Negli ultimi anni il tema della disabilità è entrato sempre più al centro del dibattito sul futuro del welfare territoriale. L’aumento dei bisogni assistenziali, l’invecchiamento della popolazione e la crescente complessità delle fragilità sociali stanno infatti mettendo sotto pressione il sistema dei servizi, evidenziando la necessità di costruire modelli più integrati e personalizzati.
È in questo contesto che si inserisce il Decreto Legislativo 62/2024, la riforma della disabilità attualmente in fase sperimentale fino al 2026. Il provvedimento introduce nuovi strumenti di valutazione multidimensionale e rafforza il concetto di “progetto di vita”, con l’obiettivo di costruire percorsi maggiormente personalizzati attorno alla persona con disabilità. La riforma nasce anche dalla necessità di superare un sistema spesso frammentato tra ambito sanitario, sociale e amministrativo. In molti territori, infatti, le famiglie si trovano ancora oggi a confrontarsi con procedure complesse, tempi lunghi e servizi distribuiti tra enti diversi, con difficoltà nel costruire percorsi realmente coordinati. Secondo gli ultimi dati Istat, in Italia le persone con gravi limitazioni nelle attività quotidiane superano i 3 milioni, mentre il progressivo invecchiamento della popolazione sta aumentando ulteriormente la domanda di servizi sociosanitari e di supporto territoriale. In Veneto, dove la popolazione anziana continua a crescere, il tema della sostenibilità del welfare e della presa in carico delle fragilità è diventato sempre più centrale anche nel confronto tra istituzioni, Aziende ULSS e Terzo Settore. Uno degli aspetti più rilevanti introdotti dalla riforma riguarda proprio il “progetto di vita”, che non si limita agli aspetti sanitari o assistenziali, ma considera in modo più ampio temi come autonomia, abitare, lavoro, relazioni sociali e partecipazione alla vita della comunità. In questo scenario, il ruolo del Terzo Settore e del mondo cooperativo assume un’importanza sempre più strategica. Cooperative sociali, consorzi e realtà territoriali rappresentano infatti spesso il punto di contatto più vicino alle persone e alle famiglie, grazie alla capacità di sviluppare servizi di prossimità, percorsi educativi e reti territoriali integrate. Allo stesso tempo, il nuovo modello pone anche diverse criticità operative. La costruzione di percorsi realmente personalizzati richiederà infatti un forte coordinamento tra enti pubblici, servizi sanitari e territorio, oltre a investimenti sulle competenze professionali e sull’organizzazione dei servizi. Diverse realtà del settore sottolineano inoltre il rischio che il cambiamento resti prevalentemente formale senza un rafforzamento concreto delle risorse disponibili e del personale coinvolto nei percorsi di presa in carico.
Dal tema all’osservazione
In questo dibattito si inserisce anche l’esperienza delle cooperative che operano quotidianamente accanto alle persone con disabilità. Tra queste, la cooperativa sociale Il Germoglio, aderente al Consorzio C.S.U Zorzetto, impegnata da anni nella costruzione di percorsi educativi, occupazionali e di inclusione sociale rivolti a persone con disabilità, attraverso attività che mettono al centro autonomia, partecipazione e sviluppo delle competenze individuali.
“Il progetto di vita dà la sensazione che i servizi debbano occuparsi di una sfera più ampia e completa della persona – osserva Martina Favaro, Vicepresidente della suddetta cooperativa – ma questo approccio incontra subito una prima difficoltà: il sistema è storicamente abituato a lavorare per compartimenti stagni, dove ogni soggetto interviene sulla base della propria competenza specifica. Il progetto di vita, invece, richiede che tutti gli attori coinvolti si mettano realmente in relazione e siano capaci di coordinarsi.” Secondo la Vicepresidente, il valore della riforma risiede proprio nella volontà di superare la frammentazione dei servizi e costruire percorsi più vicini ai bisogni delle persone. Tuttavia, la sfida non riguarda soltanto l’organizzazione dei servizi, ma anche la capacità di trasformare concretamente il modo in cui i diversi soggetti collaborano tra loro. “Mi preoccupa – continua Favaro – che il coordinamento tra tutte le parti possa trasformarsi in un ulteriore passaggio burocratico, con il rischio di allungare i tempi necessari per arrivare a un progetto concreto per la persona con disabilità. Il pericolo è che si investa molto nella costruzione delle procedure e meno nella realizzazione effettiva dei percorsi.”
La riflessione si spinge però ancora oltre e riguarda il significato stesso del progetto di vita e il modo in cui la società interpreta il concetto di inclusione.
“L’altro rischio – spiega la Vicepresidente de Il Germoglio – è che il progetto di vita diventi uno strumento per adattare la persona ai sistemi già esistenti, individuando ciò che può o non può fare, anziché favorire una trasformazione degli ambienti, del lavoro e della società affinché siano realmente accessibili. L’inclusione non dovrebbe limitarsi a trovare uno spazio per la persona all’interno di contesti già definiti, ma dovrebbe interrogare i contesti stessi e la loro capacità di accogliere le differenze.”
Una prospettiva che richiama uno dei nodi centrali della riforma: passare da una logica centrata prevalentemente sulla prestazione a una visione più ampia della qualità della vita, nella quale autonomia, relazioni, partecipazione sociale e diritto di scelta diventino elementi concreti e misurabili del percorso di ogni persona.
La sperimentazione avviata rappresenterà quindi un passaggio importante per comprendere se il nuovo sistema riuscirà davvero a tradursi in un welfare più vicino ai bisogni reali delle persone o se continueranno a emergere le difficoltà strutturali che da tempo caratterizzano il settore della disabilità e dell’assistenza territoriale.