-05-14T12:18:00+02:00Maggio 14th, 2026|Senza categoria|Commenti disabilitati su Costruire il domani: l’idea di un piano strategico per il mondo cooperativo

EUROPA E AFRICA: TRA SFIDE E OPPORTUNITA’ NEL NUOVO SCENARIO MEDITERRANEO

Il futuro dell’Europa è sempre più legato alle dinamiche che attraversano il Mediterraneo e il continente africano. Le trasformazioni in atto, sul piano economico, demografico, sociale e geopolitico, non rappresentano fenomeni distanti, ma incidono direttamente sugli equilibri europei, sulle politiche pubbliche e sulle prospettive di sviluppo dei territori. In questo contesto si inserisce l’incontro “Africa: problemi e opportunità”, in programma il prossimo 16 maggio presso Forte Rossarol, Centro Soranzo, a Tessera (Venezia), ospitato da Co.Ge.S Don Milani, aderente al Consorzio C.S.U Zorzetto. L’iniziativa nasce con l’obiettivo di offrire uno spazio di riflessione e confronto su un tema sempre più centrale. Il rapporto tra Europa e Africa è oggi caratterizzato da una forte interdipendenza, che si manifesta in diversi ambiti: dalla cooperazione economica alla gestione dei flussi migratori, dalla sicurezza alla sostenibilità ambientale, fino alle politiche energetiche e allo sviluppo infrastrutturale. In questo scenario, l’Africa emerge come un continente complesso, attraversato da profonde trasformazioni e da dinamiche eterogenee. Accanto a situazioni di instabilità e criticità, si affermano infatti processi di crescita, innovazione e sviluppo che aprono nuove prospettive di collaborazione. Comprendere questa complessità è oggi fondamentale per interpretare correttamente i fenomeni in corso e per evitare letture semplificate o parziali. L’incontro intende contribuire a questa consapevolezza, offrendo strumenti utili per leggere il presente e orientarsi nel futuro. La crescente attenzione verso il continente africano riflette infatti la necessità, per l’Europa, di rafforzare il proprio ruolo in uno scenario internazionale in evoluzione, sviluppando politiche più integrate e strategie di lungo periodo. Le dinamiche africane, per la loro portata e per la loro vicinanza geografica, incidono direttamente sugli equilibri del Mediterraneo e, più in generale, sulle scelte europee. Temi come mobilità umana, sviluppo sostenibile, cooperazione economica e sicurezza richiedono oggi approcci coordinati e una maggiore capacità di dialogo tra contesti diversi. A portare il proprio contributo saranno Arcangelo Boldrin, presidente di Fondaco Europa, e Marco Ferrero, avvocato ed esperto di politiche migratorie. I relatori offriranno chiavi di lettura e spunti di riflessione a partire dalle rispettive esperienze, con l’obiettivo di delineare un quadro aggiornato delle principali questioni in discussione e di evidenziare possibili linee di sviluppo del rapporto tra Europa e Africa. L’evento si rivolge a tutti coloro che sono interessati ad approfondire temi legati alle relazioni internazionali, alle politiche europee e alle trasformazioni del continente africano. Partecipare significa non solo acquisire strumenti utili alla comprensione di fenomeni complessi, ma anche prendere parte a un momento di confronto e dialogo qualificato. Attraverso iniziative come questa, il mondo della cooperazione conferma il proprio impegno nella promozione di occasioni di dibattito su temi di attualità e rilevanza strategica. L’incontro del 16 maggio si inserisce in questo percorso, proponendosi come un momento aperto al territorio, capace di stimolare una riflessione informata e consapevole su un tema destinato a rimanere centrale anche nei prossimi anni.

Di |2026-05-06T11:21:36+02:00Maggio 6th, 2026|Senza categoria|Commenti disabilitati su EUROPA E AFRICA: TRA SFIDE E OPPORTUNITA’ NEL NUOVO SCENARIO MEDITERRANEO

Servizi amministrativi e sanità: un lavoro essenziale che sostiene il sistema

Nel sistema sanitario veneto, una componente essenziale, ma spesso poco visibile è rappresentata dai servizi amministrativi in appalto presso le Aziende sanitarie. Attività come la gestione delle prenotazioni, il front office e il back office costituiscono l’infrastruttura operativa che consente ai cittadini di accedere concretamente ai servizi sanitari, rappresentando il primo punto di contatto con il sistema.

Una parte significativa di queste attività è affidata alle cooperative sociali, che nel tempo hanno sviluppato competenze organizzative e capacità di adattamento ai bisogni dei territori, contribuendo in modo stabile al funzionamento dei servizi. In Veneto gli occupati complessivi superano i 2,2 milioni e il settore dei servizi rappresenta la componente prevalente dell’occupazione. In questo scenario, la cooperazione sociale è oggi una presenza consolidata nei servizi alla persona e nelle attività di supporto, comprese quelle amministrative collegate al funzionamento del sistema pubblico.

Un elemento rilevante riguarda il contributo all’inclusione lavorativa: oltre 36.500 persone con disabilità risultano occupate in Veneto e una parte significativa di questi percorsi si sviluppa nei servizi di supporto e nelle attività amministrative. Si tratta di contesti in cui il lavoro amministrativo si intreccia con percorsi di integrazione, contribuendo non solo all’organizzazione dei servizi, ma anche alla costruzione di opportunità occupazionali.

Allo stesso tempo, la lettura complessiva del fenomeno presenta ancora alcuni limiti. Non esiste oggi un dato unico e aggiornato sul numero complessivo dei lavoratori impiegati nei servizi amministrativi delle cooperative sociali a livello regionale, poiché le informazioni sono distribuite tra fonti diverse e non sempre integrate. Questo rende più complessa un’analisi approfondita del comparto e indica la necessità di rafforzare strumenti di monitoraggio e conoscenza.

Nel territorio della provincia di Venezia, caratterizzato da una domanda elevata di servizi sanitari e da una forte integrazione tra pubblico e terzo settore, le cooperative e, in particolare, il Consorzio C.S.U Zorzetto rappresentano un attore centrale nella gestione operativa di questi servizi, all’interno di un sistema di appalti pubblici ancora fortemente orientato al contenimento dei costi.

 

Dal tema alle considerazioni

Guardando all’applicazione delle cooperative sociali in ambito amministrativo, oltre alla naturale mission prevista per legge, viene spontaneo pensare che questi contesti rappresentino uno spazio di inserimento per persone in stato di svantaggio, spesso difficilmente collocabili presso le aziende tradizionali.

“Se in un primo tempo, 20-25 anni fa, le persone in stato di svantaggio, legato soprattutto a condizioni di invalidità, si rivolgevano ai Servizi di Integrazione Lavorativa per l’inserimento nel mondo del lavoro, in particolare nelle cooperative – osserva Davide Giraldo, vicepresidente della cooperativa La Città del Sole, aderente al Consorzio C.S.U Zorzetto – oggi le candidature arrivano direttamente da persone che si trovano in condizioni di svantaggio o disabilità, ma che hanno già maturato esperienze in ambito amministrativo e possiedono un certo grado di scolarizzazione.”

La motivazione può essere ricercata anche in una maggiore consapevolezza, favorita da una più ampia circolazione delle informazioni, dell’esistenza di realtà, come le cooperative, che svolgono non solo la funzione di offrire lavoro, ma anche quella di accompagnare le persone nei percorsi di integrazione.

“Le cooperative non rappresentano solo un’opportunità occupazionale, ma anche un contesto in cui le persone possono essere supportate nel loro percorso di inserimento e crescita – continua Giraldo – il valore aggiunto dell’inserimento lavorativo va ricercato anche nel contributo che le cooperative offrono al sistema pubblico, affiancando lo Stato nella tutela delle persone più fragili e contribuendo, di fatto, alla costruzione di un welfare più ampio.”

La sfida più urgente riguarda ora il sistema degli appalti e degli affidamenti diretti. È necessario superare la logica del massimo ribasso per orientarsi verso criteri di valutazione che premino l’impatto sociale.

Non basta più, quindi, contare il numero di assunzioni: occorre valorizzare la qualità dei percorsi di inserimento. Sarebbe opportuno che le gare d’appalto riconoscessero un punteggio premiante non solo all’aspetto economico, ma anche alla capacità della cooperativa di generare benessere sociale.

“L’introduzione di indicatori di impatto certificati – conclude Giraldo – potrebbe essere uno strumento chiave per permettere alla Pubblica Amministrazione di misurare e ‘acquistare’ valore sociale reale, trasformando ogni bando in un investimento per la comunità.”

Di |2026-04-27T08:42:13+02:00Aprile 27th, 2026|Senza categoria|Commenti disabilitati su Servizi amministrativi e sanità: un lavoro essenziale che sostiene il sistema

48 anni dalla legge Basaglia: ha aperto i manicomi, ma la vera inclusione è nata costruendo relazioni, lavoro e comunità

A 48 anni dalla Legge Basaglia, il tema della salute mentale torna al centro del dibattito pubblico, tra riflessioni e nuove domande sul presente. Quella avviata nel 1978 è stata una trasformazione culturale profonda: la chiusura dei manicomi ha segnato il passaggio da una logica di esclusione a una visione fondata sui diritti, sulla dignità e sull’inclusione delle persone. In questo processo, la cooperazione sociale ha avuto un ruolo fondamentale, costruendo nel tempo percorsi concreti di inserimento, autonomia e partecipazione e trasformando i principi della riforma in esperienze reali. Oggi, a distanza di quasi mezzo secolo, il disagio psichico è in aumento e si manifesta in forme sempre più complesse, confermando come la salute mentale sia una questione collettiva e strutturale. La riforma ha aperto la strada a nuovi modelli di cura, ma restano sfide aperte: servizi adeguati, reti territoriali solide e percorsi concreti di autonomia. È qui che si misura la qualità di una comunità: nella capacità di includere e riconoscere il valore delle persone, anche nelle fragilità.

 

Dal tema al vissuto

 A raccontare cosa ha significato davvero quel passaggio storico è Laura Baldo, presidente del Consorzio CSU Zorzetto e della cooperativa Libertà, che ha vissuto in prima persona gli anni immediatamente successivi alla riforma. “ Ho iniziato a lavorare nella Cooperativa Sociale Libertà, fondata da persone che erano state ricoverate nel manicomio di San Servolo di Venezia e da alcuni operatori sociali, nel 1981. L’impatto iniziale non fu dei più facili: fui collocata da sola in una scuola di Mestre, dove operavano dieci persone con problemi psichiatrici, tutte provenienti dal manicomio di Venezia e quasi tutte con alle spalle circa quarant’anni di reclusione. La loro età media si aggirava sui sessant’anni: persone devastate dalla sofferenza, che però erano sopravvissute. All’inizio il rapporto con la scuola e con il territorio non fu semplice: la presenza di persone provenienti dal manicomio suscitava timori e diffidenze. Con il tempo, però, attraverso il lavoro quotidiano, le relazioni e la condivisione degli spazi, quelle presenze iniziarono a diventare familiari e riconosciute. Furono piccoli ma significativi passaggi, che segnarono l’avvio di un reale percorso di integrazione. Alcune di loro erano state in manicomio perché abbandonate alla nascita e, a quei tempi, quando gli orfanotrofi erano pieni, i più grandi venivano collocati nei manicomi”. La legge è stata indubbiamente un grande atto di civiltà, ma il passaggio dalla chiusura degli ospedali psichiatrici alla costruzione di una reale inclusione non è stato immediato. Anzi, come emerge dal suo racconto, si è trattato di una fase complessa, segnata da un vuoto profondo: “Quando andai all’ospedale psichiatrico di San Clemente a Venezia, ormai dismesso ma ancora aperto, con ricoverati che non potevano uscire definitivamente perché privi di opportunità di inserimento nelle famiglie di origine o in comunità, l’impatto fu devastante. Il gruppo di ex pazienti viveva in condizioni di indecenza, al limite della sopportazione: sotto i letti si trovavano quotidianamente escrementi e mozziconi di sigarette, rifiuti di ogni tipo. Si vedevano persone nude legate nei letti, che piangevano e chiedevano aiuto e, quando mi approcciavo a un’infermiera per sottolineare le situazioni, venivo allontanata in malo modo: non c’era alcuna collaborazione. Mi sottolineavano che avevano la possibilità di uscire e andarsene ma “non sempre quando si aprono le gabbie uno sa dove andare. È stato in quel momento che ho compreso quanto la libertà, da sola, non bastasse: servivano luoghi, relazioni e opportunità concrete perché quelle persone potessero tornare a vivere davvero dentro la società”. In quegli anni ci furono momenti di grande confusione ideologica: da una parte si voleva de-istituzionalizzare le persone, renderle libere; dall’altra, i familiari preferivano la riapertura delle strutture, ritenute più idonee a rispondere ai problemi. È proprio in questo spazio che si inserì il ruolo della cooperazione sociale, chiamata a trasformare un principio in possibilità concreta. “In quegli anni – spiega Baldo – la cooperazione sociale, insieme agli enti più sensibili, iniziò a ricostruire le basi per una nuova storia”. Un lavoro fatto di sperimentazione, relazioni e tentativi, con l’obiettivo di restituire dignità e autonomia a persone escluse per decenni. Il cambiamento non è stato solo organizzativo, ma soprattutto culturale. Le cooperative erano viste come luoghi dove lavoravano “prostitute, matti, nullafacenti”: certamente non persone. Superare questo stigma ha significato costruire, giorno dopo giorno, spazi reali di integrazione, evitando nuovi ghetti e favorendo l’incontro con la comunità. “Nel tempo abbiamo visto persone che per anni erano state considerate solo ‘malati’ tornare a essere lavoratori, colleghi, cittadini riconosciuti nella comunità” – racconta la Presidente – sono stati percorsi lenti, spesso fragili, ma profondamente trasformativi”. Al centro di questo percorso c’è sempre stato il lavoro, inteso come strumento di emancipazione, un principio ancora attuale in un contesto in cui le fragilità si sono moltiplicate. La cooperazione continua a operare in silenzio, intercettando bisogni spesso invisibili e cercando risposte concrete, nonostante difficoltà normative ed economiche. È in questa continuità tra passato e presente che si colloca oggi anche il ruolo del Consorzio CSU Zorzetto: tenere insieme territorio, persone e valori, dando forma a quella visione che, quasi cinquant’anni fa, ha trasformato il modo di intendere la salute mentale e l’inclusione.

Di |2026-04-20T08:46:31+02:00Aprile 20th, 2026|Senza categoria|Commenti disabilitati su 48 anni dalla legge Basaglia: ha aperto i manicomi, ma la vera inclusione è nata costruendo relazioni, lavoro e comunità
Torna in cima