Oltre il carcere: la vera sfida del reinserimento

Nel dibattito sul sistema penitenziario italiano, il tema del lavoro in carcere tocca una delle questioni più profonde e meno visibili della società: la possibilità, per una persona, di avere davvero una seconda chance. Parlare di inserimento lavorativo in questo contesto, non significa infatti affrontare soltanto il tema dell’occupazione, ma anche quello della dignità, del reinserimento sociale e dell’opportunità concreta di costruire un’alternativa alla marginalità.

Dietro le mura del carcere convivono storie segnate da fragilità, dipendenze, disagio psicologico, povertà educativa e assenza di relazioni stabili. In questo scenario, il lavoro può diventare molto più di un’attività quotidiana: può rappresentare un primo contatto con regole, responsabilità, relazioni sane e fiducia reciproca.

È in questo ambito che opera Rio Terà dei Pensieri, cooperativa aderente al Consorzio C.S.U. Zorzetto, attiva all’interno del sistema penitenziario veneziano. La cooperativa lavora nella Casa Circondariale maschile di Santa Maria Maggiore, nella Casa di Reclusione femminile della Giudecca e nell’area penale esterna, coinvolgendo detenuti e detenute in percorsi formativi e professionali affiancati da operatori e volontari. Dai laboratori di serigrafia, cosmetica, creazione di borse e accessori con materiale recuperato, fino all’Orto biologico delle Meraviglie e ai servizi ambientali, l’obiettivo resta lo stesso: restituire alle persone strumenti concreti per immaginare un futuro diverso. Ma dietro ai percorsi lavorativi costruiti dentro il carcere esiste una realtà molto più complessa, fatta di fragilità profonde, progetti educativi e difficoltà che spesso continuano anche dopo la fine della pena.

 

Dal tema al vissuto

“L’aspetto lavorativo arriva dopo. Prima c’è tutto un percorso educativo”, spiega Vania Carlot, presidente di Rio Terà dei Pensieri. “Per molte persone detenute il problema non è soltanto trovare qualcosa da fare, ma imparare cosa significhi stare dentro a un ambiente professionale. Ci sono persone che non hanno mai lavorato e che devono confrontarsi per la prima volta con regole, orari, responsabilità e relazioni con gli altri.” In tal senso, l’attività lavorativa assume un significato che va oltre la produzione. Non si tratta soltanto di svolgere un compito o ricevere una retribuzione, ma di ricostruire gradualmente autonomia, capacità relazionali e fiducia. Il contatto quotidiano con operatori, volontari e realtà esterne permette infatti di creare una connessione concreta con il mondo fuori dal carcere e di riabituarsi a dinamiche sociali che, per molte persone detenute, non sono mai state realmente vissute.

Negli ultimi anni, però, il quadro interno agli istituti penitenziari è cambiato profondamente. “Oggi il carcere è diventato sempre più un contenitore di disagio – continua Vania Carlot – entrano con maggiore frequenza, rispetto al passato, persone con problematiche psichiatriche, dipendenze e fragilità molto forti, ma allo stesso tempo diminuiscono le risorse e le figure professionali in grado di seguirle. Il nodo centrale dovrebbe essere sempre più quello della cura e dell’accompagnamento. Le attività professionali riescono infatti a coinvolgere soprattutto le persone che presentano minori difficoltà e sono più disposte a mettersi in gioco, mentre resta fuori tutta quella fascia di detenuti più fragile che avrebbe bisogno di interventi educativi, relazionali e terapeutici ancora più strutturati, come attività teatrali, laboratori ed esperienze capaci di lavorare sulle relazioni e sulla persona. Ma purtroppo le risorse sono sempre meno.” Nonostante le difficoltà, il lavoro continua però a rappresentare uno strumento fondamentale all’interno del percorso di reinserimento, perché restituisce ritmo, responsabilità e una prospettiva concreta alle persone detenute.

“Il lavoro non serve solo a far uscire le persone dalla cella. Dà un senso alla giornata e soprattutto permette di creare una finestra sul mondo esterno”, sottolinea la Presidente. Secondo Rio Terà dei Pensieri, però, la difficoltà più grande emerge spesso dopo l’uscita dal carcere: “Per anni si è detto che chi lavorava in carcere aveva tassi di recidiva molto bassi. Oggi questa percentuale è cambiata, perché è cambiato tutto il contesto sociale fuori. Le persone escono e si trovano sole.”

Molti detenuti, soprattutto stranieri, non hanno una rete familiare o sociale capace di sostenerli una volta terminata la pena. “Anche quando escono e trovano un occupazione, spesso manca tutto il resto: una casa, relazioni sane, qualcuno che continui ad accompagnarli anche oltre il tempo trascorso al lavoro.. È qui che il mondo cooperativo e quello istituzionale dovrebbero intervenire insieme”, osserva la Presidente. Il rischio di ricadere in situazioni di marginalità nasce proprio da questa assenza di supporto nel lungo periodo. A complicare ulteriormente il reinserimento si aggiunge spesso anche il tema normativo e documentale. “Ci sono persone che decidono davvero di cambiare vita, trovano un lavoro e una casa, ma non riescono a rinnovare i documenti a causa dei reati commessi. E questo rischia di riportarle nuovamente nell’irregolarità – conclude la presidente di Rio Terà dei Pensieri – il tema centrale resta quindi quello della responsabilità collettiva: la società deve mettere le persone nelle condizioni di poter cambiare davvero. Solo dopo può eventualmente giudicare o escludere, ma prima deve offrire una possibilità reale.”

La collaborazione tra pubblico e cooperazione si è infatti progressivamente evoluta, andando oltre una dimensione puramente amministrativa e assumendo sempre più il valore di un modello capace di generare innovazione sociale, rendere i servizi più vicini alle persone e rafforzare la coesione territoriale. Se questo aspetto appare più evidente nell’ambito della cooperazione sociale di tipo A, impegnata nei servizi alla persona, risulta forse meno esplicito, ma non per questo meno reale, nel caso della cooperazione di tipo B. “È soprattutto per questa tipologia di imprese – continua Montagni – che emerge, forse in modo meno esplicito ma ancora più sfidante, la necessità di costruire nuovi terreni di co-progettazione. Un’esigenza che si inserisce in un contesto in cui una delle questioni più rilevanti riguarda la capacità di tenere insieme sostenibilità economica e impatto sociale, a fronte dell’aumento dei costi, delle difficoltà nel reperimento del personale e della crescente complessità organizzativa” . Così, se da un lato per le imprese cooperative emerge la necessità di investire maggiormente nelle competenze, nell’innovazione e nella capacità di pianificazione strategica, in modo da continuare a garantire qualità del lavoro, inclusione e capacità di risposta ai bisogni del territorio. Dall’altro le stesse possono sviluppare un ruolo sempre più attivo non solo nell’esecuzione di lavori e servizi, ma anche come interlocutori nella costruzione e nell’innovazione delle politiche sociali.  “Da qui – conclude Montagni – la proposta di ragionare su un piano strategico, come percorso attraverso cui costruire una visione comune nuova e dinamica, capace di leggere i cambiamenti in corso e sviluppare strumenti adeguati per affrontarli”. In questa prospettiva, il piano strategico non rappresenterebbe soltanto uno strumento organizzativo innovativo, ma un percorso per rafforzare il ruolo della cooperazione come soggetto attivo nello sviluppo del territorio, capace di contribuire alla costruzione di modelli economici e sociali più inclusivi, sostenibili e partecipati.

Di |2026-05-20T11:11:01+02:00Maggio 20th, 2026|Senza categoria|Commenti disabilitati su Oltre il carcere: la vera sfida del reinserimento

Costruire il domani: l’idea di un piano strategico per il mondo cooperativo

In un contesto segnato da trasformazioni economiche, sociali e demografiche sempre più rapide, anche il mondo cooperativo si trova oggi davanti alla necessità di ridefinire il proprio ruolo e costruire nuove forme di dialogo con le istituzioni. Le sfide che attraversano i territori, dall’invecchiamento della popolazione alla carenza di personale, dalla sostenibilità del welfare alla transizione digitale ed ecologica, richiedono strumenti di programmazione capaci di guardare oltre l’emergenza e sviluppare una visione di lungo periodo. Per il sistema cooperativo questo significa non limitarsi alla gestione quotidiana dei servizi, ma contribuire in modo attivo alla costruzione delle politiche territoriali, rafforzando la collaborazione con enti locali, aziende sanitarie e pubbliche amministrazioni. In Veneto, e in particolare nella provincia di Venezia, la cooperazione rappresenta una componente consolidata del sistema economico e sociale, presente in ambiti strategici come il welfare, l’inclusione lavorativa e i servizi educativi, sociosanitari e territoriali. Proprio questa presenza diffusa sul territorio porta oggi il mondo cooperativo a confrontarsi con scenari sempre più complessi, che coinvolgono non solo l’organizzazione dei servizi, ma anche temi come l’intelligenza artificiale, il diritto all’abitare e lo sviluppo di nuove forme di welfare di prossimità. In questo scenario, il rapporto tra cooperazione e istituzioni pubbliche assume un valore sempre più strategico. “Negli ultimi anni – osserva il Direttore di C.S.U. Zorzetto, Lorenzo Montagni – è emersa con sempre maggiore evidenza la necessità di rafforzare percorsi di co-programmazione e pianificazione condivisa, capaci di coinvolgere in modo strutturato il mondo cooperativo anche nella definizione delle politiche territoriali e nella costruzione di risposte più efficaci ai bisogni delle comunità”.

La collaborazione tra pubblico e cooperazione si è infatti progressivamente evoluta, andando oltre una dimensione puramente amministrativa e assumendo sempre più il valore di un modello capace di generare innovazione sociale, rendere i servizi più vicini alle persone e rafforzare la coesione territoriale. Se questo aspetto appare più evidente nell’ambito della cooperazione sociale di tipo A, impegnata nei servizi alla persona, risulta forse meno esplicito, ma non per questo meno reale, nel caso della cooperazione di tipo B. “È soprattutto per questa tipologia di imprese – continua Montagni – che emerge, forse in modo meno esplicito ma ancora più sfidante, la necessità di costruire nuovi terreni di co-progettazione. Un’esigenza che si inserisce in un contesto in cui una delle questioni più rilevanti riguarda la capacità di tenere insieme sostenibilità economica e impatto sociale, a fronte dell’aumento dei costi, delle difficoltà nel reperimento del personale e della crescente complessità organizzativa” . Così, se da un lato per le imprese cooperative emerge la necessità di investire maggiormente nelle competenze, nell’innovazione e nella capacità di pianificazione strategica, in modo da continuare a garantire qualità del lavoro, inclusione e capacità di risposta ai bisogni del territorio. Dall’altro le stesse possono sviluppare un ruolo sempre più attivo non solo nell’esecuzione di lavori e servizi, ma anche come interlocutori nella costruzione e nell’innovazione delle politiche sociali.  “Da qui – conclude Montagni – la proposta di ragionare su un piano strategico, come percorso attraverso cui costruire una visione comune nuova e dinamica, capace di leggere i cambiamenti in corso e sviluppare strumenti adeguati per affrontarli”. In questa prospettiva, il piano strategico non rappresenterebbe soltanto uno strumento organizzativo innovativo, ma un percorso per rafforzare il ruolo della cooperazione come soggetto attivo nello sviluppo del territorio, capace di contribuire alla costruzione di modelli economici e sociali più inclusivi, sostenibili e partecipati.

Di |2026-05-14T12:18:00+02:00Maggio 14th, 2026|Senza categoria|Commenti disabilitati su Costruire il domani: l’idea di un piano strategico per il mondo cooperativo

EUROPA E AFRICA: TRA SFIDE E OPPORTUNITA’ NEL NUOVO SCENARIO MEDITERRANEO

Il futuro dell’Europa è sempre più legato alle dinamiche che attraversano il Mediterraneo e il continente africano. Le trasformazioni in atto, sul piano economico, demografico, sociale e geopolitico, non rappresentano fenomeni distanti, ma incidono direttamente sugli equilibri europei, sulle politiche pubbliche e sulle prospettive di sviluppo dei territori. In questo contesto si inserisce l’incontro “Africa: problemi e opportunità”, in programma il prossimo 16 maggio presso Forte Rossarol, Centro Soranzo, a Tessera (Venezia), ospitato da Co.Ge.S Don Milani, aderente al Consorzio C.S.U Zorzetto. L’iniziativa nasce con l’obiettivo di offrire uno spazio di riflessione e confronto su un tema sempre più centrale. Il rapporto tra Europa e Africa è oggi caratterizzato da una forte interdipendenza, che si manifesta in diversi ambiti: dalla cooperazione economica alla gestione dei flussi migratori, dalla sicurezza alla sostenibilità ambientale, fino alle politiche energetiche e allo sviluppo infrastrutturale. In questo scenario, l’Africa emerge come un continente complesso, attraversato da profonde trasformazioni e da dinamiche eterogenee. Accanto a situazioni di instabilità e criticità, si affermano infatti processi di crescita, innovazione e sviluppo che aprono nuove prospettive di collaborazione. Comprendere questa complessità è oggi fondamentale per interpretare correttamente i fenomeni in corso e per evitare letture semplificate o parziali. L’incontro intende contribuire a questa consapevolezza, offrendo strumenti utili per leggere il presente e orientarsi nel futuro. La crescente attenzione verso il continente africano riflette infatti la necessità, per l’Europa, di rafforzare il proprio ruolo in uno scenario internazionale in evoluzione, sviluppando politiche più integrate e strategie di lungo periodo. Le dinamiche africane, per la loro portata e per la loro vicinanza geografica, incidono direttamente sugli equilibri del Mediterraneo e, più in generale, sulle scelte europee. Temi come mobilità umana, sviluppo sostenibile, cooperazione economica e sicurezza richiedono oggi approcci coordinati e una maggiore capacità di dialogo tra contesti diversi. A portare il proprio contributo saranno Arcangelo Boldrin, presidente di Fondaco Europa, e Marco Ferrero, avvocato ed esperto di politiche migratorie. I relatori offriranno chiavi di lettura e spunti di riflessione a partire dalle rispettive esperienze, con l’obiettivo di delineare un quadro aggiornato delle principali questioni in discussione e di evidenziare possibili linee di sviluppo del rapporto tra Europa e Africa. L’evento si rivolge a tutti coloro che sono interessati ad approfondire temi legati alle relazioni internazionali, alle politiche europee e alle trasformazioni del continente africano. Partecipare significa non solo acquisire strumenti utili alla comprensione di fenomeni complessi, ma anche prendere parte a un momento di confronto e dialogo qualificato. Attraverso iniziative come questa, il mondo della cooperazione conferma il proprio impegno nella promozione di occasioni di dibattito su temi di attualità e rilevanza strategica. L’incontro del 16 maggio si inserisce in questo percorso, proponendosi come un momento aperto al territorio, capace di stimolare una riflessione informata e consapevole su un tema destinato a rimanere centrale anche nei prossimi anni.

Di |2026-05-06T11:21:36+02:00Maggio 6th, 2026|Senza categoria|Commenti disabilitati su EUROPA E AFRICA: TRA SFIDE E OPPORTUNITA’ NEL NUOVO SCENARIO MEDITERRANEO

Servizi amministrativi e sanità: un lavoro essenziale che sostiene il sistema

Nel sistema sanitario veneto, una componente essenziale, ma spesso poco visibile è rappresentata dai servizi amministrativi in appalto presso le Aziende sanitarie. Attività come la gestione delle prenotazioni, il front office e il back office costituiscono l’infrastruttura operativa che consente ai cittadini di accedere concretamente ai servizi sanitari, rappresentando il primo punto di contatto con il sistema.

Una parte significativa di queste attività è affidata alle cooperative sociali, che nel tempo hanno sviluppato competenze organizzative e capacità di adattamento ai bisogni dei territori, contribuendo in modo stabile al funzionamento dei servizi. In Veneto gli occupati complessivi superano i 2,2 milioni e il settore dei servizi rappresenta la componente prevalente dell’occupazione. In questo scenario, la cooperazione sociale è oggi una presenza consolidata nei servizi alla persona e nelle attività di supporto, comprese quelle amministrative collegate al funzionamento del sistema pubblico.

Un elemento rilevante riguarda il contributo all’inclusione lavorativa: oltre 36.500 persone con disabilità risultano occupate in Veneto e una parte significativa di questi percorsi si sviluppa nei servizi di supporto e nelle attività amministrative. Si tratta di contesti in cui il lavoro amministrativo si intreccia con percorsi di integrazione, contribuendo non solo all’organizzazione dei servizi, ma anche alla costruzione di opportunità occupazionali.

Allo stesso tempo, la lettura complessiva del fenomeno presenta ancora alcuni limiti. Non esiste oggi un dato unico e aggiornato sul numero complessivo dei lavoratori impiegati nei servizi amministrativi delle cooperative sociali a livello regionale, poiché le informazioni sono distribuite tra fonti diverse e non sempre integrate. Questo rende più complessa un’analisi approfondita del comparto e indica la necessità di rafforzare strumenti di monitoraggio e conoscenza.

Nel territorio della provincia di Venezia, caratterizzato da una domanda elevata di servizi sanitari e da una forte integrazione tra pubblico e terzo settore, le cooperative e, in particolare, il Consorzio C.S.U Zorzetto rappresentano un attore centrale nella gestione operativa di questi servizi, all’interno di un sistema di appalti pubblici ancora fortemente orientato al contenimento dei costi.

 

Dal tema alle considerazioni

Guardando all’applicazione delle cooperative sociali in ambito amministrativo, oltre alla naturale mission prevista per legge, viene spontaneo pensare che questi contesti rappresentino uno spazio di inserimento per persone in stato di svantaggio, spesso difficilmente collocabili presso le aziende tradizionali.

“Se in un primo tempo, 20-25 anni fa, le persone in stato di svantaggio, legato soprattutto a condizioni di invalidità, si rivolgevano ai Servizi di Integrazione Lavorativa per l’inserimento nel mondo del lavoro, in particolare nelle cooperative – osserva Davide Giraldo, vicepresidente della cooperativa La Città del Sole, aderente al Consorzio C.S.U Zorzetto – oggi le candidature arrivano direttamente da persone che si trovano in condizioni di svantaggio o disabilità, ma che hanno già maturato esperienze in ambito amministrativo e possiedono un certo grado di scolarizzazione.”

La motivazione può essere ricercata anche in una maggiore consapevolezza, favorita da una più ampia circolazione delle informazioni, dell’esistenza di realtà, come le cooperative, che svolgono non solo la funzione di offrire lavoro, ma anche quella di accompagnare le persone nei percorsi di integrazione.

“Le cooperative non rappresentano solo un’opportunità occupazionale, ma anche un contesto in cui le persone possono essere supportate nel loro percorso di inserimento e crescita – continua Giraldo – il valore aggiunto dell’inserimento lavorativo va ricercato anche nel contributo che le cooperative offrono al sistema pubblico, affiancando lo Stato nella tutela delle persone più fragili e contribuendo, di fatto, alla costruzione di un welfare più ampio.”

La sfida più urgente riguarda ora il sistema degli appalti e degli affidamenti diretti. È necessario superare la logica del massimo ribasso per orientarsi verso criteri di valutazione che premino l’impatto sociale.

Non basta più, quindi, contare il numero di assunzioni: occorre valorizzare la qualità dei percorsi di inserimento. Sarebbe opportuno che le gare d’appalto riconoscessero un punteggio premiante non solo all’aspetto economico, ma anche alla capacità della cooperativa di generare benessere sociale.

“L’introduzione di indicatori di impatto certificati – conclude Giraldo – potrebbe essere uno strumento chiave per permettere alla Pubblica Amministrazione di misurare e ‘acquistare’ valore sociale reale, trasformando ogni bando in un investimento per la comunità.”

Di |2026-04-27T08:42:13+02:00Aprile 27th, 2026|Senza categoria|Commenti disabilitati su Servizi amministrativi e sanità: un lavoro essenziale che sostiene il sistema

48 anni dalla legge Basaglia: ha aperto i manicomi, ma la vera inclusione è nata costruendo relazioni, lavoro e comunità

A 48 anni dalla Legge Basaglia, il tema della salute mentale torna al centro del dibattito pubblico, tra riflessioni e nuove domande sul presente. Quella avviata nel 1978 è stata una trasformazione culturale profonda: la chiusura dei manicomi ha segnato il passaggio da una logica di esclusione a una visione fondata sui diritti, sulla dignità e sull’inclusione delle persone. In questo processo, la cooperazione sociale ha avuto un ruolo fondamentale, costruendo nel tempo percorsi concreti di inserimento, autonomia e partecipazione e trasformando i principi della riforma in esperienze reali. Oggi, a distanza di quasi mezzo secolo, il disagio psichico è in aumento e si manifesta in forme sempre più complesse, confermando come la salute mentale sia una questione collettiva e strutturale. La riforma ha aperto la strada a nuovi modelli di cura, ma restano sfide aperte: servizi adeguati, reti territoriali solide e percorsi concreti di autonomia. È qui che si misura la qualità di una comunità: nella capacità di includere e riconoscere il valore delle persone, anche nelle fragilità.

 

Dal tema al vissuto

 A raccontare cosa ha significato davvero quel passaggio storico è Laura Baldo, presidente del Consorzio CSU Zorzetto e della cooperativa Libertà, che ha vissuto in prima persona gli anni immediatamente successivi alla riforma. “ Ho iniziato a lavorare nella Cooperativa Sociale Libertà, fondata da persone che erano state ricoverate nel manicomio di San Servolo di Venezia e da alcuni operatori sociali, nel 1981. L’impatto iniziale non fu dei più facili: fui collocata da sola in una scuola di Mestre, dove operavano dieci persone con problemi psichiatrici, tutte provenienti dal manicomio di Venezia e quasi tutte con alle spalle circa quarant’anni di reclusione. La loro età media si aggirava sui sessant’anni: persone devastate dalla sofferenza, che però erano sopravvissute. All’inizio il rapporto con la scuola e con il territorio non fu semplice: la presenza di persone provenienti dal manicomio suscitava timori e diffidenze. Con il tempo, però, attraverso il lavoro quotidiano, le relazioni e la condivisione degli spazi, quelle presenze iniziarono a diventare familiari e riconosciute. Furono piccoli ma significativi passaggi, che segnarono l’avvio di un reale percorso di integrazione. Alcune di loro erano state in manicomio perché abbandonate alla nascita e, a quei tempi, quando gli orfanotrofi erano pieni, i più grandi venivano collocati nei manicomi”. La legge è stata indubbiamente un grande atto di civiltà, ma il passaggio dalla chiusura degli ospedali psichiatrici alla costruzione di una reale inclusione non è stato immediato. Anzi, come emerge dal suo racconto, si è trattato di una fase complessa, segnata da un vuoto profondo: “Quando andai all’ospedale psichiatrico di San Clemente a Venezia, ormai dismesso ma ancora aperto, con ricoverati che non potevano uscire definitivamente perché privi di opportunità di inserimento nelle famiglie di origine o in comunità, l’impatto fu devastante. Il gruppo di ex pazienti viveva in condizioni di indecenza, al limite della sopportazione: sotto i letti si trovavano quotidianamente escrementi e mozziconi di sigarette, rifiuti di ogni tipo. Si vedevano persone nude legate nei letti, che piangevano e chiedevano aiuto e, quando mi approcciavo a un’infermiera per sottolineare le situazioni, venivo allontanata in malo modo: non c’era alcuna collaborazione. Mi sottolineavano che avevano la possibilità di uscire e andarsene ma “non sempre quando si aprono le gabbie uno sa dove andare. È stato in quel momento che ho compreso quanto la libertà, da sola, non bastasse: servivano luoghi, relazioni e opportunità concrete perché quelle persone potessero tornare a vivere davvero dentro la società”. In quegli anni ci furono momenti di grande confusione ideologica: da una parte si voleva de-istituzionalizzare le persone, renderle libere; dall’altra, i familiari preferivano la riapertura delle strutture, ritenute più idonee a rispondere ai problemi. È proprio in questo spazio che si inserì il ruolo della cooperazione sociale, chiamata a trasformare un principio in possibilità concreta. “In quegli anni – spiega Baldo – la cooperazione sociale, insieme agli enti più sensibili, iniziò a ricostruire le basi per una nuova storia”. Un lavoro fatto di sperimentazione, relazioni e tentativi, con l’obiettivo di restituire dignità e autonomia a persone escluse per decenni. Il cambiamento non è stato solo organizzativo, ma soprattutto culturale. Le cooperative erano viste come luoghi dove lavoravano “prostitute, matti, nullafacenti”: certamente non persone. Superare questo stigma ha significato costruire, giorno dopo giorno, spazi reali di integrazione, evitando nuovi ghetti e favorendo l’incontro con la comunità. “Nel tempo abbiamo visto persone che per anni erano state considerate solo ‘malati’ tornare a essere lavoratori, colleghi, cittadini riconosciuti nella comunità” – racconta la Presidente – sono stati percorsi lenti, spesso fragili, ma profondamente trasformativi”. Al centro di questo percorso c’è sempre stato il lavoro, inteso come strumento di emancipazione, un principio ancora attuale in un contesto in cui le fragilità si sono moltiplicate. La cooperazione continua a operare in silenzio, intercettando bisogni spesso invisibili e cercando risposte concrete, nonostante difficoltà normative ed economiche. È in questa continuità tra passato e presente che si colloca oggi anche il ruolo del Consorzio CSU Zorzetto: tenere insieme territorio, persone e valori, dando forma a quella visione che, quasi cinquant’anni fa, ha trasformato il modo di intendere la salute mentale e l’inclusione.

Di |2026-04-20T08:46:31+02:00Aprile 20th, 2026|Senza categoria|Commenti disabilitati su 48 anni dalla legge Basaglia: ha aperto i manicomi, ma la vera inclusione è nata costruendo relazioni, lavoro e comunità

Istantanee di una natura resiliente – Mostra fotografica di Simone Zago

Divulghiamo con piacere:

““Finché c’è Luce – Istantanee di una natura resiliente”
Una mostra fotografica di Simone Zago, che attraverso il suo sguardo racconta la forza e la bellezza della natura nel Parco del Delta del Po Veneto.

Simone, a seguito di una disabilità acquisita, ha saputo trasformare una difficoltà in una nuova forma di espressione, dedicandosi con passione alla fotografia e restituendoci immagini cariche di significato e resilienza.

Partner del progetto: APS Futura, Cooperativa Sociale Titoli Minori, Cooperativa Sociale L’Approdo, Consorzio Insieme.

Vi aspettiamo per la presentazione della mostra e l’intervista all’autore:
15 aprile 2026
Ore 18:00
Biblioteca Comunale di Porto Viro (RO) – Sala Veranopolis

Di |2026-04-13T14:09:39+02:00Aprile 13th, 2026|Senza categoria|Commenti disabilitati su Istantanee di una natura resiliente – Mostra fotografica di Simone Zago

Parco Guizza: il verde urbano come infrastruttura tra ambiente, rigenerazione e inclusione

Rigenerare uno spazio urbano verde non significa semplicemente trasformarlo, ma ridefinirne il ruolo all’interno della città e delle sue dinamiche; dare forma ad un luogo che risponde a molteplici funzioni, rendendolo parte attiva della vita quotidiana, capace di incidere sull’ambiente che lo circonda, nelle relazioni tra le persone e sulla qualità reale del vivere urbano. È dentro questa prospettiva che si inserisce il nuovo Parco Guizza di Padova, al centro di un convegno tecnico che venerdì scorso ha riunito amministrazioni, professionisti e realtà del territorio attorno ad un tema sempre più attuale: come possono gli spazi urbani rispondere insieme a bisogni ambientali, sociali e di sviluppo?

Un confronto che ha posto in luce una considerazione spesso sottovalutata: ambiente e società non sono piani separati, ma dimensioni profondamente intrecciate. La rigenerazione urbana, infatti, non riguarda soltanto i luoghi, ma anche le comunità che li abitano e le dinamiche sociali ed ecologiche che li attraversano. In questo scenario, temi come adattamento climatico, cura del territorio, servizi ecologici e qualità degli spazi pubblici si intrecciano con questioni sociali sempre più complesse, fragilità evidenti che richiedono risposte integrate e capaci di guardare oltre i singoli ambiti di intervento.

Dal tema all’azione

A mettere a fuoco questi temi è stato anche il Professore Ezio Da Villa, consigliere di amministrazione del Consorzio CSU Zorzetto, che del suo intervento al convegno dedicato al Parco Guizza ha cercato di tradurre concretamente questa visione, mostrando come ambiente, rigenerazione urbana e dimensione sociale possano intrecciarsi in un unico progetto di ampio respiro etico. “La qualità della vita nelle città – spiega Da Villa – passa sempre più dalla capacità di tenere insieme questi livelli, costruendo interventi che non rispondano a un solo bisogno, ma a più dimensioni contemporaneamente. All’interno di questo quadro, si inserisce il ruolo della cooperazione sociale, chiamata oggi non solo a svolgere servizi e a realizzare interventi, ma anche a contribuire alla gestione e alla cura del territorio”.  In particolare, l’esperienza del parco Guizza che ha visto l’impegno diretto della cooperativa Il Germoglio, aderente a C.S.U Zorzetto, evidenzia come la manutenzione e la realizzazione del verde possano diventare occasioni di evoluzione tecnico-organizzativa e inclusione lavorativa . “I dati legati al cantiere – continua il Professore – raccontano proprio questa dimensione operativa: un lavoro sviluppato nell’arco di sei mesi, nel rispetto dei tempi del contratto, con squadre strutturate e una presenza costante di operatori, tra personale specializzato e persone inserite in percorsi di accompagnamento. Un’organizzazione che ha saputo tenere insieme efficienza realizzativa e attenzione ai percorsi individuali, dimostrando come questi due aspetti possano convivere”. L’intervento si inserisce inoltre in una rete più ampia, quella del consorzio CSU Zorzetto, che coordina diverse cooperative e rappresenta un sistema strutturato capace di dialogare con enti pubblici e soggetti privati. Una dimensione che permette di affrontare progetti complessi, mantenendo allo stesso tempo una forte attenzione all’impatto sociale e occupazionale. Accanto agli aspetti organizzativi, emerge con forza anche il tema delle persone coinvolte. “I percorsi di inserimento – dice Da Villa – riflettono la complessità delle fragilità contemporanee: situazioni molto diverse tra loro, che vanno dalle disabilità alle dipendenze, fino a condizioni più difficili da definire e spesso meno visibili. Una pluralità che richiede interventi flessibili e capacità di adattamento. Questo rimanda a un’evoluzione più ampia del ruolo della cooperazione sociale. Negli ultimi decenni, accanto ai bisogni tradizionali, sono emerse nuove forme di fragilità: più diffuse, più mobili, spesso fuori dai confini delle categorie formali. Persone che non rientrano nei sistemi di tutela, ma che allo stesso tempo non riescono a trovare spazio nel mercato del lavoro”. In questo scenario, il lavoro nei cantieri del verde assume anche una funzione educativa. Non si tratta soltanto di svolgere un’attività produttiva, ma di progettare e poi concretizzare interventi sociali in cui le persone possano sviluppare competenze di base, relazionarsi, acquisire autonomia. Il cantiere diventa così uno spazio di apprendimento concreto, in cui dimensione tecnica e crescita personale si intrecciano. Da qui emerge anche una riflessione più ampia sul valore di questi interventi. I percorsi di inserimento non rappresentano un costo aggiuntivo, bensì un investimento sociale, capace di generare benefici nel medio e lungo periodo. Una prospettiva che richiede il riconoscimento da parte delle stazioni appaltanti, soprattutto quelle pubbliche, a partire da modalità di affidamento, che dovrebbero tener conto non solo dell’efficienza economica – che comunque le cooperative sociali sono in grado di praticare con ottimi risultati –  ma anche dell’impatto sociale che le opere possono generare. Il progetto del Parco Guizza si configura proprio come un esempio pratico di sostenibilità, perché partendo da una visione strategica capace di interpretare le esigenze di una città importante come Padova,  è riuscito a coniugare ambiente, governance e dimensione sociale. Una prospettiva nella quale la rigenerazione urbana diventa occasione per connettere aree verdi e creare corridoi ecologici, favorire la biodiversità, disinquinare l’aria, mantenere la permeabilità dei suoli, drenare acque di pioggia, contenere le temperature di fronte alle crescenti ondate di calore, favorire la fruizione ricreativa di nuovi spazi, ma anche, aspetto niente affatto secondario, generare nuove opportunità di lavoro e di integrazione sociale. Un metodo nuovo e potente  che è in grado di porre in relazione pianificazione territoriale, sviluppo di infrastrutture verdi, socialità, persone e sviluppo veramente sostenibile.

(Articolo a cura di CSU)

Di |2026-04-13T13:24:13+02:00Aprile 13th, 2026|Senza categoria|Commenti disabilitati su Parco Guizza: il verde urbano come infrastruttura tra ambiente, rigenerazione e inclusione

INTERVENIRE PRIMA: LA VERA RISPOSTA ALLE FRAGILITA’ DEI GIOVANI.

La sera, le piazze si riempiono. Gruppi di ragazzi si ritrovano tra panchine, fermate dell’autobus, spazi senza una funzione precisa. Non sempre succede qualcosa. Ma spesso si percepisce una tensione sottile, difficile da definire. Non è ancora violenza, non è ancora criminalità. È qualcosa che sta prima. Il disagio giovanile si manifesta sempre più spesso in forme nuove: episodi di vandalismo, piccoli atti aggressivi, conflitti tra gruppi, comportamenti esibiti e amplificati sui social. Negli ultimi anni si è allargata questa zona grigia del disagio: ragazzi che non sono dentro percorsi problematici conclamati, ma nemmeno dentro contesti educativi forti. Sarebbe un errore, però, leggere il fenomeno solo come un problema di sicurezza. Perché dietro questi comportamenti c’è spesso qualcosa di più profondo: una difficoltà a trovare un posto, un senso, una direzione. Nella maggior parte dei casi questo disagio nasce da un vuoto. Un vuoto di relazioni significative, di opportunità, di prospettive. E allora la domanda cambia: non più “come reprimere il fenomeno?”, ma “dove e come intercettiamo questi ragazzi prima?”. Nel territorio della provincia di Venezia esistono delle realtà, sia nelle amministrazioni che nel mondo cooperativistico, che hanno provato a dare una risposta. Il disagio giovanile, in fondo, non è un problema da contenere. È un segnale da leggere. Si tratta di aiutare una generazione a trovare il proprio posto, perchè se non viene intercettata, rischia di cercarlo nei modi più sbagliati.

Dal tema all’azione:

Intercettare prima, accompagnare dopo: Co.Ge.S Don Milani, consorziata a C.S.U Zorzetto, ci prova da 20 anni. Proprio in questa direzione, infatti, si muove l’attività dell’Area Giovani e Promozione del Benessere della cooperativa, che negli anni ha costruito un modello di intervento capace di tenere insieme prevenzione, relazione e opportunità. “Al centro c’è un’idea semplice ma decisiva- spiega Tiziana Venturini, referente dell’Area -non aspettare che il disagio diventi emergenza. E’ necessario intercettarlo prima, nei luoghi della quotidianità, nei momenti informali, nei passaggi più fragili della crescita. Queste fragilità si manifestano spesso in modo intermittente e difficile da definire, la risposta quindi non può essere univoca né standardizzata. Deve essere flessibile, accessibile e capace di adattarsi ai tempi e ai modi dei ragazzi. La vera sfida è arrivare prima: creare contesti accessibili in cui i ragazzi possano essere intercettati quando il disagio è ancora un segnale, non quando è già diventato emergenza”. Questo approccio si traduce in un sistema articolato di interventi che non separa, ma integra. Un vero e proprio network educativo che lavora su tre livelli tra loro connessi: la prossimità, la cura educativa e i percorsi di autonomia. La prossimità significa esserci, nei luoghi frequentati dai giovani, anche quando non fanno richiesta esplicita di aiuto. È il lavoro dell’educatore di strada, delle attività a bassa soglia, dei contesti informali in cui si costruiscono relazioni autentiche. La cura educativa, invece, entra in gioco quando quella relazione diventa uno spazio di fiducia: qui trovano posto il counselling, i punti di ascolto, i laboratori, le attività di gruppo. Non interventi “riparativi”, ma occasioni per conoscersi, nominare le emozioni, sviluppare competenze personali e relazionali.

Infine, i percorsi di autonomia che accompagnano i giovani nella costruzione del proprio futuro: orientamento scolastico e lavorativo, sviluppo di competenze trasversali, prime esperienze concrete. Un passaggio fondamentale per trasformare il disagio in possibilità. Questa struttura permette di rispondere in modo modulare ai bisogni, offrendo più accessi possibili: si può entrare per socializzare e scoprire, nel tempo, altri percorsi più strutturati. Uno spazio non etichettante, dove non è necessario “avere un problema” per partecipare. A questi percorsi si affiancano interventi specifici di prevenzione dei comportamenti a rischio e delle dipendenze, ma anche percorsi strutturati di orientamento e accompagnamento alle prime esperienze lavorative.

Particolare attenzione è dedicata anche al mondo della scuola, con progetti mirati al contrasto della dispersione e della disaffezione scolastica, attività nelle classi, percorsi di riorientamento e mentoring, punti di ascolto per studenti, insegnanti e famiglie. L’elemento chiave, infatti, è il lavoro di rete. Nessun intervento è efficace se resta isolato. Per questo le attività si sviluppano in connessione con istituzioni, scuole, famiglie, servizi e realtà del territorio, costruendo una lettura condivisa dei bisogni e risposte più coordinate. In questo quadro, anche il tema della salute mentale assume una prospettiva diversa. L’aumento delle richieste di supporto psicologico da parte dei giovani non viene letto solo come segnale di fragilità, ma come espressione di una maggiore consapevolezza. Chiedere aiuto diventa parte del percorso di crescita, non un’eccezione.

Per questo motivo, gli interventi non partono dal sintomo ma dalla persona. Non si tratta di “aggiustare” ciò che non funziona, ma di creare contesti in cui i ragazzi possano stare, sperimentarsi, costruire il proprio equilibrio. La sfida, allora, è abbassare la soglia di accesso: rendere questi spazi sempre più diffusi, visibili e facilmente raggiungibili. Perché quando i giovani arrivano ai servizi solo dopo un episodio critico, spesso si è già in ritardo.

In fondo, il passaggio dal tema all’azione si gioca tutto qui: non costruire risposte quando il problema esplode, ma creare condizioni perché possa non esplodere affatto.

(Articolo a cura di CSU)

Di |2026-04-13T08:31:19+02:00Aprile 10th, 2026|Senza categoria|Commenti disabilitati su INTERVENIRE PRIMA: LA VERA RISPOSTA ALLE FRAGILITA’ DEI GIOVANI.

VILLA TESSIER Il Parco torna alla città!

A Mirano torna a vivere il parco di Villa Tessier, restituito alla comunità dopo un importante intervento di rigenerazione che ha visto protagonista anche il Consorzio C.S.U Zorzetto, tramite la cooperativa Aladino, impegnata nella realizzazione dei lavori.
Il progetto, promosso dal Comune in accordo con Ipab Mariutto, proprietaria del complesso, ha riportato piena fruibilità a uno spazio di grande valore storico e paesaggistico, oggi più accessibile e integrato nel contesto urbano.
Gli interventi hanno riguardato la messa in sicurezza dei percorsi, il riordino del verde, il ripristino dell’impianto originario e la valorizzazione del patrimonio arboreo, con oltre 400 nuove piante messe a dimora tra alberi e siepi.
Come evidenziato dal direttore del Consorzio, Lorenzo Montagni: “Questo intervento rappresenta un esempio concreto di come la rigenerazione degli spazi verdi possa generare valore diffuso: prendersi cura del paesaggio significa, allo stesso tempo, prendersi cura delle persone, contribuendo così anche a rafforzare il legame tra comunità e territorio”.
Nel corso dell’inaugurazione è stata, inoltre, posata una targa commemorativa dedicata a Don Dino Pistolato e Claudio Turcato. Un gesto con cui l’Amministrazione comunale ha voluto riconoscere il valore di due figure profondamente legate al percorso del consorzio e al radicamento della cooperazione sociale nel territorio. All’evento sono intervenuti Laura Baldo, presidente di C.S.U, Andrea Volpato, responsabile tecnico del settore verde del consorzio, e Vinicio Stevanato, presidente della cooperativa Aladino.

Grazie a quanto realizzato e al ricordo di chi ha contribuito a costruire la comunità, il parco di Villa Tessier si presenta oggi non solo come uno spazio riqualificato, ma come un simbolo concreto di rinascita condivisa, dove memoria, natura e relazioni si intrecciano. Un luogo che invita a essere vissuto, attraversato e custodito nel tempo, affinché questo intervento non resti un punto di arrivo, ma diventi l’inizio di una nuova storia fatta di partecipazione, cura e futuro.

(Articolo a cura di CSU)

Di |2026-04-13T08:32:21+02:00Aprile 7th, 2026|Senza categoria|Commenti disabilitati su VILLA TESSIER Il Parco torna alla città!
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