Le dipendenze non hanno un solo volto. A volte si manifestano in modo evidente, altre si insinuano silenziosamente nella quotidianità, fino a condizionare le relazioni, le abitudini e la vita delle persone. Accanto al consumo di sostanze, oggi l’attenzione si concentra sempre più anche sui comportamenti legati al gioco d’azzardo e all’uso delle tecnologie digitali, soprattutto quando diventa difficile stabilire un limite e riprendere il controllo. Dietro questi comportamenti, però, non ci sono soltanto numeri o situazioni da affrontare: ci sono persone, fragilità e storie che non sempre riescono a trovare le parole per chiedere aiuto. È in questo scenario, e nel percorso di riflessione avviato in occasione dei quarant’anni della Fondazione Don Franco De Pieri, che si inserisce l’esperienza di Co.ge.s. don Lorenzo Milani e della cooperativa sociale Labor, associate a C.S.U. Zorzetto. Due realtà della cooperazione sociale veneziana che, attraverso ambiti di intervento differenti, lavorano ogni giorno per rispondere ai bisogni delle persone e delle comunità, confrontandosi con una realtà in continua evoluzione.

Oltre le sostanze

Le dimensioni del fenomeno emergono anche dai dati nazionali. La Relazione al Parlamento sul fenomeno delle tossicodipendenze in Italia del 2025, conferma quanto il consumo di sostanze tra i giovani rappresenti una questione sempre più rilevante. A rendere il quadro ancora più complesso sono la diversificazione delle sostanze disponibili e la diffusione di nuove sostanze psicoattive, che pongono sfide ulteriori alla prevenzione e ai servizi sanitari. C’è un aspetto, in particolare, che richiama l’urgenza di guardare a ciò che accade durante l’adolescenza: l’età in cui si incontrano per la prima volta determinati comportamenti. È spesso in questa fase della vita che si costruiscono abitudini, si sperimentano i propri limiti e si attraversano momenti di vulnerabilità che, se non riconosciuti, possono lasciare conseguenze anche negli anni successivi. La sorveglianza HBSC Italia dell’Istituto Superiore di Sanità, dedicata agli adolescenti tra gli 11 e i 17 anni, mostra quanto il consumo di alcol sia diffuso nelle fasce d’età più grandi: riguarda il 52,1% dei quindicenni e il 72,2% dei diciassettenni. Lo stesso rapporto rileva che il 14,7% dei ragazzi di 15 e 17 anni dichiara di aver consumato sostanze stupefacenti. Numeri che non possono essere letti soltanto come indicatori statistici. Richiamano la necessità di esserci, di arrivare ai ragazzi quando le difficoltà sono ancora affrontabili e di costruire occasioni di ascolto prima che un comportamento a rischio si trasformi in un problema più difficile da gestire. Accanto alle sostanze, cresce l’attenzione verso i comportamenti problematici legati al mondo digitale. Un’indagine nazionale condotta su oltre 18 mila studenti tra gli 11 e i 17 anni ha rilevato che il 17,3% dei ragazzi tra gli 11 e i 13 anni e il 17,9% di quelli tra i 14 e i 17 anni presenta almeno uno dei comportamenti a rischio analizzati, relativi all’uso problematico dei social media, al gaming e al gioco d’azzardo. Questi risultati non indicano necessariamente una dipendenza diagnosticata, ma segnalano situazioni che meritano attenzione e che non possono essere ignorate. I social network sono ormai parte integrante della vita dei più giovani: consentono di comunicare, coltivare relazioni, condividere esperienze e trovare spazi di espressione. Ma proprio ciò che accompagna ogni giorno la loro vita può, in alcune situazioni, diventare difficile da gestire. Il tempo trascorso online può sottrarre spazio al sonno, allo studio e ai rapporti personali, fino a compromettere un equilibrio che, soprattutto durante la crescita, è ancora in costruzione. Anche il gaming e il gioco d’azzardo possono assumere una dimensione problematica, con ripercussioni sul benessere psicologico e sulla vita familiare e sociale. Fenomeni diversi, che non devono essere confusi né considerati automaticamente equivalenti, ma che pongono una domanda comune: quando un comportamento smette di essere una semplice abitudine e comincia a limitare la libertà di una persona o peggio ancora a modificare i comportamenti sani diventando dipendenza? È proprio in quel passaggio, spesso difficile da riconoscere dall’esterno, che diventa fondamentale saper cogliere i segnali. Perché intervenire tempestivamente significa anche evitare che una difficoltà rimanga nascosta, si consolidi e finisca per compromettere sempre più la quotidianità.

La risposta dei servizi

Non esistono percorsi uguali per tutti, così come non esistono storie che possano essere comprese fermandosi alla sola manifestazione del problema. Ogni situazione richiede competenze professionali, risposte adeguate e la capacità di costruire un percorso attorno alla persona, mettendo in relazione servizi e territorio. È in questo spazio, tra la necessità di intervenire e quella di comprendere, che assume particolare valore il lavoro di chi incontra quotidianamente i giovani nei loro luoghi di vita. Angelo Benvegnù, presidente di Co.ge.s. don Lorenzo Milani e vicepresidente di C.S.U., ha raccontato il lavoro degli operatori a contatto con i ragazzi in difficoltà. Descrivendo il ruolo degli educatori di strada, ha spiegato: “Siamo punti intermedi tra l’emergenza e i servizi, il nostro ruolo è stare lì, fare domande, molto più spesso semplicemente ascoltare”. Parole semplici, ma capaci di restituire il senso di un lavoro che spesso si svolge lontano dai riflettori. Un lavoro fatto di presenze, incontri e dialoghi, in cui la prima risposta non è necessariamente una soluzione immediata, ma la disponibilità a fermarsi, ad ascoltare e a costruire un rapporto di fiducia. Perché non sempre chi sta vivendo una difficoltà riesce a riconoscerla o a chiedere aiuto. E, talvolta, prima di poter affrontare un problema, è necessario trovare qualcuno disposto ad accoglierlo senza giudizio. È anche da questa vicinanza che passa la possibilità di intercettare il disagio prima che diventi un’emergenza. Un approccio che, nel corso degli anni, ha dovuto confrontarsi con trasformazioni profonde, come sottolinea lo stesso Benvegnù: “In questi quarant’anni – prosegue Benvegnù – è cambiato profondamente il modo in cui si manifestano le dipendenze. Oggi il disagio può assumere forme diverse e non sempre è immediatamente riconoscibile. Per questo è fondamentale riuscire a incontrare i ragazzi prima che la situazione diventi un’emergenza, offrendo loro spazi in cui possano sentirsi ascoltati, senza essere giudicati. Non possiamo limitarci a intervenire quando il problema è già evidente: dobbiamo imparare a riconoscere i segnali, comprendere che cosa c’è dietro un comportamento e costruire risposte insieme alle famiglie, ai servizi e al territorio”.  Non basta, quindi, aspettare che la difficoltà diventi evidente: occorre imparare a vederla anche quando si nasconde dietro il silenzio, l’isolamento o comportamenti che, a un primo sguardo, potrebbero sembrare soltanto una fase passeggera. I dati nazionali mostrano che l’iniziazione al consumo di sostanze avviene spesso durante l’adolescenza, mentre tra le persone seguite dai servizi per le dipendenze ci sono anche adulti e persone più anziane. Dietro il fenomeno convivono, quindi, bisogni differenti: da una parte la necessità di intercettare precocemente i comportamenti a rischio, dall’altra quella di garantire continuità assistenziale a chi convive con una dipendenza da molti anni. La prevenzione, in questo quadro, non può ridursi alla semplice trasmissione di informazioni sui rischi. Conoscere i pericoli è importante, ma non sempre basta. Per le realtà della cooperazione sociale, confrontarsi con questi cambiamenti significa continuare a osservare il territorio, riconoscere i bisogni che emergono e lavorare insieme agli altri soggetti coinvolti nella prevenzione e nella cura. L’esperienza maturata nel tempo rappresenta un patrimonio prezioso, ma non può diventare un punto d’arrivo: deve restare una risorsa viva, capace di evolversi insieme alle persone e alle sfide che la società porta con sé. Perché cambiano le forme del disagio, cambiano i contesti in cui si manifesta, ma resta centrale la necessità di incontrare le persone prima che la loro difficoltà diventi invisibile agli altri e insostenibile per loro stesse. Le dipendenze rappresentano una sfida che riguarda non soltanto chi ne è direttamente coinvolto, ma l’intera comunità. È questa consapevolezza a rendere fondamentale il contributo delle realtà sociali: costruire occasioni di ascolto, accompagnare le persone nei percorsi di cura e favorire il collegamento tra servizi, famiglie e territorio. Comprendere le dipendenze significa, in definitiva, andare oltre ciò che appare e provare a cogliere ciò che spesso rimane nascosto.

È da questa capacità di guardare oltre il problema, senza perdere di vista la persona, che possono nascere interventi più efficaci e risposte più vicine ai bisogni reali. Affrontare le dipendenze non vuol dire soltanto intervenire quando qualcosa si è spezzato, ma lavorare affinché nessuno debba arrivare al punto di sentirsi senza alternative.