Ci sono persone che, dentro una cooperativa, finiscono per diventare qualcosa di più del proprio ruolo. Non sono soltanto presidenti, amministratori, fondatori. Diventano un modo di intendere il lavoro, le relazioni, le persone. Per Ma. Ce, cooperativa sociale associata a C.S.U. Zorzetto, questa persona è stato Don Dino Pistolato. La sua storia è legata anche a quella del Consorzio di cui è stato fondatore e poi presidente dal 1999, in una fase importante della sua crescita. Ma la sua eredità non si misura soltanto nei ruoli ricoperti. Si misura soprattutto nel segno lasciato nelle persone che hanno lavorato con lui e nelle realtà che ha contribuito a costruire. Ma. Ce è una di queste storie. Una cooperativa che nel tempo ha costruito il proprio lavoro attorno a servizi diversi: edilizia, pulizie, facchinaggio, gestione della casa per ferie, raccolta degli indumenti mantenendo però al centro una dimensione che va oltre il servizio svolto, ossia quella del lavoro come possibilità, come strumento di autonomia, come occasione per rimettere in movimento una vita.
Oggi Ma. Ce conta 35 tra soci e dipendenti. Molti arrivano da percorsi di inserimento lavorativo diversi. È dentro questa realtà che Don Dino ha lasciato il suo segno. Non soltanto come figura di riferimento, ma come presenza capace di tenere insieme la dimensione imprenditoriale e quella sociale della cooperativa. Poi, lo scorso Marzo, improvvisamente Don Dino è mancato. La sua scomparsa, in Ma. Ce, ha sconvolto tutti, soprattutto sul piano umano ed emotivo. Perché quando una persona ha attraversato così profondamente la storia di una cooperativa, la sua assenza non è semplicemente un cambiamento nei ruoli: è un vuoto che tutti devono imparare ad abitare. Dopo di lui, è stata eletta Presidente Consuelo Dei Rossi. E forse non è un caso che, in un momento in cui la cooperativa doveva trovare un nuovo equilibrio, la scelta sia caduta su una persona che Ma. Ce l’aveva conosciuta davvero da dentro. Consuelo Dei Rossi ha lavorato al fianco di Don Dino per otto anni e quando racconta il suo percorso, parla prima di tutto di un incontro che le ha cambiato la vita: “Io devo tutto a Ma. Ce perché la Cooperativa ha rappresentato una rinascita”.
È da qui, infatti, che forse bisogna partire per capire il motivo per cui, oggi, quella presidenza non venga vissuta da lei come un peso, nonostante la fatica e il momento delicato, ma come un privilegio. Consuelo non aveva mai pensato di diventare presidente. Non era quello il percorso che aveva immaginato per sé. Ciò che l’ha fatta crescere dentro Ma. Ce, non è stata l’ambizione ma qualcosa di diverso, di più profondo: l’innamoramento per quella realtà, per le persone, per il modo in cui il lavoro poteva diventare uno strumento di cambiamento.
E così ha scelto di conoscere la cooperativa partendo dalle fondamenta.
Ha voluto entrare nei diversi servizi, fare quei lavori, capire direttamente le dinamiche, vedere come si muovevano le cose. Non imparare Ma. Ce dall’alto, ma attraversarla. Conoscerla dal suo punto più concreto, quello in cui il lavoro accade.
È arrivata in alto partendo dal basso, ma quel basso non ha nulla a che vedere con una gerarchia di valore. Significa piuttosto partire da ciò che tiene in piedi una casa prima ancora di occuparsi di come deve essere governata.
Forse è anche per questo che oggi la Presidente sente così fortemente il bisogno di raccogliere ciò che Don Dino ha lasciato. “Voglio portare avanti tutti gli insegnamenti che Don Dino mi ha dato, soprattutto il rispetto della persona e il senso della cooperatività, a tutti i livelli della gestione della cooperativa”. Sono parole, queste, che raccontano una continuità, ma non necessariamente una conservazione. Perché portare avanti un insegnamento significa anche misurarlo con il presente.
Accanto alla Presidente c’è anche un’altra donna, pilastro di Ma. Ce, Lorena Miatto, consigliera d’amministrazione e impiegata amministrativa. È in cooperativa da 33 anni, fin dagli inizi, e rappresenta una memoria concreta della cooperativa e del tempo trascorso con Don Dino. Una fotografia delle due insieme racconta allora qualcosa che va oltre loro stesse: da una parte le origini, dall’altra l’evoluzione. È forse questa la parte più interessante del passaggio di Consuelo: non il fatto che una donna sia diventata Presidente dopo la morte di un uomo che aveva rappresentato così tanto per la cooperativa, ma il modo in cui è arrivata a quel ruolo. Non per successione. Non per ambizione. Ma per appartenenza. “Io non avevo mai pensato di diventare presidente – racconta -è successo. E oggi sento che questo è anche il mio modo di restituire qualcosa a Ma. Ce». Perché Ma. Ce, prima ancora di diventare una responsabilità da amministrare, per lei è stata una possibilità ricevuta. Un’opportunità di crescita personale che oggi si trasforma nella volontà di restituire. La fase che la cooperativa sta vivendo è ancora una fase di assestamento.
La morte di Don Dino ha prodotto soprattutto un’instabilità emotiva, più che strutturale. Il lavoro è continuato, i servizi hanno continuato a funzionare, le persone hanno continuato a fare la propria parte. Ma dentro quella continuità è rimasto il bisogno di elaborare un’assenza.
La Presidente non nasconde questa fase, ma allo stesso tempo non sembra volerla trasformare in una parentesi da attraversare tornando poi semplicemente a ciò che c’era prima. È aperta alle nuove visioni, alle nuove sfide, a quello che Ma. Ce potrà diventare. Ed è forse qui che il titolo trova il suo senso: ciò che resta e ciò che nasce.
Resta Don Dino, con il suo modo di intendere la persona, il lavoro e la cooperazione. Restano le persone che hanno costruito Ma. Ce, come Lorena.
Resta una storia che non può essere sostituita né replicata. Ma nasce anche qualcosa di nuovo. Una presidente che quella presidenza non aveva mai cercato. Una visione che si è formata lentamente, dentro i servizi e dentro il lavoro. Perché una cooperativa non è mai soltanto quella persona che l’ha fondata o guidata per anni. È ciò che quella persona riesce a lasciare negli altri. E probabilmente il modo più autentico di continuare una storia non è cercare di essere all’altezza di chi ci ha preceduto.
Ma far sì che ciò che ci ha insegnato continui a generare qualcosa che ancora non esiste.