Nel dibattito sul sistema penitenziario italiano, il tema del lavoro in carcere tocca una delle questioni più profonde e meno visibili della società: la possibilità, per una persona, di avere davvero una seconda chance. Parlare di inserimento lavorativo in questo contesto, non significa infatti affrontare soltanto il tema dell’occupazione, ma anche quello della dignità, del reinserimento sociale e dell’opportunità concreta di costruire un’alternativa alla marginalità.
Dietro le mura del carcere convivono storie segnate da fragilità, dipendenze, disagio psicologico, povertà educativa e assenza di relazioni stabili. In questo scenario, il lavoro può diventare molto più di un’attività quotidiana: può rappresentare un primo contatto con regole, responsabilità, relazioni sane e fiducia reciproca.
È in questo ambito che opera Rio Terà dei Pensieri, cooperativa aderente al Consorzio C.S.U. Zorzetto, attiva all’interno del sistema penitenziario veneziano. La cooperativa lavora nella Casa Circondariale maschile di Santa Maria Maggiore, nella Casa di Reclusione femminile della Giudecca e nell’area penale esterna, coinvolgendo detenuti e detenute in percorsi formativi e professionali affiancati da operatori e volontari. Dai laboratori di serigrafia, cosmetica, creazione di borse e accessori con materiale recuperato, fino all’Orto biologico delle Meraviglie e ai servizi ambientali, l’obiettivo resta lo stesso: restituire alle persone strumenti concreti per immaginare un futuro diverso. Ma dietro ai percorsi lavorativi costruiti dentro il carcere esiste una realtà molto più complessa, fatta di fragilità profonde, progetti educativi e difficoltà che spesso continuano anche dopo la fine della pena.
Dal tema al vissuto
“L’aspetto lavorativo arriva dopo. Prima c’è tutto un percorso educativo”, spiega Vania Carlot, presidente di Rio Terà dei Pensieri. “Per molte persone detenute il problema non è soltanto trovare qualcosa da fare, ma imparare cosa significhi stare dentro a un ambiente professionale. Ci sono persone che non hanno mai lavorato e che devono confrontarsi per la prima volta con regole, orari, responsabilità e relazioni con gli altri.” In tal senso, l’attività lavorativa assume un significato che va oltre la produzione. Non si tratta soltanto di svolgere un compito o ricevere una retribuzione, ma di ricostruire gradualmente autonomia, capacità relazionali e fiducia. Il contatto quotidiano con operatori, volontari e realtà esterne permette infatti di creare una connessione concreta con il mondo fuori dal carcere e di riabituarsi a dinamiche sociali che, per molte persone detenute, non sono mai state realmente vissute.
Negli ultimi anni, però, il quadro interno agli istituti penitenziari è cambiato profondamente. “Oggi il carcere è diventato sempre più un contenitore di disagio – continua Vania Carlot – entrano con maggiore frequenza, rispetto al passato, persone con problematiche psichiatriche, dipendenze e fragilità molto forti, ma allo stesso tempo diminuiscono le risorse e le figure professionali in grado di seguirle. Il nodo centrale dovrebbe essere sempre più quello della cura e dell’accompagnamento. Le attività professionali riescono infatti a coinvolgere soprattutto le persone che presentano minori difficoltà e sono più disposte a mettersi in gioco, mentre resta fuori tutta quella fascia di detenuti più fragile che avrebbe bisogno di interventi educativi, relazionali e terapeutici ancora più strutturati, come attività teatrali, laboratori ed esperienze capaci di lavorare sulle relazioni e sulla persona. Ma purtroppo le risorse sono sempre meno.” Nonostante le difficoltà, il lavoro continua però a rappresentare uno strumento fondamentale all’interno del percorso di reinserimento, perché restituisce ritmo, responsabilità e una prospettiva concreta alle persone detenute.
“Il lavoro non serve solo a far uscire le persone dalla cella. Dà un senso alla giornata e soprattutto permette di creare una finestra sul mondo esterno”, sottolinea la Presidente. Secondo Rio Terà dei Pensieri, però, la difficoltà più grande emerge spesso dopo l’uscita dal carcere: “Per anni si è detto che chi lavorava in carcere aveva tassi di recidiva molto bassi. Oggi questa percentuale è cambiata, perché è cambiato tutto il contesto sociale fuori. Le persone escono e si trovano sole.”
Molti detenuti, soprattutto stranieri, non hanno una rete familiare o sociale capace di sostenerli una volta terminata la pena. “Anche quando escono e trovano un occupazione, spesso manca tutto il resto: una casa, relazioni sane, qualcuno che continui ad accompagnarli anche oltre il tempo trascorso al lavoro.. È qui che il mondo cooperativo e quello istituzionale dovrebbero intervenire insieme”, osserva la Presidente. Il rischio di ricadere in situazioni di marginalità nasce proprio da questa assenza di supporto nel lungo periodo. A complicare ulteriormente il reinserimento si aggiunge spesso anche il tema normativo e documentale. “Ci sono persone che decidono davvero di cambiare vita, trovano un lavoro e una casa, ma non riescono a rinnovare i documenti a causa dei reati commessi. E questo rischia di riportarle nuovamente nell’irregolarità – conclude la presidente di Rio Terà dei Pensieri – il tema centrale resta quindi quello della responsabilità collettiva: la società deve mettere le persone nelle condizioni di poter cambiare davvero. Solo dopo può eventualmente giudicare o escludere, ma prima deve offrire una possibilità reale.”
La collaborazione tra pubblico e cooperazione si è infatti progressivamente evoluta, andando oltre una dimensione puramente amministrativa e assumendo sempre più il valore di un modello capace di generare innovazione sociale, rendere i servizi più vicini alle persone e rafforzare la coesione territoriale. Se questo aspetto appare più evidente nell’ambito della cooperazione sociale di tipo A, impegnata nei servizi alla persona, risulta forse meno esplicito, ma non per questo meno reale, nel caso della cooperazione di tipo B. “È soprattutto per questa tipologia di imprese – continua Montagni – che emerge, forse in modo meno esplicito ma ancora più sfidante, la necessità di costruire nuovi terreni di co-progettazione. Un’esigenza che si inserisce in un contesto in cui una delle questioni più rilevanti riguarda la capacità di tenere insieme sostenibilità economica e impatto sociale, a fronte dell’aumento dei costi, delle difficoltà nel reperimento del personale e della crescente complessità organizzativa” . Così, se da un lato per le imprese cooperative emerge la necessità di investire maggiormente nelle competenze, nell’innovazione e nella capacità di pianificazione strategica, in modo da continuare a garantire qualità del lavoro, inclusione e capacità di risposta ai bisogni del territorio. Dall’altro le stesse possono sviluppare un ruolo sempre più attivo non solo nell’esecuzione di lavori e servizi, ma anche come interlocutori nella costruzione e nell’innovazione delle politiche sociali. “Da qui – conclude Montagni – la proposta di ragionare su un piano strategico, come percorso attraverso cui costruire una visione comune nuova e dinamica, capace di leggere i cambiamenti in corso e sviluppare strumenti adeguati per affrontarli”. In questa prospettiva, il piano strategico non rappresenterebbe soltanto uno strumento organizzativo innovativo, ma un percorso per rafforzare il ruolo della cooperazione come soggetto attivo nello sviluppo del territorio, capace di contribuire alla costruzione di modelli economici e sociali più inclusivi, sostenibili e partecipati.