In un contesto segnato da trasformazioni economiche, sociali e demografiche sempre più rapide, anche il mondo cooperativo si trova oggi davanti alla necessità di ridefinire il proprio ruolo e costruire nuove forme di dialogo con le istituzioni. Le sfide che attraversano i territori, dall’invecchiamento della popolazione alla carenza di personale, dalla sostenibilità del welfare alla transizione digitale ed ecologica, richiedono strumenti di programmazione capaci di guardare oltre l’emergenza e sviluppare una visione di lungo periodo. Per il sistema cooperativo questo significa non limitarsi alla gestione quotidiana dei servizi, ma contribuire in modo attivo alla costruzione delle politiche territoriali, rafforzando la collaborazione con enti locali, aziende sanitarie e pubbliche amministrazioni. In Veneto, e in particolare nella provincia di Venezia, la cooperazione rappresenta una componente consolidata del sistema economico e sociale, presente in ambiti strategici come il welfare, l’inclusione lavorativa e i servizi educativi, sociosanitari e territoriali. Proprio questa presenza diffusa sul territorio porta oggi il mondo cooperativo a confrontarsi con scenari sempre più complessi, che coinvolgono non solo l’organizzazione dei servizi, ma anche temi come l’intelligenza artificiale, il diritto all’abitare e lo sviluppo di nuove forme di welfare di prossimità. In questo scenario, il rapporto tra cooperazione e istituzioni pubbliche assume un valore sempre più strategico. “Negli ultimi anni – osserva il Direttore di C.S.U. Zorzetto, Lorenzo Montagni – è emersa con sempre maggiore evidenza la necessità di rafforzare percorsi di co-programmazione e pianificazione condivisa, capaci di coinvolgere in modo strutturato il mondo cooperativo anche nella definizione delle politiche territoriali e nella costruzione di risposte più efficaci ai bisogni delle comunità”.
La collaborazione tra pubblico e cooperazione si è infatti progressivamente evoluta, andando oltre una dimensione puramente amministrativa e assumendo sempre più il valore di un modello capace di generare innovazione sociale, rendere i servizi più vicini alle persone e rafforzare la coesione territoriale. Se questo aspetto appare più evidente nell’ambito della cooperazione sociale di tipo A, impegnata nei servizi alla persona, risulta forse meno esplicito, ma non per questo meno reale, nel caso della cooperazione di tipo B. “È soprattutto per questa tipologia di imprese – continua Montagni – che emerge, forse in modo meno esplicito ma ancora più sfidante, la necessità di costruire nuovi terreni di co-progettazione. Un’esigenza che si inserisce in un contesto in cui una delle questioni più rilevanti riguarda la capacità di tenere insieme sostenibilità economica e impatto sociale, a fronte dell’aumento dei costi, delle difficoltà nel reperimento del personale e della crescente complessità organizzativa” . Così, se da un lato per le imprese cooperative emerge la necessità di investire maggiormente nelle competenze, nell’innovazione e nella capacità di pianificazione strategica, in modo da continuare a garantire qualità del lavoro, inclusione e capacità di risposta ai bisogni del territorio. Dall’altro le stesse possono sviluppare un ruolo sempre più attivo non solo nell’esecuzione di lavori e servizi, ma anche come interlocutori nella costruzione e nell’innovazione delle politiche sociali. “Da qui – conclude Montagni – la proposta di ragionare su un piano strategico, come percorso attraverso cui costruire una visione comune nuova e dinamica, capace di leggere i cambiamenti in corso e sviluppare strumenti adeguati per affrontarli”. In questa prospettiva, il piano strategico non rappresenterebbe soltanto uno strumento organizzativo innovativo, ma un percorso per rafforzare il ruolo della cooperazione come soggetto attivo nello sviluppo del territorio, capace di contribuire alla costruzione di modelli economici e sociali più inclusivi, sostenibili e partecipati.