Ci sono incontri che avvengono dentro un ufficio. E ce ne sono altri che possono nascere soltanto su una panchina, all’uscita di una scuola, in un parco, davanti a un campetto dove un gruppo di ragazzi trascorre il pomeriggio.
È da questi luoghi che comincia il lavoro degli operatori di strada.Un lavoro che, prima ancora di offrire risposte, sceglie di fare una cosa molto più difficile: entrare nel mondo degli altri. Negli ultimi anni si parla molto del disagio giovanile. Si parla di isolamento, di dipendenze, di abbandono scolastico, di fragilità psicologica. Più raramente ci si domanda quale sia il modo giusto per incontrare questi ragazzi. Perché chi vive una difficoltà di rado entra spontaneamente in un servizio. Molto più spesso aspetta, magari senza saperlo, che sia qualcuno ad attraversare la distanza che lo separa dagli altri. È il principio della prossimità, uno dei cardini dell’educativa di strada: non chiedere alle persone di raggiungere il servizio, ma fare in modo che sia il servizio a raggiungere loro. Non per sostituirsi alle famiglie o alla scuola, ma per costruire un ponte tra i ragazzi e le opportunità presenti sul territorio. Dal 2016 è questa la missione che accompagna gli operatori di strada della cooperativa Coges Don Milani, associata al Consorzio C.S.U. Zorzetto. Oggi diciotto educatori operano in diversi territori della provincia di Venezia lavorando in stretta collaborazione con amministrazioni comunali e ULSS. Viaggiano sempre in coppia. Non perché il loro compito sia controllare i ragazzi. Ma perché il loro lavoro è stare accanto.
Dal tema alla visione
“La prima cosa che fanno – racconta Irene De Marzi, Referente dell’Ambito Prossimità per l’Area Giovani e Promozione del Benessere di Coges – è molto diversa da quello che ci si potrebbe aspettare. Non chiedono ai ragazzi di salire nel loro mondo, di adattarsi allo sguardo degli adulti o di ascoltare qualche buon consiglio. Sono loro, piuttosto, a compiere il percorso opposto: scelgono di entrare nel mondo dei ragazzi. Un gesto che richiede, prima di tutto, umiltà”. Quell’umiltà di cui scriveva il sociologo Franco Cassano, capace di mettere da parte la pretesa di sapere già, per riconoscere che l’altro ha qualcosa da insegnarci prima ancora di essere educato. “Gli operatori di strada – continua la Referente – non arrivano con risposte confezionate. Si presentano, spiegano chi sono e perché sono lì. Poi aspettano. Giocano una partita a pallone, parlano di musica assieme a loro. Si siedono su una panchina. Ascoltano. Solo così possono conoscere davvero il territorio dei ragazzi, le loro fragilità, ma anche le loro risorse, i loro linguaggi e le loro aspirazioni. Solo così, dopo, possono immaginare insieme un percorso”.
È un lavoro che non ha tempi prestabiliti. Non esiste un appuntamento obbligatorio.
Non esiste una direzione imposta. La relazione nasce soltanto se entrambe le parti decidono di costruirla. Ed è forse proprio questa libertà a renderla così autentica.
“Dopo una prima diffidenza – racconta De Marzi – accade spesso qualcosa che ribalta ogni aspettativa. Sono gli stessi ragazzi a ricontattare gli operatori attraverso WhatsApp o i social. Chiedono di rivedersi. Di parlare. Di raccontare quello che stanno vivendo”. È un dato che colpisce soprattutto dopo gli anni della pandemia.
Molti hanno raccontato il Post Covid come il tempo che ha tolto umanità e voglia di relazione alle persone. L’esperienza degli operatori di strada mostra anche un’altra faccia della realtà: quei ragazzi non hanno smesso di cercare la socialità. Hanno semplicemente bisogno di luoghi e adulti con cui poterla costruire. I gruppi sono diventati più piccoli. Ma il bisogno di essere ascoltati è forse ancora più grande.
Da questa relazione nascono spesso anche esperienze condivise come Open Park, uno dei progetti estivi promossi da Coges. Nei parchi pubblici educatori e ragazzi organizzano giochi, musica, laboratori e momenti di aggregazione aperti al territorio. Occasioni semplici, ma preziose, che trasformano uno spazio pubblico in un luogo di incontro, facendo della socialità uno strumento concreto di prevenzione, partecipazione e crescita. Accanto all’ascolto c’è poi il lavoro educativo vero e proprio. Gli operatori orientano i ragazzi verso le opportunità del territorio, promuovono attività di gruppo, contrastano l’abbandono scolastico e cercano di intercettare precocemente situazioni di disagio legate all’uso di sostanze, alla solitudine o alla marginalità. Quando emergono situazioni più complesse, la rete costruita con i servizi permette di accompagnare i giovani verso percorsi specialistici, anche all’interno della stessa Coges, che da anni opera nell’ambito delle dipendenze.
Ma Irene, quando le si chiede quale sia la sua più grande “vittoria”, non parla di numeri. Racconta una storia. Quella di un giovane di seconda generazione che non si sentiva né italiano né straniero. Aveva conosciuto il bullismo, il senso di esclusione e, a un certo punto, anche la dipendenza dalle sostanze. Eppure custodiva un sogno: diventare cantante. Per sette anni gli operatori hanno camminato accanto a lui. Non è stato un percorso lineare. Ci sono stati momenti difficili, fatti di scelte sbagliate, ricadute e nuove ripartenze. Ma una cosa non è mai venuta meno: il legame costruito con gli operatori stessi. Come se avesse sempre saputo che, su quella panchina, in quel parco o in quella strada, avrebbe trovato qualcuno disposto ad aspettarlo. Ad ascoltarlo. Senza giudicarlo e senza smettere di credere nelle sue possibilità, anche quando lui faceva più fatica a credere in se stesso. Oggi quel ragazzo ha lasciato le sostanze. E il suo sogno è diventato realtà: fa il cantante.
“Ci chiama ancora per raccontarci i suoi progetti e i suoi successi – dice Irene con un sorriso che parte dal cuore – certo, non succede sempre. Ci sono storie che non riescono a cambiare come vorremmo. Fa parte del nostro lavoro. Ma quando, dopo anni, incontri un ragazzo e capisci che quel tempo trascorso insieme ha contribuito a costruire il suo futuro, allora comprendi che ogni pomeriggio passato su una panchina aveva un senso”.