La sera, le piazze si riempiono. Gruppi di ragazzi si ritrovano tra panchine, fermate dell’autobus, spazi senza una funzione precisa. Non sempre succede qualcosa. Ma spesso si percepisce una tensione sottile, difficile da definire. Non è ancora violenza, non è ancora criminalità. È qualcosa che sta prima. Il disagio giovanile si manifesta sempre più spesso in forme nuove: episodi di vandalismo, piccoli atti aggressivi, conflitti tra gruppi, comportamenti esibiti e amplificati sui social. Negli ultimi anni si è allargata questa zona grigia del disagio: ragazzi che non sono dentro percorsi problematici conclamati, ma nemmeno dentro contesti educativi forti. Sarebbe un errore, però, leggere il fenomeno solo come un problema di sicurezza. Perché dietro questi comportamenti c’è spesso qualcosa di più profondo: una difficoltà a trovare un posto, un senso, una direzione. Nella maggior parte dei casi questo disagio nasce da un vuoto. Un vuoto di relazioni significative, di opportunità, di prospettive. E allora la domanda cambia: non più “come reprimere il fenomeno?”, ma “dove e come intercettiamo questi ragazzi prima?”. Nel territorio della provincia di Venezia esistono delle realtà, sia nelle amministrazioni che nel mondo cooperativistico, che hanno provato a dare una risposta. Il disagio giovanile, in fondo, non è un problema da contenere. È un segnale da leggere. Si tratta di aiutare una generazione a trovare il proprio posto, perchè se non viene intercettata, rischia di cercarlo nei modi più sbagliati.

Dal tema all’azione:

Intercettare prima, accompagnare dopo: Co.Ge.S Don Milani, consorziata a C.S.U Zorzetto, ci prova da 20 anni. Proprio in questa direzione, infatti, si muove l’attività dell’Area Giovani e Promozione del Benessere della cooperativa, che negli anni ha costruito un modello di intervento capace di tenere insieme prevenzione, relazione e opportunità.  “Al centro c’è un’idea semplice ma decisiva- spiega Tiziana Venturini, referente dell’Area -non aspettare che il disagio diventi emergenza. E’ necessario intercettarlo prima, nei luoghi della quotidianità, nei momenti informali, nei passaggi più fragili della crescita. Queste fragilità si manifestano spesso in modo intermittente e difficile da definire, la risposta quindi non può essere univoca né standardizzata. Deve essere flessibile, accessibile e capace di adattarsi ai tempi e ai modi dei ragazzi. La vera sfida è arrivare prima: creare contesti accessibili in cui i ragazzi possano essere intercettati quando il disagio è ancora un segnale, non quando è già diventato emergenza”. Questo approccio si traduce in un sistema articolato di interventi che non separa, ma integra. Un vero e proprio network educativo che lavora su tre livelli tra loro connessi: la prossimità, la cura educativa e i percorsi di autonomia. La prossimità significa esserci, nei luoghi frequentati dai giovani, anche quando non fanno richiesta esplicita di aiuto. È il lavoro dell’educatore di strada, delle attività a bassa soglia, dei contesti informali in cui si costruiscono relazioni autentiche. La cura educativa, invece, entra in gioco quando quella relazione diventa uno spazio di fiducia: qui trovano posto il counselling, i punti di ascolto, i laboratori, le attività di gruppo. Non interventi “riparativi”, ma occasioni per conoscersi, nominare le emozioni, sviluppare competenze personali e relazionali.

Infine, i percorsi di autonomia che accompagnano i giovani nella costruzione del proprio futuro: orientamento scolastico e lavorativo, sviluppo di competenze trasversali, prime esperienze concrete. Un passaggio fondamentale per trasformare il disagio in possibilità. Questa struttura permette di rispondere in modo modulare ai bisogni, offrendo più accessi possibili: si può entrare per socializzare e scoprire, nel tempo, altri percorsi più strutturati. Uno spazio non etichettante, dove non è necessario “avere un problema” per partecipare. A questi percorsi si affiancano interventi specifici di prevenzione dei comportamenti a rischio e delle dipendenze, ma anche percorsi strutturati di orientamento e accompagnamento alle prime esperienze lavorative.

Particolare attenzione è dedicata anche al mondo della scuola, con progetti mirati al contrasto della dispersione e della disaffezione scolastica, attività nelle classi, percorsi di riorientamento e mentoring, punti di ascolto per studenti, insegnanti e famiglie. L’elemento chiave, infatti, è il lavoro di rete. Nessun intervento è efficace se resta isolato. Per questo le attività si sviluppano in connessione con istituzioni, scuole, famiglie, servizi e realtà del territorio, costruendo una lettura condivisa dei bisogni e risposte più coordinate. In questo quadro, anche il tema della salute mentale assume una prospettiva diversa. L’aumento delle richieste di supporto psicologico da parte dei giovani non viene letto solo come segnale di fragilità, ma come espressione di una maggiore consapevolezza. Chiedere aiuto diventa parte del percorso di crescita, non un’eccezione.

Per questo motivo, gli interventi non partono dal sintomo ma dalla persona. Non si tratta di “aggiustare” ciò che non funziona, ma di creare contesti in cui i ragazzi possano stare, sperimentarsi, costruire il proprio equilibrio. La sfida, allora, è abbassare la soglia di accesso: rendere questi spazi sempre più diffusi, visibili e facilmente raggiungibili. Perché quando i giovani arrivano ai servizi solo dopo un episodio critico, spesso si è già in ritardo.

In fondo, il passaggio dal tema all’azione si gioca tutto qui: non costruire risposte quando il problema esplode, ma creare condizioni perché possa non esplodere affatto.