Negli ultimi anni la solitudine sociale è diventata una delle fragilità più diffuse e meno visibili della società contemporanea. Non riguarda soltanto le persone anziane o chi vive situazioni di marginalità estrema, ma coinvolge sempre più spesso giovani, lavoratori fragili, famiglie, persone con disagio psicologico e cittadini che, pur essendo inseriti nella quotidianità sociale e lavorativa, faticano a costruire relazioni stabili e punti di riferimento sul territorio. Oggi la fragilità non coincide più esclusivamente con il bisogno economico. Sempre più frequentemente emergono difficoltà legate all’isolamento relazionale, alla perdita di reti familiari e sociali, alla difficoltà di orientarsi tra servizi sanitari, amministrativi e territoriali. In molti casi, ciò che manca non è soltanto un servizio, ma un contesto capace di accogliere, ascoltare e accompagnare le persone nella vita quotidiana.
In questo scenario assumono un ruolo sempre più importante i servizi di prossimità e le realtà territoriali. L’accoglienza, l’orientamento ai servizi, il supporto amministrativo, i punti informativi e le attività svolte quotidianamente a contatto con i cittadini rappresentano oggi molto più di semplici funzioni operative: diventano strumenti concreti di inclusione sociale e presidio territoriale.
Anche gli spazi pubblici e la qualità dell’ambiente urbano incidono direttamente sul benessere delle persone e sulla possibilità di costruire relazioni. La manutenzione del verde, la valorizzazione degli spazi condivisi e i progetti di rigenerazione urbana contribuiscono infatti a creare luoghi più accessibili, vissuti e capaci di favorire socialità e partecipazione. In questo contesto, il ruolo del Terzo Settore e dei consorzi sociali diventa sempre più centrale. La capacità di lavorare in rete con enti pubblici, aziende sanitarie e territorio permette infatti di sviluppare servizi più vicini alle persone e maggiormente capaci di intercettare situazioni di fragilità prima che si trasformino in esclusione sociale. Accanto ai servizi tradizionali, negli ultimi anni stanno emergendo anche nuove forme di welfare comunitario e abitativo, orientate a contrastare la solitudine attraverso la costruzione di relazioni e spazi condivisi. Tra queste esperienze, i progetti di cohousing rappresentano uno degli strumenti più interessanti per rispondere ai nuovi bisogni sociali, soprattutto in contesti caratterizzati da fragilità relazionali e isolamento.
Dal tema alle considerazioni
Parlare oggi di welfare territoriale significa infatti andare oltre il concetto tradizionale di assistenza e ripensare il modo in cui le comunità si organizzano per costruire inclusione, partecipazione e supporto reciproco.
“In molti casi la solitudine non nasce dall’assenza di servizi, ma dalla mancanza di relazioni e di luoghi in cui le persone possano sentirsi parte di una comunità”, osserva Angelo Benvegnù, Presidente di Co.ge.s Don Milani. Aderente al Consorzio C.S.U Zorzetto.
Secondo Benvegnù, le trasformazioni sociali degli ultimi anni stanno rendendo sempre più evidente la necessità di sviluppare modelli abitativi e territoriali capaci di creare connessioni tra le persone, soprattutto nei contesti urbani e nelle situazioni di maggiore fragilità.
“Il cohousing – continua il Presidente di Co.ges – rappresenta una risposta interessante perché mette insieme autonomia e condivisione. Non significa semplicemente abitare vicino ad altre persone, ma costruire spazi in cui possano nascere relazioni, supporto reciproco e occasioni di partecipazione.”
L’esperienza dei progetti di cohousing mostra infatti come la qualità delle relazioni possa incidere direttamente sul benessere delle persone, riducendo isolamento e vulnerabilità. In molti casi, questi percorsi coinvolgono anziani, giovani lavoratori, persone sole o cittadini che attraversano momenti di fragilità sociale o psicologica.
Si tratta di modelli che cercano di superare una visione esclusivamente assistenziale del welfare, favorendo invece forme di comunità più collaborative e inclusive. In questo senso, il cohousing non viene letto soltanto come soluzione abitativa, ma come strumento capace di generare prossimità sociale e rafforzare il legame con il territorio. “Il tema centrale è ricostruire comunità. Oggi molte persone vivono una quotidianità frammentata, pur essendo circondate da servizi e opportunità. Per questo diventa importante creare contesti in cui le relazioni possano tornare ad avere un ruolo reale nella vita delle persone”, prosegue Benvegnù.
Allo stesso tempo, queste esperienze pongono anche una riflessione più ampia sul ruolo delle istituzioni e del Terzo Settore nella costruzione del welfare dei prossimi anni. La crescente domanda di supporto relazionale, orientamento e accompagnamento richiede infatti servizi sempre più integrati e capaci di lavorare sulla prevenzione dell’esclusione sociale.
In questo scenario, il lavoro di rete tra cooperative, enti pubblici, aziende sanitarie e territorio assume una funzione strategica. La possibilità di costruire percorsi condivisi e di sviluppare presìdi di prossimità diventa infatti uno degli elementi chiave per affrontare le nuove fragilità sociali. “La sfida non è soltanto rispondere a un bisogno abitativo o assistenziale, ma creare contesti in cui le persone possano sentirsi accolte, riconosciute e parte attiva di una comunità”, conclude il Presidente.
La solitudine sociale rappresenta oggi una sfida complessa, ma anche un’opportunità per ripensare il rapporto tra territori, servizi e comunità. Investire nella prossimità, nelle relazioni e nella qualità degli spazi condivisi significa contribuire alla costruzione di contesti più inclusivi, accessibili e capaci di rispondere ai bisogni reali delle persone.