Per molto tempo il Terzo settore è stato raccontato soprattutto attraverso ciò che fa per le persone: i servizi, l’assistenza, il volontariato, l’inclusione, il sostegno alle fragilità. Un mondo considerato fondamentale per la tenuta delle comunità, ma spesso raccontato come qualcosa di distinto dai grandi processi economici e produttivi del Paese. Oggi questa separazione appare sempre meno adeguata. Le cooperative sociali, le imprese sociali, le associazioni e le altre realtà dell’economia sociale non si limitano infatti a rispondere ai bisogni. Producono lavoro, organizzano servizi, sviluppano competenze, costruiscono percorsi di inclusione, collaborano con le amministrazioni, intervengono nei territori e sperimentano nuove forme di risposta ai cambiamenti della società.

È anche a partire da questa consapevolezza che l’economia sociale è entrata con maggiore forza nell’agenda politica europea e nazionale. Il passaggio più recente riguarda l’Italia. Il 2 luglio 2026 il Consiglio dei ministri ha esaminato il primo Piano d’azione nazionale, elaborato in attuazione della Raccomandazione del Consiglio dell’Unione Europea del 27 novembre 2023 sullo sviluppo delle condizioni quadro dell’economia sociale. Il Piano definisce il perimetro dei soggetti riconducibili all’economia sociale nell’ordinamento italiano, tra cui il Terzo settore, la cooperazione, lo sport dilettantistico e gli enti religiosi, e individua le politiche pubbliche volte a promuoverne lo sviluppo. Tra gli ambiti indicati ci sono la disciplina degli aiuti di Stato, la fiscalità, l’accesso alla finanza, la valorizzazione del patrimonio immobiliare e il ruolo dell’economia sociale nelle politiche di coesione e nelle politiche attive del lavoro. Il documento ha una durata decennale, con una revisione di medio termine dopo i primi cinque anni.  È però importante chiarire lo stato del percorso: il Piano non introduce di per sé nuove misure immediatamente operative. Il passaggio del luglio 2026 rappresenta l’esame da parte del Consiglio dei ministri di una cornice strategica dalla quale dovranno discendere i successivi strumenti e interventi attuativi. È un passaggio che segna quindi un riconoscimento più esplicito del ruolo economico e sociale di questo mondo e del contributo che può offrire allo sviluppo del Paese. È proprio nella capacità di tenere insieme queste due dimensioni che sta una delle caratteristiche più interessanti dell’economia sociale: attività economica e finalità sociale non vengono considerate come due mondi separati, ma come parti dello stesso percorso. C’è poi un altro elemento che contribuisce a spiegare perché il ruolo del Terzo settore stia cambiando: il rapporto con le istituzioni. Per molto tempo le organizzazioni sociali sono state chiamate soprattutto a gestire servizi e interventi già definiti. Oggi si fa sempre più strada un modello nel quale la loro conoscenza dei bisogni, la capacità progettuale e la presenza nei territori possono contribuire anche alla costruzione delle risposte. È una direzione coerente con la stessa impostazione europea. La Raccomandazione del 2023 invita gli Stati membri a creare condizioni favorevoli allo sviluppo dell’economia sociale, anche attraverso l’accesso ai finanziamenti, ai mercati e agli appalti pubblici, un contesto fiscale adeguato e il sostegno all’inclusione lavorativa, allo sviluppo delle competenze e all’innovazione sociale. Il tema, quindi, non riguarda soltanto chi eroga un servizio, ma anche chi partecipa alla lettura di un bisogno e alla costruzione della risposta. È un passaggio particolarmente importante in una fase nella quale stanno cambiando contemporaneamente la struttura demografica del Paese, il mercato del lavoro, i bisogni di cura e le forme della povertà. Di fronte a trasformazioni di questa portata, la collaborazione tra istituzioni e organizzazioni sociali può diventare una componente sempre più rilevante delle politiche territoriali.

“Credo che il primo elemento da sottolineare, parlando del nuovo Piano nazionale per l’economia sociale – spiega il Direttore di C.S.U Zorzetto, Lorenzo Montagni – sia proprio il riconoscimento del ruolo che il Terzo settore può avere nella programmazione e nella progettazione delle risposte ai bisogni dei territori. Per noi non è un principio astratto. È qualcosa che sperimentiamo nel lavoro quotidiano. Quando ci occupiamo di un servizio non partiamo soltanto dalla sua gestione, ma dalla necessità di capire il contesto, leggere i bisogni, confrontarci con le istituzioni e costruire una risposta che sia realmente adeguata. È una prospettiva che, a nostro avviso, cambia anche il modo di considerare il Terzo settore. Non più soltanto come soggetto a cui affidare una prestazione, ma come interlocutore capace di portare competenze, conoscenza dei territori ed esperienza diretta dentro la costruzione delle politiche sociali. Ma qui si apre un altro scenario che per noi è fondamentale: se chiediamo al Terzo settore di essere protagonista nella costruzione delle risposte, dobbiamo anche creare le condizioni perché possa farlo bene. E questo significa riconoscere il valore della qualità. Nei servizi, infatti, il costo è certamente un elemento da considerare, perché ogni organizzazione deve essere sostenibile. Ma il costo da solo non può raccontare un servizio. La qualità comprende la professionalità delle persone, la continuità, la formazione, la capacità di innovare, l’inclusione, la conoscenza del territorio e la capacità di costruire relazioni e strategie. In questo senso, sostenibilità economica e valore sociale non sono due obiettivi diversi. Una cooperativa deve essere economicamente solida per poter investire, formare, innovare e garantire continuità. Ma il risultato del suo lavoro non si esaurisce nel bilancio: si misura anche nelle opportunità che crea. È questa, per noi, l’idea di economia sociale:  un settore parte della comunità che contribuisce a leggere i cambiamenti, a progettare risposte e a costruire sviluppo mettendo insieme sostenibilità economica e responsabilità sociale.” È proprio qui che si misura la fase che si apre adesso. Il Piano individua ambiti importanti: finanza, fiscalità, lavoro, patrimonio, coesione, aiuti di Stato. Ma il riconoscimento istituzionale, da solo, non modifica le condizioni nelle quali le cooperative e le altre organizzazioni sociali lavorano ogni giorno. Le misure e gli indirizzi contenuti nella strategia dovranno infatti tradursi nei successivi strumenti normativi e attuativi. Secondo i dati riportati dalle istituzioni europee, l’economia sociale conta circa 13,6 milioni di occupati nell’Unione Europea, a conferma di una dimensione tutt’altro che marginale.

Non è dunque un mondo marginale, ma una realtà chiamata a tenere insieme due parole che per molto tempo sono state considerate lontane: sviluppo e persone.

Ed è proprio questa la sfida che il Piano nazionale porta con sé: fare in modo che il sociale non sia semplicemente ciò che interviene dopo che l’economia ha prodotto i suoi effetti, ma diventi una delle dimensioni attraverso cui decidere che tipo di economia, di lavoro e di comunità vogliamo costruire.