Quattro donne della cooperativa Nonsoloverde, Elena, Sara, Carola e Jalba, raccontano come un mestiere ancora considerato “da uomini” possa diventare un percorso di crescita, libertà e rinascita.

 Ci sono lavori che, ancora oggi, nell’immaginario collettivo continuano a essere considerati “da uomini”. La manutenzione del verde è uno di questi. Decespugliatori, motoseghe, potature e giornate trascorse all’aria aperta raccontano un mestiere che raramente viene associato a un volto femminile. Eppure, nella cooperativa Nonsoloverde, aderente al Consorzio C.S.U. Zorzetto, quattro donne fanno parte delle squadre operative che ogni giorno si occupano della cura di parchi, giardini e spazi pubblici. Una scelta che va oltre la parità di genere: mette al centro le competenze, la fiducia nelle persone e la convinzione che il lavoro possa diventare uno strumento di crescita personale. “Quando abbiamo iniziato abbiamo scelto di non guardare al genere, ma alla volontà  – racconta Francesco Scalari consigliere d’amministrazione di C.S.U – è chiaro che esistono attività fisicamente più impegnative, ma una squadra funziona quando ciascuno mette a disposizione ciò che sa fare meglio. Le donne portano attenzione, precisione, sensibilità e una cura del dettaglio che rappresentano un grande valore aggiunto”. Per Scalari, però, la sfida non è dimostrare che una donna possa svolgere un mestiere tradizionalmente associato agli uomini:

“Mi piace pensare che i nostri operatori crescano come crescono le piante. Non vogliamo che imparino soltanto un lavoro: vogliamo che questo mestiere li aiuti a crescere come persone. Il verde insegna pazienza, responsabilità e rispetto dei tempi”.

Ed è ascoltando le loro storie che queste parole acquistano davvero significato.

Il rumore che spegne i pensieri

“Questo lavoro mi ha cambiata- racconta Elena – mi ha dato sicurezza, mi ha insegnato a fidarmi di me stessa e a credere di poter affrontare situazioni che prima mi spaventavano”.  Anche Sara descrive il suo rapporto con questo lavoro con una frase che, a sentirla la prima volta, sembra quasi un paradosso: ”Quando uso il decespugliatore mi rilasso. E’ un lavoro di fatica eppure mi toglie lo stress”. Sorride mentre lo racconta. “La fatica fisica porta via tutto il resto – spiegano le ragazze all’unisono- i pensieri si fermano e rimaniamo concentrate solo su quello che stiamo facendo. È come se si aprisse uno spazio di silenzio, un momento in cui riusciamo anche a riflettere su noi stesse”. Questo è uno degli aspetti più sorprendenti che emerge dalle loro testimonianze. Lavorare nel verde non significa soltanto prendersi cura di un’aiuola o di un parco, ma imparare ad ascoltare il ritmo della natura. Il susseguirsi delle stagioni, il cambiamento continuo del paesaggio e il contatto quotidiano con gli spazi aperti finiscono per influenzare anche il modo di guardare sé stessi. Anche l’ambiente costruito all’interno della cooperativa ha avuto un ruolo importante: costruire un gruppo in cui tutti possano sentirsi valorizzati, senza differenze tra uomini e donne. Gli stereotipi, però, ogni tanto riaffiorano.

“Con i colleghi non abbiamo mai avuto problemi – dice Jalba- siamo sempre state considerate parte della squadra. Succede piuttosto che qualcuno ci guardi con curiosità quando lavoriamo in strada o ci suoni il clacson passando. Fa sorridere”. “Poi  – puntualizza Elena –  arrivano anche i complimenti dei cittadini per un’aiuola ben curata o quelli di qualche dirigente comunale che apprezza il fatto di vedere delle donne impegnate in questo lavoro”.

La fatica buona

C’è però una storia che, forse più di tutte, racconta il significato profondo di questo mestiere. È quella di Carola. Per lei la manutenzione del verde non è stata una scelta, almeno all’inizio. È arrivata dopo un percorso di recupero dalla tossicodipendenza, che prevede il reinserimento lavorativo. Quello che doveva essere un semplice impiego si è trasformato, invece, in una tappa decisiva del suo percorso di rinascita.

“La prima settimana è stata durissima – spiega -non ero abituata a quel tipo di fatica. Un giorno ho appoggiato il decespugliatore a terra e me ne stavo andando. Avevo deciso di mollare.» Sembrava la fine di quell’esperienza. Invece è stato l’inizio di qualcosa di completamente diverso. «Mentre camminavo ho sentito una sensazione che non avevo mai provato: la fatica fisica. E proprio questa sensazione che potrebbe sembrare spiacevole ha prevalso su tutti quei pensieri dolorosi che mi accompagnavano. Non li sentivo più. Sentivo solo il mio corpo stanco”.

È stato quello il momento della svolta. “Mi sono fermata, sono tornata indietro, ho ripreso il decespugliatore e ho continuato a lavorare. Se quel giorno avessi mollato, probabilmente avrei mollato molto più di un lavoro”. Per Carola la fatica ha cambiato significato. Da qualcosa da evitare è diventata qualcosa da cercare, perché le ricorda il momento in cui ha ricominciato a vivere. “Ancora oggi, quando svolgo attività meno pesanti, sento il bisogno di tornare, ogni tanto, a fare i lavori più faticosi. Mi ricordano da dove sono partita. Quella fatica mi ha salvata. Mi ha insegnato che si può stare bene anche senza riempire il vuoto con altro”. Anche il rapporto con la natura è diventato parte del suo percorso di guarigione “Mi sono accorta di un parte di mondo che non conoscevo e che continuava a cambiare e, insieme a lui, stavo cambiando anch’io. Credo che questo lavoro abbia contribuito in modo fondamentale alla mia trasformazione”. La cura del verde, quindi, non è soltanto una possibilità d’impiego, ma uno spazio che restituisce tempo, silenzio, prospettiva e possibilità. In questo, la visione della cooperativa diventa investimento nelle persone, nelle loro capacità e nell’opportunità che ciascuno possa trovare il proprio posto, al di là degli stereotipi.

Come ricorda il consigliere Scalari, l’obiettivo non è semplicemente formare dei manutentori, ma arricchire le persone con le competenze e la consapevolezza: “Mi piace pensare che i nostri operatori crescano come crescono le piante”. Una frase che, dopo aver ascoltato queste storie, assume un significato diverso. Perché le piante hanno bisogno di tempo, di cura e di qualcuno che creda nella loro crescita. Le persone, in fondo, non sono poi così diverse.