Nel 1985, a Campalto, si aprì una porta per accogliere persone finite nella tossicodipendenza, in un tempo in cui il problema era spesso accompagnato dal silenzio, dalla vergogna e dall’isolamento delle famiglie. A volerla fu don Franco De Pieri, convinto che anche chi sembrava aver perso ogni possibilità dovesse poter trovare un luogo da cui ricominciare. Da quella scelta nacque il Centro di Solidarietà Don Lorenzo Milani, la cui esperienza continua oggi attraverso una rete di attività e strutture impegnate nell’inclusione e nel contrasto al disagio. A quarant’anni dalla nascita del Centro, la Fondazione di Solidarietà Don Franco De Pieri ETS apre le porte alla città con una mostra interattiva, in programma dal 20 al 24 ottobre nel Chiostro dell’M9 District di Mestre. L’iniziativa ripercorre la storia del Centro e invita a riflettere sulle sfide di oggi, con un’opera collettiva realizzata insieme allo street artist Mister Clay e una tavola rotonda dedicata alle nuove dipendenze e al mondo giovanile. In quarant’anni sono passate dal Centro oltre 10.000 persone. Un numero che restituisce la dimensione dell’esperienza, ma non basta a raccontarla: dietro ogni percorso ci sono relazioni da ricostruire, famiglie da accompagnare e possibilità da rimettere in movimento. È anche su questa eredità che si innesta il lavoro delle cooperative CO.GE.S. don Lorenzo Milani e Labor, associate al Consorzio C.S.U. Zorzetto, impegnate in una rete di servizi che nel tempo ha ampliato il proprio raggio d’azione.
Le dipendenze cambiano, il bisogno di essere riconosciuti resta
Quarant’anni fa la tossicodipendenza aveva forme più riconoscibili, anche se spesso veniva affrontata quando la situazione era già precipitata. Oggi il quadro è più complesso. Accanto alle dipendenze legate alle sostanze, emergono comportamenti problematici connessi anche al rapporto con gli schermi e agli ambienti digitali, capaci di raggiungere i ragazzi nei luoghi più quotidiani, persino nelle loro stanze. Non sempre il disagio è immediatamente visibile. Può manifestarsi attraverso l’isolamento, la difficoltà a mantenere relazioni o la perdita di interesse per ciò che accade fuori. Intercettarlo richiede attenzione, ascolto e la capacità di andare oltre il comportamento, per comprendere la situazione della persona e il contesto in cui vive. È qui che il lavoro sociale assume un ruolo che va oltre la presa in carico di una difficoltà già evidente. Prevenire significa anche creare occasioni di incontro, contesti in cui chiedere aiuto non sia motivo di vergogna e relazioni nelle quali ragazze e ragazzi possano trovare adulti capaci di accorgersi dei loro bisogni. Non si tratta soltanto di informare sui rischi, ma di costruire condizioni perché il disagio possa emergere prima di diventare più difficile da affrontare.
Una rete di risposte, oltre la singola struttura
L’esperienza avviata da don Franco non si è fermata alla prima casa di accoglienza. Nel tempo, le attività si sono estese all’inclusione, all’immigrazione, all’inserimento lavorativo e al benessere dei giovani. Oggi, nell’area metropolitana, le cooperative CO.GE.S. don Lorenzo Milani e Labor operano in sette strutture, oltre alla sede di Viale San Marco e alla struttura di Ca’ Noghera, di proprietà. Questa evoluzione riflette una caratteristica centrale del lavoro sociale: le difficoltà raramente si presentano isolate. Una dipendenza può intrecciarsi con problemi familiari, precarietà lavorativa, solitudine o mancanza di prospettive. Per questo le risposte devono poter mettere in relazione competenze diverse e accompagnare la persona nei differenti aspetti della sua vita, evitando che i servizi restino interventi separati. Don Franco aveva creduto nell’importanza di questa collaborazione, anche con le istituzioni. Lo testimonia il rapporto con il Comune di Venezia, che ha affidato al Centro il Forte Rossarol in comodato d’uso per trent’anni, favorendo lo sviluppo delle attività. La collaborazione tra soggetti diversi non è soltanto una questione organizzativa: è una condizione per dare continuità ai percorsi e costruire risposte che nessuna realtà potrebbe garantire da sola.
Nel 2024 il Centro si è trasformato nella Fondazione di Solidarietà Don Franco De Pieri ETS, che ha ereditato gli immobili e la responsabilità di proseguire le attività attraverso le cooperative, mantenendo viva l’attenzione sul disagio e sulle dipendenze vecchie e nuove. Tra le iniziative avviate ci sono un progetto triennale con l’Università di Padova, che prevede tre borse di studio all’anno, e il Premio Don Franco De Pieri, che dal prossimo anno sarà assegnato a un’associazione della provincia di Venezia distintasi per un progetto di particolare valore sociale.
Una storia da comporre insieme
Anche la mostra scelta per celebrare i quarant’anni mette al centro la partecipazione. I visitatori non saranno soltanto spettatori: sul retro dei pannelli potranno contribuire a un’opera collettiva insieme allo street artist Mister Clay, che disegnerà i suoi personaggi, “Gli Allucinati”, da colorare con il pubblico. Al termine, i pannelli saranno ricomposti in un’unica opera di dieci metri per due.
L’idea è che ciascuno possa lasciare il proprio contributo a un lavoro comune. Un’immagine che richiama il percorso costruito in questi decenni: una storia fatta di persone, professionalità, famiglie, istituzioni e realtà sociali che hanno partecipato, ciascuna con un ruolo diverso.
Ricordare don Franco non significa soltanto ripercorrere ciò che è stato fatto. Significa anche misurarsi con le forme che il disagio assume oggi e chiedersi quali strumenti servano per affrontarlo. Le risposte hanno bisogno di relazioni stabili, di servizi capaci di collaborare e di un territorio che riconosca il valore dell’inclusione. Quarant’anni dopo, la porta aperta a Campalto resta il segno concreto di una scelta: non definire una persona a partire dalla sua difficoltà, ma continuare a cercare con lei una possibilità di ripartenza.