Una città non si rigenera semplicemente perché cambia il volto dei suoi edifici. Si rigenera quando cambia la capacità di rispondere alle persone che la abitano.
È questo, in fondo, il filo che ha attraversato il primo appuntamento de La Finestra di C.S.U, dedicato alla rigenerazione con la presenza di Gaetano Sateriale. Un confronto partito dalle sue esperienze e dai suoi libri, ma che presto ha superato quei confini per entrare dentro una domanda molto concreta: come si costruisce una città capace di cambiare insieme alle persone che la abitano?
La risposta proposta da Sateriale parte da un rovesciamento di prospettiva. Non sono le città, gli edifici, le infrastrutture a dover indicare prima di tutto la direzione. Sono i bisogni della comunità a dover guidare le scelte. È la demografia a cambiare, cambiano le famiglie, cambiano le condizioni di lavoro, aumentano alcune fragilità, cambiano le forme dell’abitare. E se la società cambia, anche la città deve sapersi trasformare. Non è un ragionamento astratto. È già scritto nei numeri della popolazione italiana. Al 1° gennaio 2026 le persone con almeno 65 anni sono 14,8 milioni, il 25,1% della popolazione, mentre gli over 85 sono arrivati a 2,5 milioni. In dieci anni gli over 65 sono aumentati dell’11,3%, mentre la popolazione tra 0 e 14 anni è diminuita del 16,7%.
Sono cifre che raccontano molto più di un invecchiamento demografico. Raccontano una città che deve imparare a essere diversa. Perché una popolazione più anziana significa anche una domanda diversa di servizi, mobilità, assistenza, prossimità, accessibilità, relazioni. Significa interrogarsi su come sono fatti i quartieri, sulla distanza dai servizi essenziali, sulla possibilità di muoversi, sulla qualità degli spazi pubblici, ma anche su come evitare che una casa diventi un luogo di isolamento.
L’Istat fotografa bene questa trasformazione: nel 2023 quasi 6,9 milioni di famiglie italiane erano composte esclusivamente da persone di 65 anni e più, il 25,9% del totale. Le persone sole di almeno 75 anni erano circa 2,7 milioni, il 10% di tutte le famiglie.
E qui la questione dell’abitare smette di essere soltanto una questione edilizia. Perché adattare una città a una popolazione che invecchia non significa soltanto aumentare le risposte sanitarie: significa ripensare la possibilità stessa di viverla. Significa intervenire sulla mobilità, sui servizi di prossimità, sugli spazi di relazione, sulla possibilità di continuare a vivere il proprio quartiere senza perdere autonomia. Se cambiano le famiglie, cambiano le necessità abitative. Se aumentano le persone sole, aumenta anche il bisogno di luoghi capaci di produrre relazione. Se cambiano le forme del lavoro, deve cambiare anche il modo in cui la città organizza servizi e tempi di vita.
È quello che Sateriale, già nel lavoro sviluppato con Nuove Ri-Generazioni, sintetizzava nella necessità di ripensare il rapporto tra abitazioni, servizi sociali, spazi verdi, spazi di relazione e istituzioni, dentro una logica insieme ambientale, sociale ed economica.
Da qui il discorso si allarga. Perché se la rigenerazione deve partire dai bisogni reali, allora non può essere soltanto una questione tecnica. Diventa una questione politica e, prima ancora, democratica.
Durante l’incontro Sateriale ha insistito sulla necessità che la politica torni ad ascoltare i cittadini, non soltanto attraverso le procedure formali della rappresentanza, ma recuperando una relazione reale con le comunità. Il tema della partecipazione, del resto, è presente anche nelle sue riflessioni pubblicate negli anni: la trasformazione della città richiede processi decisionali aperti e partecipati, capaci di mettere in relazione istituzioni e cittadini.
Ed è qui che entra anche il tema del bene comune. Governare una città non significa rispondere alla somma delle richieste individuali. Significa riuscire a leggere quelle richieste, riconoscere i bisogni che diventano collettivi e costruire risposte capaci di tenere insieme interessi diversi. È una responsabilità che riguarda le istituzioni, ma che non può essere esercitata senza una comunità disposta a partecipare. In questa prospettiva, ascoltare non significa semplicemente chiedere alle persone che cosa vogliono. Significa capire che cosa sta cambiando nella società prima ancora di decidere come trasformare i luoghi. E questo vale anche per il lavoro. Per Sateriale, il lavoro non è una variabile separata dalla rigenerazione urbana. È parte della possibilità stessa di costruire comunità, autonomia e dignità. Non basta quindi creare occupazione: occorre interrogarsi sulla qualità del lavoro, sulla sua stabilità, sulla sua capacità di produrre autonomia e di rispondere ai bisogni del territorio.
Dal lavoro alle politiche pubbliche, il punto resta però lo stesso: trasformare i principi in scelte concrete. C’è quindi un’altra questione che durante l’incontro ha riportato il ragionamento dalla teoria alle scelte concrete: che cosa abbiamo fatto delle grandi occasioni di trasformazione che abbiamo avuto davanti negli ultimi anni?
Il riferimento è stato all’Agenda 2030 e al PNRR. Due strumenti diversi, ma accomunati dalla possibilità di orientare politiche e investimenti verso una trasformazione più profonda del nostro modello di sviluppo. L’Agenda 2030, adottata dalle Nazioni Unite nel 2015, indica 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile da raggiungere entro il 2030. Eppure, secondo l’ASviS, l’Italia non è sulla traiettoria necessaria: nel Rapporto 2025 gli indicatori mostrano arretramenti rispetto al 2010 per sei Obiettivi, stabilità per quattro e miglioramenti limitati per altri sei.
Il PNRR, invece, è stato uno straordinario concentrato di risorse e di possibilità di intervento. Proprio per questo, nella lettura proposta da Sateriale, il punto non era soltanto chiedersi quanto abbiamo speso o quanti progetti abbiamo realizzato, ma se siamo riusciti a utilizzare quelle risorse per cambiare davvero il modo in cui immaginiamo e trasformiamo i territori.
La sua risposta è stata sostanzialmente quella di un’occasione che, almeno in parte, rischia di essere stata mancata: troppo spesso si è cercato dentro il PNRR il finanziamento per progetti che le amministrazioni avevano già in mente, invece di utilizzare quelle risorse per interrogarsi su ciò che sarebbe stato necessario cambiare davvero. È una differenza tutt’altro che marginale. Perché una politica pubblica può limitarsi a finanziare ciò che già conosce oppure può utilizzare una disponibilità straordinaria di risorse per mettere in discussione le proprie priorità. Nel primo caso si realizzano opere; nel secondo si prova a costruire una direzione.
E forse è proprio qui che si misura la qualità di una politica: nella capacità di non confondere la scadenza di un programma con la fine del cambiamento che quel programma avrebbe dovuto contribuire a generare. Alla fine, dunque, la rigenerazione sembra avere poco a che fare con l’idea di riportare qualcosa semplicemente a una condizione precedente.
Ecco perché la rigenerazione, nel percorso aperto da La Finestra di CSU, diventa qualcosa di molto più grande della trasformazione fisica di un luogo. Diventa un modo per leggere la società attraverso i suoi bisogni e per chiedersi se le città che abbiamo costruito siano ancora capaci di rispondere alle persone che le abitano.
Forse è proprio da qui che bisogna ripartire: non dalle cose che vogliamo aggiungere alla città, ma dalle persone che già ci vivono. E dalle domande che la loro vita, ogni giorno, ci sta ponendo.